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  Letteratura  »  Poesia ritmo di salsa - Terza puntata, a cura di Gordiano Lupi 28/12/2007
 

Poesia a ritmo di salsa

Viaggio nella nuova poesia cubana

Terza puntata

 

di Gordiano Lupi

 

Credo di non divagare troppo se mi soffermo a parlare di Willy Chirino, con buona pace dei puristi che tracciano un confine netto tra poesia e musica. A Cuba non esiste questa netta differenziazione e molti cantautori sono soliti firmare ottime raccolte poetiche. Willy Chirino non è tra questi e ancora non ha pubblicato un volume di testi, anche se in Europa molti traduttori lo hanno fatto per lui (primo tra tutti Danilo Manera nel volume “Canzoni dei Caraibi” Ed. Stampa Alternativa, 2000). Chirino ha sempre accompagnato con la musica le sue parole, però definirlo un semplice salsero sarebbe molto riduttivo. Se leggiamo i testi delle canzoni e dimentichiamo per un momento la base musicale ci rendiamo conto che siamo di fronte a un vero poeta.

Le melodie nostalgiche di Willy Chirino descrivono Cuba come una terra lontana, a lungo sognata con occhio da esule. Il suo è lo sguardo di un bambino costretto a scappare con la famiglia al trionfo della rivoluzione. Lui stesso lo confessa in una canzone autobiografica, dove ricorda la fuga a bordo d’una zattera, portando con sé un pappagallo dalle piume colorate come la bandiera cubana.

Willy Chirino si è fatto interprete anche di una sentita esigenza di rivalutazione del patrimonio musicale cubano, dando nuova veste a capolavori della tradizione come Guantanamera, El Manicero e Assenza. Ha cantato spesso in coppia con Celia Cruz e altri grandi esuli cubani. In patria le sue canzoni sono ufficialmente proibite, in realtà non c’è cubano che non lo conosca e che non abbia una sua musicassetta di contrabbando, magari regalata da un parente esule a Miami. 

Willy Chirino ricorda un po’ Pedro Juan Gutierrez e i suoi romanzi disperati che narrano di una Cuba tutta sesso e voglie sfrenate, colpita al cuore da embargo e periodo speciale. Anche i romanzi di Gutierrez sono proibiti e vengono pubblicati all’estero (non vi perdete il recente Animal tropical edito da E/O), con la sola differenza che quest’ultimo vive all’Avana, dove riveste l’incarico di insegnante universitario. La Cuba di Chirino trova nell’amore e nella musica la sola via di fuga da una realtà difficile. Come in Carlos Varela e Alexis Diaz Pimienta i suoi versi rappresentano un atto di accusa e una dichiarazione d’amore verso una terra lontana. Parole come “Quiero Cuba libre” oppure “Cuba que lindos son tus paisajes” ripetuti all’infinito e lanciati come macigni contro un muro di indifferenza, contengono una terribile nostalgia e tanta amarezza. Per non parlare di due canzoni - manifesto della poetica di Chirino: La esquina Habanera e Hablame de Jatibonico. Qui troviamo tutto il tormento dell’esule che vorrebbe tornare a calcare il suolo natio, anche se è consapevole che non potrà farlo sino al giorno in cui Cuba non sarà davvero una terra libera. Nella esquina Habanera l’Autore immagina di fare un sogno e di ritrovarsi per le strade dell’Avana a ballare, in una festa organizzata all’angolo tra due vie (un’esquina, appunto), per concludere che aunque a Miami me muera/ mi alma se irà volando/ para mi esquina habanera. Almeno di quello è certo: la sua anima tornerà a Cuba, perché quella è la sua terra.

In Hablame de Jatibonico immagina un vecchio cubano seduto al tavolo di un bar di Miami che ascolta alcuni giovani magnificare paradisi lontani, le bellezze di Parigi, i giardini di Versailles, Roma e le montagne della Svizzera. Il vecchio, a un certo punto li interrompe, supplicandoli di parlare un po’ dell’Oriente cubano e soprattutto di Jatibonico, che forse è il suo paese natale. Non sopporta di sentir magnificare le bellezze dell’Europa, perché ha nostalgia della sua terra che non vede da anni. L’amore per la patria lontana affiora ad ogni nota, la vita del cubano di Miami è la vita dell’esule che si sente scacciato dalla sua terra e che vorrebbe tornare almeno con il pensiero.

Ma il capolavoro di Willy Chirino è La Jinetera, che dobbiamo leggere per intero. La traduzione è mia, perché la riduzione fatta da Danilo Manera per il volume “Canzoni dei Caraibi” era troppo libera e non mi soddisfaceva molto.

 

Quando cala la notte sul Malecón

Eva si sta preparando per l’azione,

seducendo i turisti dell’Avana

per pochi dollari vende la sua mela.

 

La minigonna mostra anche l’infinito

mentre cammina lungo il circuito

dove i verdoni comprano quel che vuoi:

fate largo a Eva la jinetera.

 

Ha solo diciassette primavere

e più avventure di Tarzan,

ma dietro la risata della jinetera

Eva sta piangendo per il suo Adamo.

Ha una stanzetta piccola a Luyanó

dove stanotte porterà quello che guadagnò,

così fa mangiare la figlia di sette mesi

perché la realtà non è quel che sembra.

 

Il suo fidanzato era uno studente che militava

nel partito che spezza chi non lo incensa,

dopo aver visto le bugie si è convinto

e in quattro tavole e un remo è scappato a Miami.

 

Ha solo diciassette primavere

e più avventure di Batman

ma dietro la risata della jinetera

Eva sta piangendo per il suo Adamo.

 

E quando il sole si riaffaccia sul Malecón

torna la stessa routine e la situazione

di vivere in una terra dove il futuro

se n’è andato a nuoto dopo aver saltato il muro.

 

Non voglio che la mia canzone ti porti tristezza

e prendi quello che dico come promessa

che presto presto nella mia terra starò cantando

perché io so che L’Avana mi sta aspettando.

 

Jinetera letteralmente si traduce in “cavallerizza”.

Ho preferito lasciare la parola spagnola che rende meglio l’idea, anche perché il termine italiano è davvero brutto. Non mi convinceva neppure l’altra espressione “domatrice di stranieri”, che invece adotta in più versi Danilo Manera. 

La jinetera di Willy Chirino è una ragazza che fa la vita per dar da mangiare al suo bambino. E’ una donna sola, abbandonata da un compagno che è scappato a Miami, e il suo falso sorriso nasconde tanta tristezza. Willy Chirino prova simpatia per questa ragazza che ha appena diciassette anni e una quantità indescrivibile di avventure sulle sue gracili spalle. Non la giudica, ma ne fa una figura romantica, quasi un simbolo dei problemi della gente di  Cuba. La jinetera inventa la vita, giorno dopo giorno, soffre in silenzio, finge un sorriso perché il suo ruolo glielo impone. Willy Chirino conclude la canzone con una quartina di speranza per sé e per la sua terra. Presto tutto questo finirà e io potrò tornare a cantare nella mia terra, porqué yoque L’Habana me está esperando.

Ne Il giustiziere del Malecón, il mio ultimo romanzo di ambientazione cubana, affronto lo stesso tema. E la canzone di Willy Chirino mi è servita per introdurre la storia di una jinetera che  vive le notti avanere del Malecón e deve fare i conti con un quotidiano fatto di continue mancanze. La storia di fantasia che ruota attorno alla mia figura di jinetera è soltanto una scusa per parlare di quel torbido mondo della prostituzione per turisti, ormai realtà tangibile della Cuba contemporanea.

 

 

 

 

 

 

 
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