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  Letteratura  »  Il diavolo custode, di Luigi Balocchi - recensione di Gianfranco Franchi 21/09/2007
 

Il diavolo custode

                            di Gianfranco Franchi

 

È come ascoltare una ballata tra gli yegg raccontati dallo scrittore ladro e vagabondo Jack Black, padre di un genere; è come restituire alla letteratura italiana il respiro del romanzo picaresco; è alfabetizzare i contemporanei, insegnando dinamiche, nomi e interazioni dei banditi anarchici (non degli anarchici banditi) del primo Novecento, restituendo memoria a città e territori cambiati, giocando con le rime e le assonanze per tessere una filastrocca romanzata. Questo è “Il diavolo custode”, romanzo di Luigi Balocchi da Mortara, Pavia, scrittore classe 1961 estremamente sensibile nei confronti di ogni aspetto dell’espressione del territorio: linguistico, sociale, storico-politico.

L’argomento – la vicenda di Sante Pollastro, bandito di Novi Ligure – negli ultimi anni sta vivendo un periodo di rinnovata attenzione da parte del mondo delle arti popolari; cominciò Francesco De Gregori scrivendo “Il bandito e il campione”, ballata che cantava le gesta di due compaesani conosciuti per ragioni diverse: Costante Girardengo, il grande ciclista, e Sante, il bandito dalla mira eccezionale. Quindi, nel 2006 Marco Ventura pubblicò la biografia romanzata “Il campione e il bandito” per Il Saggiatore. Ecco questo “Il diavolo custode”, opera di grande interesse per ragioni linguistiche e storico-documentaristiche, strutturata in 20 capitoli numerati in dialetto.

 

Novi, 1913: cittadina, “proletaria e traffichina”, dalle “ringhiere grondanti la parlata del Piemonte ch’è già Liguria”, è composta da quattro strade. La quinta porta in galera. Tra i regi carabinieri c’è un romantico che raccoglie fondi per gli orfani di Libia: viene dalla “terra tremarola”, è siciliano, e naturalmente parla nel suo dialetto (p. 20) e non in italiano standard. Gli abitanti sono solidali con i disertori (p. 61). Dettaglia e dipinge Balocchi:

“Dei quasi cento disertori del novese, ce ne fosse stato almeno uno catturato per zelante delazione di qualche paesano. Tacciono i noveri. Nei momenti crudi, ben sanno da che parte s’ha da stare. Pure, adesso che la guerra è finita, vinta, impestata di Spagnola, è prudente non eccedere in fortuna”. Hanno due campioni (p. 148): incarnano la bicicletta e la rivoltella.

 

Sante, nato a Novi nel 1899, va con la sua bici a sparare ai lampioni, ché i lampioni hanno rubato il perdono delle stelle (p. 11). È bello e sveglio, ha abbandonato presto la scuola e vive illegalmente: “Mi difendo come posso”. Gli amici, “stesso sangue, ugual parlata”, baffi bersaglieri e ghigno duro, formeranno una banda. C’è Cavanna, Gambarotta, Musca, Pin Quaja. Disertore e “depresso”, Sante evita il fronte e campa di furti e rapine, operando in un’area estesa sino alla Francia. La sua vita è vissuta ai margini, fuggendo sempre: leggenda vivente d’una opposizione alla legalità, e allo Stato, percepito come un curioso amalgama di carabinieri, signori delle ville, fascisti (p. 67); qua e là, s’intravede il nome di Max Stirner, che tutto era fuorché un fautore del banditismo, come ispiratore di certa (r)esistenza al sistema: al solito, quando si parla di anarchia senza adeguata formazione, semplificando si equivoca facile. Stirner scriveva, sui vagabondi, parole come queste: “Si potrebbero comprendere sotto il nome di «vagabondi» tutti coloro che appaiono, al borghese, sospetti, ostili e pericolosi, giacché egli disdegna ogni tipo di vita vagabonda. E ci sono anche vagabondi dello spirito, ai quali la dimora degli avi appare troppo angusta e opprimente per potersene restare tranquilli in quello spazio ristretto: invece di mantenersi entro i limiti di un modo di pensare moderato e di prendere per verità intoccabile ciò che a tanti dà conforto e sicurezza, essi oltrepassano tutti i confini della tradizione e vagabondano in strane regioni del pensiero, sollevando critiche irriverenti e dubitando impudentemente di tutto, questi vagabondi stravaganti. Essi formano la classe degli instabili, degli irrequieti, dei mutevoli, cioè dei proletari, e vengono detti, quando manifestano la loro natura randagia, «teste inquiete». Così ampio, infatti, è il senso del cosiddetto proletariato o del pauperismo” (“L’unico e la sua proprietà”, p. 121). Non banditismo.

Del resto, Sante era un anarchico “istintivo, innocente” – quindi non culturalmente consapevole, parrebbe.

 

Stirner disprezza l’idea che “io” sia cittadino, e che si possa anche solo congetturare un sistema fondato sul concetto “popolo”, o “massa”, o “cittadini”: esiste solo l’io, e l’io deve combattere contro tiranni come lo Stato, la Religione, la Coscienza (pp. 115 e ss.). La libertà, intesa in senso borghese – per ragionare nei termini stirneriani – non esiste: l’unica libertà è quella che consiste di sbarazzarsi di qualsiasi altra cosa non sia l’io.

 

Ciò detto, passiamo agli aspetti linguistici e lessicali notevoli e interessanti. Non pochi; non posso campionarli tutti. Ecco una selezione.

Attestato il nuovo verbo “slappare”: p. 18, “slappa (…) mentre corre”, a significare qualcosa detto in corsa, simile a “sbottare ansimando”. Numerose le attestazioni del verbo “lumare”, nell’accezione originaria (“adocchiare, sbirciare”) e non nel significato odierno, il traslato e gergale “corteggiare”. Appare il notevole “brancare” (p. 39).

Nuovo l’aggettivo “fifaiolo”, accostato alla parola “ombra” (p. 30). Sta per “impaurita”. Incredibile l’accostamento dell’aggettivo “malmostoso” a un lampione (p. 26): dovrebbe trattarsi di una combinazione hapax. Al Balocchi stanno a cuore le busecche (“budella”), cfr., ad es., p. 19 e p. 39; la voce è settentrionale e poco diffusa.  Dal gergo della mala lombarda, ecco “scarpòsa”, la strada (p. 162).

Il richiamo classico – un fischio – dei novesi è il “cifulò”: cfr. p. 17 e p. 41, “solfeggio lanciato a perdifiato”.

Sante è detto “rangugnéin”, “attaccabrighe” (p. 105): non riesco a risalire al misterioso etimo della parola in questione. Vivi ancora nel parlato di determinati territori epiteti caratteristici e intraducibili come “pirletta”, “balengo” (p. 56) o “baluba” (p. 172) e esclamazioni come “belin” (p. 18) o imprecazioni come “vaccalòstia” (p. 40). Meno popolare “perdaballe” (p. 34).

Appare il prezioso “camparo” (p. 40), termine caduto in disuso: stava a significare guardiano privato di terre, in altra area linguistica, stando al De Mauro; assieme, ecco i lombardi “magùtt”, garzoni muratori (p. 183): l’etimo del termine non mi sembra razionalmente recuperabile.

Preziosa l’epifania della parola “agnazione” (p. 72). 

 

Tra gli anarchici nominati, ecco: Renzo Novatore (p. 32, p. 96), Argo Secondari (p. 124) de “Gli arditi del popolo”, Pasquale Binazzi, Francesc Ferrer (p. 24), l’assassino Bresci (p. 28). 

Tra i briganti della vecchia malavita milanese e non solo, (“ligéra”, ossia “non armata, inclusa), nominati Majno della Spinetta (p. 34), Giacomo Legorino (p. 39), “Séingro” Luigi Peotta (p. 61). Non mancano la “Banda dell’Ortica” (p. 156), dal nome del quartiere popolare, e la “Scuola della Vetra” (p. 165), dalla piazza omonima, luogo di raduno della mala milanese di allora.

Ecco invece il luogo d’origine della banda di Sante: il “Borgo delle Lavandaie”, strade pestilenti e proletarie che le guardie evitavano per varie ottimi ragioni: p. 17.

 

E così, tra patrie galere e osterie, rapine e furti, ladri e poche guardie, Balocchi ci restituisce uno spaccato di un microcosmo di quelle terre, che tanto poco conosciamo da questo punto di vista; si direbbe che certa mala lombarda si sia raffinata ed evoluta, in un secolo; imborghesita, ha rinunciato alla strada: ma la battuta è facile e politica.

 

Vorrei concludere mostrando un frammento importante: sia per accostarsi alla scrittura di Luigi Balocchi, sia per aderire allo spirito del libro. Sin d’ora, intanto, buona lettura: ai lettori forti, ai dialettologi e ai linguisti; ai cultori delle opere dedicate ai malavitosi, da quelle di Jack Black a quelle di Edward Bunker. Villon preferiamo considerarlo un artista, non un malavitoso scrivente.

 

“Parte, il barcone. Lentamente, fabulando improbabili leggende, riprende il suo destino di fatica. Da quel ventre secolare di legno incatramato che ribolle per il gelo, muove gli occhi il bel Santéin, alle mura di Milano, l’arco alto di porta Ticinese, le pietre dei cortili, i portoni, la ringhiera. Fraterna, pietosa, la nebbia danza il requiem di un’età. Sui tetti farciti di brina, traverso i porticati di rovere e granito, per vicoli e lignaggi altrimenti mai veri, il denso fumigare ravvolge ciò che non sarà più vissuto. Milano sta morendo. Muore la vecchia Milano. La Milano dei ligéra. E non per certo per la tua esecrata, innocente mano, bel Santéin. Mentre il barcone discende il naviglio, solo gli occhi ti restan chiari, all’erta. Ché, intorno, s’oscura il giorno…” (p. 216).

 

Luigi Balocchi (Mortara, Pavia 1961), giornalista e scrittore italiano. Ha fondato il gruppo di ricerca linguistica “La Brasca”. Organizza letture del repertorio vernacolare lombardo.

 

Luigi Balocchi, “Il diavolo custode”, Meridiano Zero, Pagg. 253, Prezzo € 14,00, Padova, 2007.

 

Approfondimento in rete: Dada (“La Barriera”) / Recensioni archiviate in Meridiano Zero (in progress!) / Storia della città di Mortara (Wikipedia) / Il Giornale su Girardengo e Pollastro / Wiki su Sante Pollastro (Pollastri) / La Stampa su “Il campione e il bandito” di Marco Ventura /

 

Luigi Balocchi intervistato per Lankelot da Gianfranco Franchi

(http://www.lankelot.eu/index.php/2007/09/18/balocchi-luigi-intervista-su-il-diavolo-custode-e-non-solo/

)

 

 

 

 

 

 

 

 
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