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  Letteratura  »  Paul Valéry Poeta dello spirito, di Fabrizio Manini 09/11/2007
 

PAUL VALÉRY

POETA DELLO SPIRITO

di Fabrizio Manini

 

 

Nonostante nell'opera e nel pensiero di Paul Valéry (1871 - 1945) siano ravvisabili le influenze di Baudelaire, il suo vero, grande e forse unico maestro è stato senz'altro Mallarmé, in quanto anch'egli era un appassionato di ricerche linguistiche d'ordine intellettuale. La precocità di Valery riguardo all'interesse per le lettere, oltre che dalla presenza di Mallarmé, è dato dalla concomitanza di intelligenza critica e profondità di espressione. La lucidità di pensiero e il gusto per l'innovazione, uniti al piacere dell'analisi e alla curiosità della mente, gli hanno permesso di andare oltre quello che sono stati i parnassiani (come del resto era già avvenuto per Mallarmé). Ma la svolta decisiva fu la conoscenza dell'opera di Poe, che ne modificò gli orientamenti e lo sospinse verso il desiderio di una modalità espressiva più pura. La ricerca quasi ossessiva di perfezione lo indirizzò verso un misticismo di arte per l'arte, attraverso la qualità del linguaggio in generale e dei singoli versi in particolare che contemporaneamente manifestavano il rifiuto delle azioni spontanee per privilegiare quelle della ragione e della mente.

A ventuno anni Valéry vive una profonda crisi che lo allontana dalla scrittura e dalla poesia avviandolo per contro allo studio della fisica e dei numeri. Nel saggio sull'Eureka di Poe la responsabilità viene attribuita ai dubbi e alle incertezze dei vent'anni, secondo quella che egli stesso chiamerà crisi dello spirito. La battaglia contro i discutibili modelli ufficializzati dalla cultura dominante si trasforma nel poeta in una lotta contro la propria sensibilità e contro quei vezzi affettivi del tutto inutili alla libertà della mente. Fra il 1895 e il 1896 scrive L'introduzione al metodo di Leonardo da Vinci e la Serata col Signor Teste nei quali teorizza una metodologia finalizzata all'esigenza irrimandabile di chiarezza che lo porta verso la filosofia cartesiana e verso gli studi leonardeschi circa le leggi interne per la conquista di un metodo d'azione.

Il distacco dalla letteratura prosegue per due decadi, ma fortunatamente rimane la frequentazione degli ambienti letterari e il contatto continuo con Mallarmé e Huysmans. Sono anni relativamente tranquilli per Valéry, il quale ricopre un incarico ministeriale e spessissimo è a Genova, la città natale della madre. Il riavvicinamento alla poesia avviene nel 1917 con La giovane Parca; faranno seguito le Odi e l'Album dei versi antichi nel 1920; e poi la raccolta Incanti del 1922 nella quale è contenuta la celebre Cimitero marino. Intanto vedono la luce anche i dialoghi L'anima e la danza del 1923 e Eupalinos  o l'architetto dello stesso anno; i saggi, raccolti nei cinque volumi dal titolo Varietà (1924 - 1944); gli studi politici Sguardi sul mondo attuale del 1931 e Dialogo dell'albero del 1943; la commedia uscita postuma nel 1945 Mio Faust.

Nel Cimitero marino Valéry si abbandona a una vena melanconica e confessoria dove ci fa sapere che i temi costanti della propria vita affettiva e intellettuale sono associati alle visioni e al ricordo del Mare Nostrum (Mediterraneo): mare e cielo si tramutavano nei protagonisti del poema fino al punto che l'influsso marino cambiava la sua seduzione lirica in una sorta di intervento quasi tangibile sulle persone fisiche di chi osservava. Questa forza è indipendente dal linguaggio e soprattutto esiste da prima di esso; quindi per Valéry la parola non è l'unica maniera per esprimersi e per conquistare la realtà, in quanto anche la conoscenza nativa è un percorso poetico verso la via dell'origine. Il mare comunque rimane sempre un elemento importante per il poeta perché riesce a conferirgli una sensazione di completezza e totalità, suscitando in lui emozioni nel corpo e nella fantasia.

L'Italia ha sempre avuto molta impotanza nella vita di Valéry. Il padre era corso, la madre genovese, egli aveva una predilezione per Leonardo e grandi simpatie per la mentalità pragmatica e artistica rinascimentale; il popolo italiano, secondo Valéry, aveva un sentimento delle arti sempre collegato alla vita, tanto che ne esalta gli intenti e le evidenze nel Preambolo al catalogo dell'esposizione d'arte italiana. In uno scritto del 1924 dedicato a Genova, Valéry ricama ulteriormente sulla nozione di italianità che, nel suo pensiero, trova corrispondenza nella semplicità di vita, sincerità interiore, gusto della realtà limitato all'essenziale, sostanziale spensieratezza e presenza di segreti.

Gli ultimi anni della sua vita lo vedono lavorare controvoglia nelle università. La sua fama è ormai nazionale e l'allocuzione su Bergson, che era di origini ebraiche, conferma la sua indipendenza intellettuale. Con la liberazione esce dall'isolamento voluto dai fascisti; prende la parola in occasione del 250° anniversario della nascita di Voltaire parlando per tutta la nazione francese e per l'intera umanità. Alla sua morte viene sepolto nel paesino di Sète, dove era nato e al quale era rimasto sempre legato da un affetto profondo.

 

 
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