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  Letteratura  »  Arthur Rimbaud, il poeta ribelle, di Fabrizio Manini 05/10/2007
 

ARTHUR  RIMBAUD

IL POETA COME RIBELLE

di Fabrizio Manini

 

La vita di Jean Nicolas Arthur Rimbaud (1854 - 1891) si svolge in una Francia dilaniata dalla guerra civile. Il 1870 è l’anno più tragico in quanto i prussiani travolgono l’esercito imperiale e a Parigi avviene la rivoluzione. Rimbaud, essendo nato nelle Ardenne, viene dalla provincia, ma la sua poesia si fa subito interprete della letteratura del tempo, inizialmente accettandone lo stile e i tratti tipici, successivamente modificandoli fino a stravolgerli per conseguire una forma espressiva originale e innovativa di stampo modernista. La sua formazione proviene in primis da Rebelais, Hugo, Baudelaire e dai Parnassiani, ma molta importanza hanno anche autori socialisti come Proudhon, Babeuf e Saint-Simon. Travolto da una sorta di odio viscerale per tutto ciò che è regola e routine, trascorre alcuni anni nella Ville Lumière, prima con le esperienze della Comune, poi ospite in casa di Verlaine. In una delle sue opere più celebri, Il battello ebbro del 1871, troviamo già in embrione la sua concezione visionaria della vita e del mondo unita al motivo del viaggio verso e attraverso luoghi esotici e tropicali, quello stesso viaggio che poi realizzerà concretamente in Africa negli ultimi anni della sua vita. L’incontro con Verlaine, che è già un poeta affermato e apprezzato, avvicina Rimbaud agli ambienti letterari, tanto che i due decidono di vivere insieme prima in casa di Verlaine, poi a giro per l’Europa soprattutto in Belgio e Inghilterra. Alcuni ritratti di Rimbaud lo presentano come un giovane piacente e di bell’aspetto per cui la sua relazione con Verlaine viene tacciata di omosessualità. La presenza continuativa e ingombrante di Rimbaud distrugge il matrimonio di Verlaine con sua moglie; i due poeti vengono allontanati dalla casa dove convivono e iniziano così una vita dissoluta fatta di stenti, di indigenza, di sregolatezza, di liti furiose, di fughe reciproche fino a culminare con il ferimento di Rimbaud da parte dell’amico e presunto amante il quale sconterà due anni di carcere per l’insano gesto.

Dal 1873 al 1875 Rimbaud è solo; si rinforza in lui l’avversione generalizzata per il perbenismo borghese, per tutto ciò che è imposizione, preconcetto, obbligo ed etica. Tornerà più volte alla casa natìa, ma i durissimi scontri con la madre, verso la quale si scatenerà un odio indicibile e incontenibile, lo portano a troncare i contatti con quel che resta della sua famiglia e, per un certo tempo a isolarsi dal mondo. Questi due anni sono i più produttivi per Rimbaud: vedono la luce i suoi massimi capolavori, cioè Una stagione all’inferno del 1873 e le Illuminazioni del 1875. Il primo, erroneamente considerato dalla critica l’opera di addio alla letteratura, consiste in un viaggio virtuale nella psiche e negli infiti recessi di follia che la caratterizzano e la abitano da sempre. Scritta in appena cinque mesi, è interamente pervasa da un’apparente volontà di autodistruzione che concilia il delirio di notti definite infernali con quelle che sono le combinazioni alchemiche della parola in una sintesi di ricerca inesauribile nei confronti di un sovrumano che possa dare rivelazioni inattese. Rimbaud lascia intendere che l’uomo non può accedere alle gioie del paradiso né alla conoscenza assoluta in quanto per i mortali esiste solo la rugosa realtà; ed è proprio questa realtà che permette di essere moderni perché fornisce la consapevolezza di possedere la verità nel corpo e in concomitanza nell’anima. Il secondo sono poemetti scritti in prosa indicati con una voce inglese relativa a incisioni e colori. Non sono costruiti secondo una sequenza strettamente logica di immagini e discorsi ma, diversamente, presentano un’espansione libera di sintassi e verso tramite l’enumerazione e i collegamenti più insoliti e bizzarri con la visione del fantastico completamente slegata da vincoli di tipo razionale e quindi apertissima a un misticismo che sostituisce la realtà fino a cancellarla.

Quando Verlaine esce di prigione è un uomo diverso, convertito alle pratiche religiose e sinceramente ravveduto. Cerca l’amico Rimbaud, ma sarà il loro ultimo incontro-scontro perché si separeranno definitivamente. Nel 1880 Rimbaud parte per l’Africa dove vivrà commerciando e contrabbandando con gli indigeni, ma soprattutto dimenticando la poesia e la scrittura. Un tumore al ginocchio lo costringe a tornare in Europa undici anni dopo. Morirà a Marsiglia pochi mesi prima che venisse pubblicata la raccolta delle sue poesie sotto il titolo di Reliquiario.

In una lettera del 1871 al Demeny (successivamente smentita dalle tesi contenute in Una stagione all’inferno), Rimbaud teorizza un poeta-veggente attraverso il totale disordine dei sensi: il poeta è qualcosa che deve avere in sé ogni forma di amore, di sofferenza, di odio, di pazzia e di lucidità, possedute sia nel senso della perdizione sia nel senso della perfezione. Solo per questo percorso egli può divenire il grande infermo, il grande interprete, il grande maledetto, il solo e unico demiurgo che si apre all’ignoto. Il poeta, tramite la lingua dell’anima, riassume tutto e comprende l’universo. La posizione di Rimbaud è contrapposta sia alla soggettività romantica sia all’oggettività razionalistica in quanto l’io poetico è finalmente nelle condizioni di poter rivelare l’uomo a se stesso e di muoversi in maniera autonoma nella realtà precorrendone i tratti significativi. Il grande limite di questa teorizzazione è che per raggiungere tale scopo il poeta avrebbe dovuto smantellare le difese della ragione, della realtà e dei sentimenti cercando un delirio alternativo nell’artificialità esterna (l’alcool e le droghe di Baudelaire). Rimbaud, pur dominato dall’avversione per le istituzioni, la religione, la famiglia, la patria, forse si rese conto che ritrovare l’essenza dell’arte salvando il mondo era fuori dalle capacità umane: questo lo spinse ad abbandonare precocemente la poesia dopo averne indelebilmente segnato il corso.

 

 

 

 
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