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  Letteratura  »  Ada Negri “La poesia delle donne”, a cura di Fabrizio Manini 28/12/2007
 

ADA  NEGRI

“La poesia delle donne”

di Fabrizio Manini

 

    Ada Negri (1870-1945) è l'unica poetessa italiana del suo tempo; al successo piuttosto rapido verso gratificazioni e riconoscimenti fa da contraltare un'uscita di scena altrettanto veloce e inspiegabile. La cancellazione del suo nome dalle antologie è dovuta al fatto che è sempre stata considerata come una “minore”, sebbene i suoi testi non siano affatto inferiori a quelli di altri contemporanei rimasti famosi. Probabilmente il vero motivo è che la persona in questione è una donna la quale si è trovata, per vocazione, ad affrontare un mondo tradizionalmente maschile. La sua vita, specialmente nell'infanzia, non fu facile: le sue origini operaie la costrinsero a conoscere lo spietato mondo dei salariati di fine Ottocento, assisterà ai due conflitti mondiali e all'ascesa al potere del fascismo e tutto questo lascerà comunque un segno nella sua poesia. Difficile fu anche il rapporto con la madre, rimasta vedova l'anno dopo la nascita di Ada, e col fratello Annibale che morirà prematuramente nel 1903. L'affetto che ella nutre verso la madre è incommensurabile perché si rende perfettamente conto dei sacrifici che ha fatto per consentirle di studiare e proprio per questo motivo proverà sempre la sensazione di non ricompensarla mai abbastanza. Anche l'amore è un'esperienza dolorosa: Ettore Patrizi, l'uomo di cui si innamora da giovanissima, sarà costretto a partire in qualità di ingegnere per gli Stati Uniti non tornando mai più e lasciando così Ada in preda allo sconforto e a un profondo senso di abbandono; a ventisei anni sposa Giovanni Garlanda, un industriale biellese che si era innamorato di lei, senza conoscerla, dopo aver letto i suoi primi due libri Fatalità (1892) e Tempeste (1895), ma il matrimonio, da cui nascerà la figlia Bianca, sarà estremamente deludente.

    Durante la sua vita Ada Negri ottenne un vasto e caloroso successo di pubblico, proprio quando l'Italia era scossa da gravi tensioni sociali: mentre contadini e operai rivendicavano i propri diritti e le donne ricercavano un ruolo nuovo oltre a quello di mogli e di madri, la poesia di questa novella Giovanna d'Arco coraggiosa e anticonformista forse simboleggiava una sorta di nuovo cammino da percorrere; sebbene le donne non avessero ancora il diritto di voto, era almeno possibile per loro riconoscersi in questa giovane maestra di Lodi che osava scrivere le proprie emozioni rischiando la condanna della società borghese perbenista e benpensante. Durante gli anni d'insegnamento a Motta Visconti viene soprannominata “la vergine rossa” perché essendo donna, figlia di operaia, giovane e innocente, incarna gli ideali del socialismo degli inizi, volti al riscatto dai soprusi dei padroni e al desiderio di libertà. Il consenso da parte della critica colta e accademica verso i suoi scritti quasi scomparve nel periodo fascista, ma l'affetto dei lettori e le notevoli vendite dei suoi libri non vennero mai meno. Nel 1940 viene ammessa all'Accademia d'Italia ed è la prima volta nella storia che una donna ottiene questo riconoscimento. Durante la seconda guerra un bombardamento distrusse la sua casa milanese, un luogo a cui era incredibilmente legata, tanto da avergli dedicato la raccolta di prose Finestre alte (1923); soltanto allora la distruzione e la violenza dovettero sembrarle superiori alla forza dell'arte e della poesia fino a sopraffare la sua volontà di resistere.

    La poesia che vi propongo è “Non tornare” tratta dalla raccolta Tempeste. Come si può ben capire dai versi è dedicata al primo grande e unico amore della sua vita; la descrizione intrecciata di sensazioni, intenzioni ed emozioni (cioè di elementi psicologici appartenenti a campi percettivo-cognitivi diversi) permette di capire quanto il dolore riesca a penetrare violento e a diffondersi inarrestabile in ogni parte della persona, sia fisica che mentale.

 

Riferimenti: Ada Negri, Mia giovinezza, Fabbri Editori.

 

 

 

 

 

NON  TORNARE

 

Non ritornar mai più. Resta oltre i mari,

resta oltre i monti. Il nostro amor, l'ho ucciso.

Troppo mi torturava. E l'ho calpesto,

l'ho sfigurato in viso,

 

l'ho morso, l'ho ridotto in cento brani,

l'ho ucciso, ecco! Ora tace, finalmente.

Tace. Più lento per le vene scorre

il sangue prepotente:

 

posso dormir, la notte; e più non piango,

te chiamando, affannosa. – Oh, quanta calma!…

Nella penombra senza fine, senza

moto, riposa l'alma;

 

e tesse, tesse le obliose fila

d'un sogno di rinuncia. – Non tornare. –

Io, cieca e fredda, voglio odiarti, come

ti seppi un giorno amare:

 

odiarti pe' miei freschi anni fiorenti

che immolai, dolorando, a te lontano;

povera gioventù senza carezze,

sacrificata invano!…

 

Ma nell'odio si soffre: ma si piange

nell'odio… ed io t'avrei sempre davanti

anche imprecando a te. Non ho più forza

di lotta o di rimpianti;

 

voglio silenzio – un gran silenzio!… – Fate

tacer quel fioco gemito, là in fondo. –

C'è qualcuno che lagnasi, un nemico,

un malato, là in fondo:

 

qualcuno oppresso da un immenso male,

da un peso immenso a cui non può sfuggire:

qualcuno che agonizza e chiede aiuto,

e non vuole morire.

 

 
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