Area riservata

Ricerca  
 
Cookies Policy  
 
Diritti d'autore  
 
Biografia  
 
News  
 
Canti celtici  
 
Il cerchio infinito  
 
Bell'Italia  
 
Poesie  
 
Racconti  
 
Scritti di altri autori  
 
Editoriali  
 
Recensioni  
 
Letteratura  
 
Libri e interviste  
 
Freschi di stampa  
 
Intervista all'autore  
 
Il mondo dell'editoria  
 
Le Agenzie Letterarie  
 
Fotografie  
 
 
 

  Letteratura  »  Sui sogni di Adorno, fido maestro sostituto, di Carlo Bordoni 22/11/2007
 

SUI SOGNI DI ADORNO, FIDO MAESTRO SOSTITUTO

                       di Carlo Bordoni

 

La scomparsa di Theodor Wiesengrund Adorno, principale animatore della Scuola di Francoforte (assieme a Max Horkheimer), avvenuta nel 1969 a Visp, ha coinciso significativamente (e forse persino fisicamente) con la massima esplosione della rivolta studentesca, che aveva preso l'avvio nel '68 col maggio francese. La sua vita, come ha ricordato Ranieri Polese sul “Corriere della Sera” del 5 ottobre – era segnata da un'angoscia profonda, da un'insoddisfazione radicatasi in lui fin dagli anni Trenta, in coincidenza con l'abbandono della Germania nazista e l'esilio negli Stati Uniti dove, differenza di altri profughi (a cominciare da Leo Löwenthal), non si era mai sentito a casa.

Valeva, per Adorno, quanto scritto da György Lukács negli anni duri dello stalinismo. Lukács aveva  accusato i filosofi tedeschi d'indifferenza; di essersi sistemati nell'Hotel Abisso, “un elegante e mo­derno hotel, fornito di ogni comodità, sull'orlo dell'abisso, del nulla e dell'assurdità. E la vista giornaliera dell'abisso, fra pia­cevoli fe­stini e produzioni artistiche, non può che accrescere il gusto di questo confort raffi­nato” (Teoria del romanzo, 1954). Un'accusa che aveva ferito Adorno, al punto da lasciargli un segno indelebile.

E anche dopo la guerra, una volta tornato a Francoforte, dove iaveva ripreso l'insegnamento, continuava a provare disagio per non essere stato presente alla tragedia del nazismo. Quasi un senso di colpa nei confronti di chi non era stato altrettanto fortunato, come l'amico Walter Benjamin, suicida nel 1940 per sfuggire ai nazisti. La ripresa del lavoro universitario non era stata facile. Il contatto con gli studenti, soprattutto negli ultimi anni, si era fatto doloroso, conflittuale. Il loro radicalismo mal si coniugava con la teoria critica, con l'analisi aristocratica che denunciava i mali della società tenendosi in disparte, rinunciando a ogni prassi politica. Eppure dalla stessa scuola francofortese era uscito Herbert Marcuse, il cui L'uomo a una dimensione (1964) era divenuto in breve tempo il vademecum ideologico delle nuove generazioni.

Gli studenti sono ingenerosi. Rifiutano la sua lettura della società, gli impediscono di fare lezione e lui reagisce in maniera scomposta, chiamando la polizia: gesto disperato, che si dimostra suicida per un uomo di sinistra e la dice lunga sulle sue condizioni psicologiche agli inizi del '69. Un altro episodio increscioso si era registrato durante le sue lezioni di filosofia tra il 1962 e il '63, raccolte poi col titolo Terminologia filosofica (1973), dove aveva scatenato contro Heidegger una critica feroce e per­sino eccessiva nei toni, al punto da suscitare la protesta degli studenti e a costringerlo a rispondere, dalla cattedra, con una difesa d'ufficio, indicativa di una difficoltà crescente.

Adesso la pubblicazione, a quasi quarant'anni dalla sua morte, della straordinaria raccolta dei suoi sogni (Sui sogni, a cura di Michele Ranchetti, Bollati Boringhieri, 2006), contribuisce a mettere a nudo la sua personalità complessa: l'unico filosofo a confessarsi liberamente, narrando i particolari più intimi del suo privato, quasi lasciandosi andare sul lettino dell'analista freudiano. I Traumprotokolle, editi da Suhrkamp, che ha pubblicato l'opera omnia del pensatore tedesco, ci fanno conoscere i suoi lati oscuri, avvicinandocelo più di quanto riescano a fare i saggi filosofici e sociologici, musicali e letterari, spesso di difficile interpretazione, come l'ostica Teoria estetica (1970), rimasta incompiuta.

Tra le apparizioni più ricorrenti c'è quella di un'affascinante attrice di Monaco, più giovane di lui di 34 anni, definita la “bella bimba”, di cui mantiene un ricordo dolce e inappagato, tanto persistente da accompagnarlo fino a quel fatidico 6 agosto del 1969, in cui viene stroncato da un infarto, dopo un'escursione in montagna. Non c'è traccia, nei suoi sogni “pubblici”, di un altro amore proibito, questa volta di natura omosessuale, vissuto con Sigfried Kracauer e svelato da Cesare Cases nelle sue Confessioni di un ottuagenario (Donzelli, 2003).

Ma Adorno, per dirlo con le parole di Cases, “ha il grande merito di aver traghettato la speranza, un lume fioco, in un'epoca in cui sembrava estinto… reggendolo sulle sue fragili spalle”. Uno dei più grandi pensatori del Novecento, quello che, meglio di altri, ha denunciato le ambiguità della cultura di massa e i pericoli dell'industria culturale governata dai grandi poteri economici. Resta sempre il “fido maestro” di un tempo, che nessuno è stato ancora in grado di sostituire.

 

 
©2006 ArteInsieme, « 010022571 »