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  Letteratura  »  Paul Verlaine Peccato e redenzione, di Fabrizio Manini 12/10/2007
 

PAUL VERLAINE

PECCATO E REDENZIONE

di Fabrizio Manini

 

Soltanto in pochissimi casi, come accade per Verlaine, la vita si intreccia inscindibilmente con l'opera, costituendone parte integrante e un rimando continuo. Anzitutto l'ossessione amorosa iniziata, da una parte, con la carolingia Clotilde e proseguita con le prostitute degli ultimi anni, in contrapposizione a una serie parallela di incontri omosessuali. La sua poesia nasce sempre dall'incontrollabile bisogno di raccontareesperienze”; per questo quando egli tenta di trovare un certo equilibrio nell'esaltazione dell'amata e la ricerca di significato nelle cose mediante una nuova dimensione religiosa dell'esistenza, i suoi versi sono , a testimoniare quel particolare momento della vicenda autobiografica. A ben guardare, comunque, non è autobiografismo puro e greve: ad esempio le Feste Galanti mostrano come sia possibile l'evasione attraverso la fantasia e il sogno per calarsi in universi nuovi e seminesplorati, anche se molto presto c'e un ritorno all'ubriachezza e ai dolori. Come ha giustamente osservato Mallarmé, ci troviamo di fronte a un poeta in perenne fuga da qualcosa di non ben definito verso qualcosa di ignoto; l'esistenza di Verlaine è un fluttuare ininterrotto attraverso una serie interminabile di luoghi più o meno anonimi che costituiscono, in senso figurato, una sorta di labirinto privo di uscita. Pochi i momenti privi di dolore (la maggior parte dei quali prima dell'incanto con Rimbaud nel 1871): ospedali, stamberghe, postriboli e talvolta anche prigioni, sono le dimore abituali da quando lascia la moglie Mathilde de Fleurville per andare a vivere con Rimbaud. È vero che gli vengono tributati alcuni importanti riconoscimenti (come la nomina a principe dei poeti), ma mai come in questo caso, e come egli stesso affermerà, il titolo equivale a principe dei poveri e dei disperati. Ciò che in un certo senso lo salva è il voler continuare a scrivere, sempre e comunque, forse anche troppo negli ultimi anni: la dignità e il senso della vita stanno infatti nella poesia, la Sua poesia, tenera e aggressiva, peccatrice e redentiva, raffinata e carnale. Ma l'immenso limite della poesia è che essa non pone chi la crea al di fuori delle cose, non regala alcun luogo riparato; e la vita, inafferrabile e sfuggente, incalza spietata con le sue folli corse. Il segno sotto il quale si svolge la vita di Verlaine è quello di Saturno, dove regna la melancholia; ma non è affatto la malinconia gentile del Pindemonte e di altri autori; piuttosto un umor nero universalizzato che consente di percepire il mondo soltanto in maniera inquieta e angosciata. Nello stesso tempo, però, il poeta avverte la vita con pienezza di sensi e profonda partecipazione: infatti mentre Rimbaud affronta sistematicamente e razionalmente i deserti e la pazzia dell'essere, e Mallarmé si ritaglia una realtà privilegiata e assoluta, la poesia di Verlaine conosce abbandono, tenerezza, inquietudine e gioia di una sensualità onnipresente e talvolta esasperata. È quasi prodigiosa la sua capacità di trasporre in versi i moti disordinati della sua anima, le tentazioni della carne, le fantasie più lievi, gli ideali di uomo, Le esperienze corporee e fisiche e il suo pensiero di artista vivente e vissuto. Da parte di Rimbaud e dei poeti parnassiani, moltissime sono state le sollecitazioni rivolte a Verlaine affinché questi prendesse le distanze dall'Io ipertrofico al fine di conquistare una diversa oggettività: ma nelle liriche che Verlaine compone la conoscenza avviene attraverso tutti i sensi, con una marcata tendenza alla musicalità del verso. Durante il passaggio dalla percezione esterna alla creatività interna si apre una serie di rimandi e di conispondenze di baudeleriana memoria; la predisposizione dell'animo attonita e trasognata verso la tenerezza, la raffinatezza, il gusto della sfumatura, sono segni inconfondibili di Verlaine e inseparabili dalla sua sensibilità. Come si può intuire contraddizione e antitesi sono elementi di fondo nella vita e nelle opere di Verlaine: da un lato l'esigenza di cantare l'amore più trasgressivo e il desiderio più violento, dall'altro il bisogno di redenzione e la speranza di trovare un punto fermo in un credo sicuro, non rappresentano necessità di tipo letterario, ma si impongono come urgenze esistenziali e irrimandabili.

Molto originale il mondo che ci viene rappresentato in Feste Galanti; i paesaggi sono quelli dei dipinti di Watteau, di Fregonard, di Boucher. In un ideale Settecento incantato, tra meravigliosi giardini e dolci cascate d'acqua, si muovono i personaggi della commedia italiana: Arlecchino, Colombina, Pulcinella e moltissimi altri. Naturalmente non si tratta di una ricostruzione allegorica o storica, ma di una proiezione dell'anima. Nel fiabesco paesaggio rimane un'eco dell'amata Lécluse dove vive Elisa per la quale Verlaine prova una forte e ambigua attrazione: dietro le siepi di bosso, le fontane e le balaustre c'è infatti il ricordo delle passeggiate con la bella cugina; ovunque domina sempre un'atmosfera di sogno che non esclude il capriccio, il gioco, il dolore. La distanza nel tempo (fra la vicenda vissuta e la vicenda raccontata) permette però alla poesia di comporre il quadro e il racconto in ritmi misurati ed espressioni eleganti. D'altra parte, un senso di tiepida umanità, l'intensità dei colori, la soavità delle atmosfere, la stupenda musicalità impediscono a quest'opera di finire, come spesso succede in casi analoghi, nelle secche di un'Arcadia fredda e letteraria.

Una curiosità che riguarda Paul Verlaine: il segnale dell'avvenuto sbarco alleato in Normandia, il 6 giugno 1944, fu trasmesso da Radio Londra attraverso una poesia. Si trattava di Canzone d'autunno uno scritto poco conosciuto del poeta di Metz, contenuto nella sezione Paesaggi tristi dell'opera Poesie Saturnine; versi tra i più solitari e segreti della lirica di tutti i tempi, erano stati scelti per annunciare la controffensiva bellica più importante e sanguinosa nella storia dell'umanità. Di seguito la traduzione in italiano a cura di Fabrizio Manini.

 

 

 

Canzone d'autunno

 

I singhiozzi lunghi

dei violini

         dell'autunno

 

mordono il mio cuore

di un languore

         monotono.

 

Soffocando

e livido, quando

         suona l'ora,

 

io mi ricordo

i giorni antichi

         e piango;

 

e me ne vado

nel vento malvagio

         che mi porta

 

di qua di là

come

         foglia morta.

 

 
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