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  Letteratura  »  L'Aleph di Gianfranco Franchi, una poetica recensione, ad opera di Patrizia Garofalo, del romanzo “Pagano”, scritto da Gianfranco Franchi ed edito da Il Foglio 28/09/2007
 

L’Aleph di Gianfranco Franchi

“But they will teach us that Eternity is the Standing still of the Present Time”

                          di Patrizia Garofalo

 

Partirei dal titolo che non è mai stato per il nostro autore una griffe ma la tematica dalla quale si snoda l’opera che, in questo caso, non definirei romanzo, né antiromanzo.

Pagano deriva da “pagus”, cioè “villaggio pre-cristiano privo di credenze”: quindi libero di mutare, cercare, scoprire l’irripetibilità di ognuno in un percorso o meglio attraversamento confuso ma variegato, doloroso ma cosciente e lucido attraverso una città, un quartiere, una via.

Ambientazioni esterne ed interne sono sempre collegate in parallelo con lo stato d’animo del protagonista che vive, sogna, soffre ma sceglie.

Non è Dublino ma Roma la città dove tutto è rivisitato, corretto, accettato, denigrato, amato, senza però le fasi di distacco che accompagnano il mirabile testo dell’“Ulisse” di Joyce.

Tutto è compatto pur variante come l’ottica incantevole di un caleidoscopio le cui molteplici forme costituiscono l’alternarsi contemporaneo degli stati d’animo che smarriscono l’autore e il lettore e poi li ricongiungono proprio nell’alternarsi di essi.

Ne “L’AlephBorges scrisse: “Obliarono miseri il fattore bellezza”; “La scrittura è l’unico mezzo che possiede l’uomo per rivelare e fissare la sua verità umana. Il mezzo per capire e limitare la vaghezza dell’emozione… cioè di darle realtà”.

Bellezza e scrittura sono gli elementi che percepisco e colgo come elementi coesivi del testo: “Sono un’isola e non mi lascio popolare” (p. 20); “Cammino per il nostro cimitero a cielo aperto, adorando la bellezza distesa della città (…) Roma ha perso la memoria di sé stessa” (p. 24); “Da qualche tempo, almeno, non mi voglio più ammazzare” (p. 28); “Devo ricostruire (…) un mondo, in altre parole, in cui abbia senso vivere e sentire. Amare, soffrire (…) dormire” (p. 37).

 

Roma diventa farneticante, compulsiva, grassa, ignorante, fatiscente; pur amata, si restringe ad un quartiere… dove una mansarda protegge, una gatta fa compagnia mentre, contemporaneamente, l’autore si dichiara “isola” e “partita iva”.

L’autoconvincimento di omologazione è poco credibile, è provocatorio anche se la koinè è smembrata, la comunicazione tranciata e violentata.

Si apre una voragine su Via Fonteiana dove da bambino lo portavano sul carrozzino… lì… nel quartiere di Pasolini, Gadda, Caproni… Gianfranco entra… tutto si ripassa, si vede, se ne coglie il significato… si ritorna alla terra madre… all’archetipo… alla Patria che nasconde l’etimo di padre… Pagani… liberi e svincolati: “La mia terra mi ha inghiottito e adesso la posso raccontare” (p. 86).

 

Gianfranco Franchi… e la scelta di scrivere, scrivere, scrivere. Potremmo avvicinarci e tentare di essere arcipelaghi comunicanti. L’ autore pone a fine testo versi struggenti su Roma… vista, vissuta, odiata, amata della quale sceglie comunque d’esserne cantore, riconfermando la valenza in un mondo che, pur sbriciolato, accende di luce tutte le pagine che riecheggiano non solo il nerudiano “non ti amo più… ma quanto ti ho amato” ma soprattutto: “ti vedo così malridotta e per questo… io ti canterò”

Gianfranco Franchi (Trieste, 1978), narratore, poeta e critico letterario romano e mitteleuropeo. 

Gianfranco Franchi, “Pagano”, Il Foglio Letterario, Piombino 2007.
Prefazione di Gordiano Lupi. Postfazioni di Francesca Mazzucato e Patrick Karlsen.

 
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