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  Letteratura  »  Luigi Panzardi ha recensito Fiori e fulmini, di Cristina Bove – Edizioni Il Foglio 11/01/2008
 

Fiori e fulmini

di Cristina Bove

Prefazione di Renzo Montagnoli

Immagine di copertina di Cristina Bove

Elaborazione Grafica di Elena Migliorini

Edizioni Il Foglio

http://www.ilfoglioletterario.it/

ilfoglio@infol.it

Collana Autori Contemporanei Poesia

Diretta da Fabrizio Manini

Poesia – Silloge

Pagg. 180

ISBN: 978 - 88 – 7606 – 163 – 9

Prezzo: € 15,00

 

 

 

E’ poesia, pura, intima, poesia del rapporto nostro fisico e spirituale con il mondo, con la rimpianta eternità, decaduto concetto. Non introspezione ma canto dell’esistenza completa. A chi si chiedesse quale sia il flusso che unisce i singoli componimenti risponderei che ogni poesia, nella raccolta, è una creazione a sé, che va gustata e ammirata per sé stessa, ma che tutte le composizioni vivono della vita dell’autrice e ne ricevono l’afflato e il colore. E il pessimismo. Questo evoca subito in noi l’immagine del malaticcio Leopardi. Ma il pessimismo della Bove è il moderno sentire che generato da una più matura conoscenza della realtà trova il suo abbrivio nel sentimento della morte come evento assoluto, definitivo e da qui investe l’essere, ne permea ogni accadimento, corrompendo malinconicamente esperienze ed  affetti che appaiono  cari fenomeni fugaci.

Ateismo e materialismo intessono i versi, tra i quali si insinua talvolta la nostalgia del dio padre che tuttavia ha tradito la sua invano desiderata funzione paterna: E quale cuore/ abusato respinto/ soffocato/  può ancora dare ascolto/ a un dio che assiste/  dorme di te/ respira il tuo respiro/ e supplicato/ non ti abbraccia mai?..

Nonostante la sua fugacità, e nonostante le amarezze, l’amore per la vita nella poetessa non subisce scalfitture, neanche dal tempo, che inesorabilmente scorre nell’unica direzione: Piume ne ho perse tante/ e guardo in faccia il sole/ a costo di morire. 

La riflessione sulla transitorietà di ogni evento, con la sua nascita, sviluppo e fine, che si risolve poi in uno sbiadito ricordo, ci riporta sempre al modo in cui la nostra stessa vita è destinata a concludersi. E da questa riflessione sgorga un dolore persistente, espresso con modulazioni prodotte da corde di cristallo, la migliore definizione di questo canto, chiaro come il cristallo, che non illumina storie, eventi di calendari, che diffonde invece una luce tenue e calda su tutte le sfaccettature dell’anima. Non c’è nelle poesie della raccolta una sola forte invettiva, ed è coerenza: se è vero che siamo specifiche di numeri/ codifiche di monadi/ …barlumi quantici/ caricati ad ipotesi/ …parole a salve/ sparate nel silenzio…a che serve inveire, ma, ciò che è fondamentale, manca proprio il bersaglio, il demiurgo, contro cui poter scagliare con una qualche soddisfazione le invettive: Siamo chi siamo a chiederci/ “Chi siamo?”/ orfani dell’Ignoto/ estranei al Cielo/ alla cui fissità lanciamo missili. Canta nella poesia Gettati a caso il cui titolo è già sintomatico. Fatti di chiaroscuro/ a noi si addice/ la mezza tinta/ la vittoria grigia/ mediamente platonica. Aveva già scritto in Chiaroscuro, poesia nella quale il mistero dell’inconcludibile viene decifrato dalla purezza geometrica Al centro nasce/ la domanda sferica che  trasfigura in immagine poetica ricercata: La risposta è un asintoto.

E così la poetessa si abbandona all’indagine su di un’anima molecolare, la scompone nelle sue micro particelle aria/ configurata/ soltanto in apparenza/ diversificata/ dai trilioni e trilioni di molecole nell’attesa dell’evento che la ricondurrà nel nulla da dove era venuta. Questo continuo percepirsi come transitoria amante del suo proprio essere le fa piegare le parole come felci, avvalendosi anche di una straordinaria perizia lessicale, le seleziona come foglie, scegliendo le più delicate e costruisce con questo docilissimo materiale le immagini suggestive dei suoi più intimi sentimenti. Ascoltatela quando, quasi con pudore, ci porge le immagini delle nostre dimore, di quella temporanea e di quella ultima eterna: La differenza/ è nelle dimensioni/ la casa si dilata intorno a noi/ la tomba si contrae su quel che resta. Dove nel “resta” mormorato c’è invece imperiosa l’immagine del nostro tragico esito.

Una poesia dunque originale, espressione di un sentire originale, in cui tuttavia il lettore trova il nucleo di sé stesso e il guado della propria esistenza.

Non voglio dire addio/ a nessuno/  non voglio dire cose/ ultime/ c’è un saluto di sillabe/ pronunciate col vivere/ e questo può bastare.

Una poesia da amare perché contiene le nostre molecole messe in bell’ordine, per mostrarci cosa siamo, sottovoce, senza roboanti illuminazioni e perché ci fa nascere la convinzione che almeno l’amore e la poesia riescono a rendere lieve l’attesa.

 

 

                            Luigi Panzardi

 

 
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