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  Letteratura  »  La strategia della paura, di Carlo Bordoni 08/09/2007
 

La strategia della paura

di Carlo Bordoni

 

 

 

Il corpo mutilato di una donna, con reliquie cheyenne e corvi impalati, composto come un quadro di una natura morta. Con­tiene un messaggio incomprensibile, assurdo nella sua atrocità, che solo un uomo può spiegare. È l’incipit sconvolgente di Natura morta, di Douglas Preston e Lincoln Child (Sonzogno, 2003).

L’uomo è Pendergast. Sì, Pendergast (solo il cognome) è un agente davvero speciale dell’FBI. Per niente macho. Antieroe per eccellenza, minuto, pal­lido, non aggressivo, tutto il contrario di quello che ci si può aspettare da un tutore della legge; una figura evanescente e incor­porea che sfugge persino a una descrizione fisica accurata. Sem­pre vestito di nero, anche sotto il sole torrido, non è mai a disagio e sfoggia un perfetto à plomb in ogni occasione.

Nelle situazioni più scabrose se la cava col suo savoir faire e una perfetta conoscenza della psiche umana, delle sue debolezze e delle qualità nascoste. Sembra l’erede di Philo Vance, l’investigatore dandy di S. S. Van Dine, e coglie sostanziosi spunti da molta letteratura poliziesca, come da qualche classica spy story, a cominciare da James Bond, di cui ripete il gusto per le belle cose (ma non sempre per le belle donne), la freddezza, l’acutezza intellettuale, il piacere per la buona tavola e i buoni vini. Non è perfetto, Pendergast, è figlio di questo tempo e ha perso per strada la pretesa di rappresentare l’uomo ideale in un contesto corrotto. Ma la sua onesta non è mai messa in dubbio, anzi sta al di sopra di ogni sospetto, come si conviene a un rap­presentante della legge. Senza tentazioni, senza macchie, senza secondi fini.

Puro siccome un angelo. E ricco. Straordinariamente ricco. Tanto che la professione di agente federale è più che altro un hobby, l’occasione per giustificare la sua presenza sulla scena del delitto. Quando si muove, lo fa a proprie spese, senza farsi man­care ogni comodità, scegliendo gli alberghi migliori e i cibi più raffinati. Qui, nell’impossibilità di trovare valide alternative al polpettone servito nell’unica tavola calda di Medicine Creek, si fa mandare una camionata di ingredienti italiani e li cucina chez soi: probabilmente un particolare inserito da Douglas Preston, che ha notoriamente scelto l’Italia e Firenze come sua residenza abituale.

Ma la grande disponibilità di denaro di questo moderno Philo Vance non è funzionale solo a sottolineare la sua diversità nel contesto sociale in cui si muove, peraltro sempre solo, anche se coadiuvato, di volta in volta, da occasionali spalle: ora una ragaz­zina dark, Corrie Swanson, altrove dalla rossa archeologa Nora Kelly. La ricchezza smisurata di Pendergast rappresenta il deside­rio di libertà individuale, sottintesa nell’immaginario collettivo, di affrancarsi dalla burocrazia e da ogni limitazione meschina che impedisca la piena realizzazione dei propri obiettivi. Non a caso l’estrema solitudine di Pendergast, che ne fa quasi un essere ases­suato e ascetico, è compensata solo dall’affetto di coloro che lo comprendono (lettori inclusi). L’assistente Corrie rappre­senta il principio di realtà, l’anello di congiunzione col lettore, al fine di trasferire l’empatia e l’ammirazione verso una figura che, altrimenti, risulterebbe insipida e, alla lunga, scostante.

Sarebbe un perfetto investigatore, Pendergast, per storie poli­ziesche d’impianto classico, invece la coppia Preston-Child, i cui prodotti sono ormai etichettati come “la nuova dimensione della paura”, hanno preferito farne un investigatore dell’occulto e mandarlo, ogni volta, in missione dentro sconvolgenti storie d’orrore.

Propria ora che Stephen King, finora monarca indiscusso della letteratura di sangue, si era lasciato alle spalle ogni scena trucu­lenta, per insinuarsi in avventure basate soprattutto sull’atmosfera e la tensione emotiva, dove il tema del fantastico è confinato ad aspetti puramente occasionali (emblematici, in pro­posito, La bambina che amava Tom Gordon, Il miglio verde, Buick 8), il nuovo horror americano, di cui Preston e Child, possono essere considerati i più autorevoli rappresentanti, tornino a puntare sullo splatter. Non c’è compiacimento, ovviamente, non c’è perversione, ma la cruda esigenza di osservare gli effetti della violenza.

E mentre King evita accuratamente di utilizzare gli stessi personaggi in romanzi successivi, allo scopo di tenere lontano ogni sospetto di identificazione con la letteratura di genere (notoriamente ripetitiva e seriale), Preston e Child scelgono deliberatamente la serialità, strizzando l’occhio alla cultura popolare, che ha bisogno, ora più che mai, di rinnovate certezze e consolazioni sociali.

Nella Stanza degli orrori (2002), un “Gabinetto del dottor Caligari” all’americana, giocato con molta competenza in buona parte all’interno del Museo di Storia Naturale di New York, dove Preston ha lavorato per molti anni, Pendergast deve affrontare un novello Jack lo Squartatore che viene dal passato (come non vedervi una brillante citazione di Robert Block, quello di Sinceramente vostro, Jack the Ripper?) e lascia dietro di sé una scia d’incomprensibili delitti.

In Natura morta à l’assolata campagna del Kansas, con le sue immense, labirintiche distese di mais, a celare un efferato serial killer che compone un macabro rituale per sue vittime. L’insistenza e la preferenza per la serialità, piuttosto che per delitti isolati, tradisce oscuri timori, ben radicati nell’immaginario: l’inarrestabilità e l’irrazionalità di una minaccia incombente che può colpire dovunque, in qualsiasi momento.

C’è una strategia della paura che fa vendere libri e produrre film di successo (Relic è stato portato di recente sullo schermo da Peter Hyams), che soddisfa un pubblico smaliziato, dedito alle forti emozioni. Esiste chiaramente un piacere della paura che giustifica l’attaccamento alla pagina laddove il mostro di turno incombe sulla prossima vittima o se ne avverte la presenza camminando per strade deserte, tra scariche di adrenalina e sussulti al cardiopalma. Sono le paure dell’uomo contemporaneo, frutto delle sue ansie, della solitudine, delle angosce esistenziali che si traducono in uno spettacolo di morte sublimata.

La scelta della località è anch’essa molto kinghiana e fa parte di un filone di successo che situa l’horror nei luoghi meno probabili della tranquilla provincia americana: piccole cittadine dove non succede mai nulla, che si oppongono alla caoticità e al clamore della metropoli, dove proprio per questa serenità – che talvolta sconfina nella noia –, l’avvenimento inatteso, brutale, sanguinoso, ha un maggiore impatto, crea un contrasto stridente tra la quotidianità e la violenza, tra la normalità e l’eccezionalità.

Il lettore è portato a riflettere (con qualche inquietudine) sulla possibilità che eventi del genere possano accadere anche a lui, quando meno se lo aspetta. Le horror stories hanno infranto l’antica convinzione che eventi straordinari possano accadere solo in luoghi straordinari (uno sbarco di marziani può avvenire a New York, ma a Lucca mai!, diceva Giorgio Manganelli). Ora invece s’insinua l’idea che l’imprevisto si nasconda anche nel luogo più banale e innocui (la cronaca nera, ahimé, lo conferma con quotidiana frequenza) ed hanno buon gioco gli scrittori italiani di genere ad ambientare le loro storie agghiacianti in prossimità di casa nostra, con sadica puntualità.

In La guarigione di Frederick F., scritto senza l’alter ego, Preston ammicca al mostro di Firenze e alla sua collezione di reperti anatomici. Il breve ma inquietante racconto è apparso nell’antologia In fondo al nero (a cura di Gianfranco Nerozzi, Urania Millemondi, 2003), che raccoglie le prove di autori italiani (da Baldini a Tonani, da Bernardi a Di Orazio e altri), segno indiscutibile che l’horror sta sollevando sempre più interesse tra un pubblico segnato dalle inquietudini e dalle paure del nostro tempo.

 

 
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