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  Letteratura  »  Cesare Pavese Il vizio della solitudine, di Fabrizio Manini 19/01/2008
 

CESARE  PAVESE

 

IL VIZIO DELLA SOLITUDINE

 

di Fabrizio Manini

 

Cesare Pavese nasce a S. Stefano Belbo, paesino delle basse Langhe, nel 1908. I suoi esordi nella scrittura risentono molto di D'Annunzio, Gozzano, Leopardi, il cui sogno romantico si riflette in un pessimismo fin troppo evidente. Il vero Pavese comunque è quello di Lavorare stanca, dove la poesia si apre alla discorsività del racconto, attraverso un sostanziale cambiamento degli schemi lirici legati al canone della tradizione, fondendosi con la metodica narrativa della prosa. Nonostante il sostegno di Elio Vittorini il libro è un insuccesso clamoroso, soprattutto perché in nettissimo contrasto con la formalità simbolista ed ermetica tipica di quegli anni e anche per l'uso spregiudicato di versi a tredici sillabe, considerati troppo innovativi e inadatti alla scrittura. L'immagine poetica è incentrata sulla realtà osservata dall'esterno e filtrata attraverso un'ottica decadentista che invoca sia l'evasione sia l'inevitabilità del ritorno, temi molto cari a Pavese che li ha affrontati anche narrativamente ne La luna e i falò. La terra ultima madre, il contrasto fra la vita rurale e quella cittadina, le colline “viventi” delle Langhe, l'aggressiva sensazione di una solitudine onnipresente, portano Pavese a credere che sia possibile raggiungere la propria intima verità solo nel sogno e nella morte. Il verde torbido, l'erba scintillante di rugiada, i colli nativi distesi alla gran luce del meriggio d'estate, si contrappongono al giovane sognatore triste, al vecchio attrappito nella coperta sudicia, alle case infinite, al cadere nella nebbia e dentro il fango che trovano la loro riuscita nel vecchio rimorso e vizio assurdo della morte. È parlando di questo che Pavese intende raggiungere e sentire sue le cose per dar loro un nome con la scrittura; egli cerca di fare questo utilizzando una lingua vicina e distante dal dialetto, che riesce a evocare una sorta di atmosfera epica pur parlando di cose e di avvenimenti personali o terreni.

Le produzioni successive, tra cui La terra e la morte, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Il mestiere di vivere, scavano nel solco del sangue, del sesso, della terra e, in generale, di una solitudine mai superata e sempre più opprimente. L'abbraccio dell'erba, dei colori offre un po' di sollievo al poeta, ma la terra è come la donna: sa essere terribilmente arida di parole e di frutti e, talvolta, eccessivamente prodiga di sapori crudi e di morte; in questo senso la figura femminile diviene per il poeta-scrittore immagine di incertezza e angoscia, riflessa in un desiderio del nulla che aggrava inevitabilmente il dolore psichico e accresce a dismisura il solipsismo del suo ego.

Nel 1950 vince il premio Strega con La bella estate, ma sembra non interessargli più di tanto e appena due mesi dopo si uccide ingerendo elevate quantità di barbiturici. Il concetto del suicidio, e anche alcuni tentativi di metterlo in pratica, è un pensiero che ha sempre sovrastato la sua mente, fin dai primissimi anni; la sua disastrosa vita affettiva, soprattutto nel senso di non essere mai ricambiato dei suoi sentimenti, portò la passione a tramutarsi in disperazione e di conseguenza alla tentata attuazione di gesti estremi. Egli ne era perfettamente consapevole, tanto da scrivere all'ultima donna importante della sua vita, l'attrice Constance Dowling, con profetica lucidità che i pochi giorni di meraviglia che ho strappato dalla tua vita erano quasi troppo per me; adesso sono passati, ora comincia l'orrore, il nudo orrore e io sono pronto a questo.

La produzione di Pavese, poesia o prosa che sia, ripropone costantemente alcuni temi imprescindibili nella sua visione del mondo: l'infanzia vissuta nelle Langhe, la campagna aspra, la vita faticosa, l'adolescenza istintiva, la solitudine soffocante, il viaggio reale o simbolico verso la città e gli ideali, la voglia di amare e di essere amato, la guerra con tutte le sue brutture, vogliono trasmettere a chi legge che ogni individuo dovrà imparare a essere uomo, scoprendo di possedere soltanto il ricordo che porta e il ricordo che lascia.

I due testi che vi propongo sono tratti da La terra e la morte e sintetizzano in pochi versi “la donna” e “la terra” dal punto di vista pavesiano.

 

 

Tu sei come una terra che nessuno ha mai detto.

Tu non attendi nulla se non la parola

che sgorgherà dal fondo come un frutto tra i rami.

C'è un vento che ti giunge.

Cose secche e rimorte t'ingombrano e vanno nel vento.

Membra e parole antiche.

Tu tremi nell'estate.

 

 

E allora noi vili che amavamo la sera

bisbigliante, le case, i sentieri sul fiume,

le luci rosse e sporche di quei luoghi, il dolore

addolcito e taciuto –

noi tendemmo le mani alla viva catena

e tacemmo, ma il cuore ci sussultò di sangue,

e non fu più dolcezza, non fu più abbandonarsi

al sentiero sul fiume – non più servi, sapemmo

di essere soli e vivi.

 

 

Riferimenti: Cesare Pavese, Le Poesie, Fabbri Editori.

 

 
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