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  Letteratura  »  François Villon Il primo romantico , di Fabrizio Manini 11/01/2008
 

FRANÇOIS  VILLON

Il primo romantico

di Fabrizio Manini

 

    François de Montcorbier nasce a Parigi nel 1431. Non conoscerà mai né il padre né la madre, ma di lui si prenderà cura il canonico Guillame de Villon del quale assumerà il cognome come riconoscenza per il mantenimento agli studi. Si iscrive all'università di Parigi dove conseguirà il baccalaureato in sei anni, ma il periodo studentesco lo vede protagonista di tumulti e contestazioni spesso violenti. A ventiquattro anni uccide un prete durante una rissa, ma non viene condannato grazie al perdono ottenuto dalla vittima in punto di morte; nel 1456 compone il Lascito, che egli dichiara scritto interamente nel giorno di Natale, e nel 1462 il Testamento che, insieme alla prima opera, rappresenta il suo capolavoro. Con l'aiuto di alcuni amici, commette un furto al collegio di Navarra e viene per questo rinchiuso nella prigione di Meung-sur-Loire, ma ancora una volta ottiene di evitare il patibolo grazie a un'amnistia concessa dal re Luigi XI. Passa poco tempo ed è coinvolto, incolpevole, in una nuova rissa, ma questa volta la condanna per impiccagione è definitiva. Riesce a evitare la pena di morte scrivendo una ballata di burla al suo carceriere che, sembra per questo motivo, lo libera. È il 1463 e da quel momento di François Villon si perde ogni traccia.

    La Parigi del XV secolo in cui si trova a dover vivere Villon è una città terribilmente impoverita dalla guerra dei Cent'anni, popolata di indigenti, di ladri, di usurai, di bari, di truffatori, di acrobati, di assassini, di ruffiani, di prostitute, di un'ammasso di persone che sopravvive a stento nei sotterranei e nelle taverne e che non conoscerà mai benessere o sicurezza. Questo termitaio in perenne lotta per non soccombere trasmette per forza di cose sentimenti di degrado e privazione, uniti a un'esistenza incattivita dagli stenti e disillusa dalla vita. Villon conosce fin troppo bene questa situazione e gli atteggiamenti che essa genera nel popolo ma egli, pur sapendo e mai rinnegando da dove viene, ha qualcosa in più che non è la ricchezza ma una cultura profonda e una sensibilità raffinata. Sarà la sua voce di poeta, nata nei ghetti tra masse di diseredati, a riecheggiare lacerante e fustigatrice quasi al servizio di un'umanità disperata che chiede pietà e salvezza mentre guarda dai bassifondi il mondo irraggiungibile dei palazzi, delle dame e dei signori. Il suo canto sale oltre la miseria e il gelo che avvolge Parigi, sia contemplando le storie di vestigia perse nel tempo sia nutrendo una sorta di speranza, per lui e per i suoi simili, in un destino non tanto più benevolo quanto meno crudele di quello che è stato fino a ora.

    Nelle sue ballate Villon fissa le immagini di donne, di uomini, di luoghi; parla di giustizia, di amore, di miseria, di morte. Egli nomina ciò che vede, rispettando così l'unicità del soggetto con un atto poetico antico. Egli, autore di commedie umane in versi, dice le bellezze e le brutture di questo mondo, di questa vita, di questo tempo, guardando con occhio beffardo la multiforme apparenza di una civiltà poliedrica e ingannatrice come quella degli esseri umani. La sua malinconia e la sua disperazione, sempre lucidissime, attingono alla fugacità della vita che il poeta coglie in due modi: in primo luogo come una passione furiosa e sanguigna per la carne, per il fiato che sussurra e per il piacere che fugge, in secondo luogo come angoscia onnipresente, come malattia e morte spietata o, più solennemente, come legge ingiusta di uno stato-olimpo prodigo dispensatore di forca.

    Lo scritto più universalmente noto di François Villon è senza dubbio la celeberrima Ballata degli Impiccati. Era frequente nella Parigi del XV secolo assistere alle esecuzioni sulla pubblica piazza con l'uso di patiboli comuni dopo processi sommari e senza andare troppo per il sottile; e sono proprio le reiterate visioni di tali supplizi strazianti che hanno suggerito a Villon questa lirica di ribellione a una giustizia iniqua e questi versi di riscatto degli indifesi. L'atteggiamento sembra serioso, ma in realtà va dal burlesco al sarcastico con l'intento di allontanare la paura per poi ricomporsi nella clemenza divina. I toni macabri e grotteschi vengono superati dalla solidarietà del “nous” (noi) che implora misericordia mentre gli elementi e gli uccelli proseguono l'azione devastatrice iniziata dagli uomini. La parola definitiva del poeta esprime compassione per tutti gli impiccati della terra, accomunati da quel tragico ultimo istante, con uno sguardo di sfida, sprezzante e ridanciano in una specie di rituale che l'immaginario collettivo considera rivolto a una prospettiva di risveglio, quasi da restituirci la gioia della vita nonostante la miseria abissale.

 

Riferimenti: François Villon – Lascito, Testamento – Fabbri Editori;

                    François Villon – Opere – Arnoldo Mondadori Editore.

 

 
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