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  Letteratura  »  Quando il serial-killer insegue la realtà, di Carlo Bordoni 13/12/2007
 

QUANDO IL SERIAL-KILLER INSEGUE LA REALTA’

di Carlo Bordoni

 

Douglas Preston & Lincoln Child

Il libro dei morti

ed. orig. 2006, trad. dall’inglese di Andrea Carlo Cappi,

pp. 502, € 18,00,  Sonzogno, Milano, 2007.

 

Una coppia di scrittori che scrive a distanza: questa, forse, è la caratteristica più evidente che distingue il modo di produrre della premiata ditta Preston & Child. Un libro l’anno, immancabilmente, dal 1995, da quando il sodalizio ha preso vita: Lincoln Child, stanco di fare il redattore di una grande casa editrice, desideroso di passare dall’altra parte; Douglas Preston, stanco di passare il suo tempo nelle stanze del Museo di Storia Naturale di New York, dove svolge da anni l’attività di curatore. L’uno resta a New York, l’altro sceglie l’Italia e Firenze per dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. Come si fa a scrivere a quattro mani e a distanza? Il metodo adottato da Preston & Child è di un’estrema semplicità: definita la storia a grandi linee, fissati i punti nodali e la funzione dei personaggi, iniziano a buttare giù il testo, inviandoselo reciprocamente. Ognuno rilegge, revisiona, integra e modifica il testo dell’altro, finché la stesura non raggiunge un livello soddisfacente e non diviene definitiva.

Per questo, anche sottoposto alla lettura critica più severa, non si nota la differenza tra i due registri, tra le personalità dei due autori, dato che entrambi sono intervenuti nella scrittura dell’altro al punto da modificarla radicalmente. Ne esce uno stile originale, assolutamente autonomo che sembra appartenere a un terzo autore “in assenza”. Un po’ come l’Ellery Queen del romanzo giallo, pseudonimo di Frederic Dannay e Manfred B. Lee, un alter ego che prende vita propria e assume una personalità indipendente.

Più ancora dei titoli precedenti (tutti complessivamente autoconclusivi), Il libro dei morti va letto in sequenza dopo La danza della morte (2005, ed. it. 2006), di cui rappresenta il necessario completamento. In parte ciò è dovuto a una mutata disposizione degli autori, che sembrano essersi decisi a dar vita a un gigantesco affresco, fitto di intrecci personali e destinato a sfociare in una saga che mantiene, al centro, la figura di Pendergast e dei suoi amici (l’archeologa Nora Kelly, il tenente D’Agosta, il giornalista Smithback).

In parte, tuttavia, è anche dovuto all’inattesa introduzione sulla scena del misterioso fratello di Pendergast, Diogenes, la cui scomparsa nel cratere di Stromboli lascia presagire un terzo atto: ma non subito, perché il nuovo romanzo, Wheel of Darkness (2007), appena uscito negli Stati Uniti, vede Pendergast e la sua pupilla, Constance Greene, impegnati in un Grand Tour e coinvolti nella ricerca di un misterioso oggetto trafugato da un monastero tibetano.

Come nel primo romanzo, The Relic (1995), il centro dell’azione si svolge all’interno del Museo di Storia Naturale di New York, dove Preston ha lavorato per molti anni come curatore. Nei meandri del museo, che l’Autore descrive con meticolosa puntualità, è stata trasferita in toto un’antica tomba egizia, sulla quale grava una maledizione. Murata fin dagli anni Trenta, dimenticata da tutti, la tomba di Senef, gran Visir del faraone Tutmosi IV, si presta magnificamente alla realizzazione del piano criminoso di Diogenes, il fratello malvagio di Pendergast, che vuole vendicarsi di lui, facendolo credere colpevole di una serie di delitti, iniziati in La danza della morte con una serie di spettacolari uccisioni pubbliche e destinati a culminare in una carneficina dentro il museo. Vittime predestinate, come allora, le personalità più in vista di New York.

Di particolare pathos e suspense è l’ultima parte del romanzo, che narra la disperata fuga di Diogenes attraverso l’Italia (con una sosta in una Firenze assai ben descritta nei particolari, da cui trapela l’amore di Preston per la sua città di adozione), fino all’isola di Stromboli, dove Diogenes si rifugia, inseguito dal fratello e da Constance, l’eterea ma determinata fanciulla che ha sedotto e abbandonato, spingendola al suicidio.

Quasi ogni giorno la televisione ci porta dentro casa immagini e particolari di cronaca che sembrano presi di peso da romanzi splatter: madri assassine, vicini che sterminano famiglie intere per futili motivi, figli che fanno a pezzi i genitori, in un crescendo che non ha più limiti.

Gli scrittori di horror fanno fatica a star dietro alla realtà con i suoi dati brutali che superano anche la fantasia più sbrigliata. Leggendo Preston & Child si ha la palpabile sensazione di trovarci di fronte a un disperato sforzo iperrealista, teso a recuperare una crudezza, un’efferatezza delle descrizioni macabre che si dimostri originale o in qualche modo inatteso, rispetto alla cronaca nera.

A quel tipo d’informazione a cui siamo ormai abituati e che ci fa sembrare “normale” ogni atto di ferocia consumato sull’uomo, in un crescendo che non ha più limiti. Criminal minds, un serial televisivo in prima serata, non esita a mettere in scena reperti anatomici sanguinolenti, nel più puro stile splatter, nella convinzione ormai di non scioccare più nessuno, neanche nella fascia oraria protetta. L’orrore, in quanto genere letterario, è costretto a trovare nuove strade per atterrire, per scatenare la paura in lettori sempre più disincantati. Ci si trova di fronte a una duplice possibilità: operare una continua escalation di violenza descrittiva, arrampicandosi sugli specchi, nella ricerca esasperata di sempre maggiori atrocità, oppure scegliere la strada (più ardua) della devianza, dello scarto psicologico, dell’inquietudine esistenziale. Una formula già sperimentata da Stephen King in molti suoi romanzi, che però sembra aver esaurito, almeno per il momento, le sue possibilità. Anche King, come Preston & Child, è tornato alla materialità inequivocabile del sangue versato: The Cell (2006), Duma Key (2007). Segno che anche l’horror, se vuole perseguire nuove strade, se intende sperimentare inedite modalità per scatenare la paura in chi legge, deve ripartire da zero. Con umiltà e una certa dose di ingenuità. In fondo i lettori cambiano. Non sono gli stessi di quando, negli ormai lontani anni Settanta, King scriveva le prime prove d’autore: a una o due generazioni di distanza, tutto può essere nuovo, può ricominciare da capo, adeguandosi a un presente più degradato.

Quando la coppia Preston & Child deve immaginare l’orrore più profondo, un crimine da incubo che, in altri tempi, avrebbe infestato i sogni di incauti lettori, non trova di peggio che mettere in scena una serie di omicidi gratuiti, privi di apparente movente, la cui gratuità e casualità dovrebbe alimentare paure irrazionali, proprio perché priva di un disegno logico, e quindi incontrollabile. Mostruosità teratogene che si annidano nelle menti distorte di veri geni del male che rivelano insospettate capacità distruttive, ricche di fantasia omicida e di perfezionismo tecnico. Gli assassini sono sempre letali, temibilissimi, onniscienti e incombenti. Non sbagliano mai una mossa, sono puntuali e meticolosi, quasi privi di difetti, al punto da farci pensare che se impiegassero le loro doti nel campo degli affari, sarebbero uomini di successo e potrebbero così sublimare le loro turpi pulsioni senza andare in giro ad ammazzare qualcuno.

Sono bravissimi, organizzatissimi e spesso fanno tutto da soli. Gestiscono il loro business inconfessabile nel più assoluto riserbo, riuscendo a fare cose che i comuni mortali non potrebbero tentare neanche alla luce del sole, con l’aiuto di uno stuolo di specialisti e di segretarie tuttofare. Non è facile la vita del serial-killer: deve destreggiarsi in un oceano di piccole incombenze, dai segnali da lasciare alle lettere da scrivere, dalle impronte da cancellare ai corpi da occultare; il tutto senza destare sospetti, vivendo una vita apparentemente normale, una doppia vita che deve causargli uno stress altissimo.

Malgrado tutte le difficoltà il serial-killer riesce a mantenere la calma e la lucidità, a svolgere il suo lavoro senza sbavature e persino a divertirsi. Sennò perché darsi tanto da fare, se non c’è un po’ di soddisfazione? Un lavoro ingrato, eppure l’horror riesce sempre a scovare professionisti che si prestano magnificamente alla bisogna.

Di fronte a serial-killer d’eccezionale capacità non potevano che opporsi investigatori di pari livello. Altro che tenenti Colombo scalcinati e mezzi orbi, privi di un’adeguata tecnologia, costretti ad aggirarsi su bagnarole che cadono a pezzi, forti solo della lucida logica e dell’intuizione personale! Veri antieroi, caricature commoventi del superuomo borghese degli anni Trenta.

Il protagonista in positivo di Preston & Child, Pendergast, è tutt’altro che sprovveduto: sì, Pendergast (solo il cognome: solo più tardi si è venuto a sapere il nome, Aloysius). È un agente davvero speciale dell’FBI. Per niente macho. Antieroe per eccellenza, minuto, pal­lido, non aggressivo, tutto il contrario di quello che ci si può aspettare da un tutore della legge; una figura evanescente e incor­porea che sfugge persino a una descrizione fisica accurata. Sem­pre vestito di nero, anche sotto il sole torrido, mai a disagio, sfoggia un perfetto à plomb in ogni occasione. Nelle situazioni più scabrose se la cava col suo savoir faire e una perfetta conoscenza della psiche umana, delle sue debolezze e delle qualità nascoste. Coglie sostanziosi spunti da molta letteratura poliziesca, come da qualche classica spy story, a cominciare da James Bond, di cui ripete il gusto per le belle cose (ma non sempre per le belle donne), la freddezza, l’acutezza intellettuale, il piacere per la buona tavola e i buoni vini. Non è perfetto, Pendergast, è figlio di questo tempo e ha perso per strada la pretesa di rappresentare l’uomo ideale in un contesto corrotto. Ma la sua onestà non è mai messa in dubbio, anzi sta al di sopra di ogni sospetto, come si conviene a un rap­presentante della legge. Senza tentazioni, senza macchie, senza secondi fini. Puro siccome un angelo. E ricco. Straordinariamente ricco. Tanto che la professione di agente federale è più che altro un hobby, l’occasione per giustificare la sua presenza sulla scena del delitto. Quando si muove, lo fa a proprie spese, senza farsi man­care ogni comodità, scegliendo gli alberghi migliori e i cibi più raffinati.

Se assomiglia a Philo Vance, l’investigatore dandy di S. S. Van Dine, lo è solo in parte, poiché in realtà è molto di più. Ha tutte le qualità e gli attributi necessari a far fronte a criminali geniali, perché lui stesso ha un’intelligenza superiore, qualità fisiche straordinarie, capacità e cultura e, soprattutto, un patrimonio ragguardevole a cui attingere liberamente. In più, come se non bastasse, non è affatto un outsider, un estraneo al corpo di polizia, costretto a mediare e a confrontarsi continuamente con le istituzioni, perché è un agente dell’FBI, ma così libero di muoversi, di agire in piena autonomia, da far invidia al più famoso “privato”, al Philip Marlowe di Raymond Chandler.

Sarebbe un perfetto investigatore, Pendergast, per storie poli­ziesche d’impianto classico, invece la coppia Preston & Child, i cui prodotti sono ormai etichettati come “la nuova dimensione della paura”, hanno preferito farne un investigatore dell’occulto e mandarlo, ogni volta, in missione dentro sconvolgenti storie d’orrore.

Nel giugno 2008 uscirà negli States l’edizione inglese di Dolci colline di sangue (2006), il romanzo inchiesta scritto con Mario Spezi, che ha portato questi all’arresto con l’accusa d’inquinamento delle prove e Preston alla decisione di non rientrare in Italia. Il libro s’intitolerà The Monster of Florence e c’è da scommettere che scatenerà ancora polemiche e strascichi giudiziari, dimostrando ancora una volta come tra l’orrore fantastico e quello reale, con cui dobbiamo fare i conti quotidianamente, non c’è poi molta differenza.

 

 

 
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