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  Letteratura  »  Tanto gentile. Su un sonetto di Dante, poeta contemporaneo, a cura di Alberto Carollo - seconda e ultima parte 19/01/2008
 

Tanto gentile. Su un sonetto di Dante, poeta contemporaneo.

Un breve e curioso viaggio all'interno del sonetto più famoso del sommo poeta, per scoprirne l'attualità dei temi poetici e quella di stile e di lingua.

di Alberto Carollo

                                      2^ e ultima parte

 

Osservazioni di carattere stilistico.

Il verbo pare, parola chiave del sonetto, è distribuito a distanza pressoché uguale. Mostrare e mostrasi sono invece in posizione chiastica.

Schema: ABBA ABBA CDE EDC.

Lo schema della fronte è il più comune all'altezza di Dante. Lo schema delle terzine non è invece il più comune. E' uno schema rovesciato: CDE EDC. Lo schema è chiastico. In realtà, se lo schema è chiastico, anche nelle quartine Dante ottiene degli effetti chiastici, a scatole cinesi.


V. 1 > pare; v. 8 > mostrare sono in relazione di sinonimia.
V. 4 e 5 > guardare e laudare. Paronomasia dei suoni.
V. 6 e 7 > vestuta e venuta.
Se guardiamo alle parole e alle loro relazioni avremo questo: A x y B /B C C A

Lo schema metrico delle terzine realizza ciò che nelle quartine è realizzato in altra maniera. Roman Jakobson ha osservato che spesso, nelle poesie brevi, il centro del messaggio sta nel centro geometrico del testo. E' questo un caso tipico. Questi versi sintetizzano tutto il resto: e par che sia una cosa venuta/da cielo in terra a miracol mostrare. Beatrice è un essere celeste che scende dal cielo alla terra per mostrare miracoli. Mostrare – mostrasi, ma anche miracol – mira. Figura etimologica: es. vivere la propria vita.

La Vita Nova  ha una tradizione bipartita: a) le poesie stanno dentro il libello (prosimetro) b) esiste però anche una tradizione in cui alcune poesie della Vita Nuova sono trasmesse per conto loro. Il problema è di sapere se la tradizione extravagante dipende da quella organica o se parte da un momento in cui le poesie non erano ancora inserite dentro l'opera. Il maggior studioso delle rime di Dante, Domenico de Robertis, è dell'opinione che questi manoscritti che trasmettono poesie isolate risalgano ad un momento anteriore alla composizione delle prose. Se le cose stanno così ci troviamo di fronte a delle varianti significative, non a refusi o errori di scrittura. Ma queste varianti cosa sono? Si tratta forse di varianti d'autore? Per alcune di queste poesie de Robertis ha sempre pensato che si tratti di varianti d'autore. Una di queste varianti è Tanto gentile. Si tratta di varianti d'autore se c'è un senso sotteso, se esse ci dicono qualcosa di culturalmente interessante.

V. 7 non par ma credo che sia una cosa venuta.

v. 10 non che dà per li occhi ma fer per li occhi (ferisce)

v. 13 non un spirito soave ma uno spirito fiero pien d'ardore.

L'ipotesi di De Robertis è ragionevole perché queste varianti gettano luce sugli antefatti culturali, stanno insieme culturalmente.

Credo è una eco di un verso di Guinizzelli: Credo che delle cose sia sovrana.
Uno degli imperativi delle varianti d'autore è cancellare le tracce, le fonti della propria ispirazione. E par elimina ogni elemento di soggettività > infatti non esiste in questo sonetto qualcuno che dice ‘io'. Comprendiamo così il motivo dell'intervento.
Per quanto riguarda i vv. 10 e 13 forse abbiamo a che fare con un copista molto creativo, ma cavalcantiano. Cavalcanti è principalmente un poeta non dell'amore contemplativo ma di quello drammatico, che esprime in queste forme. Se le cose stanno così Dante ha limato le tracce del suo giovanile cavalcantismo come cultura dell'amore drammatico. La Vita Nova è per Pier Vincenzo Mengaldo un libro anti-cavalcantiano (a dispetto di quanto affermano altri autori), anche se proprio in questa sede Dante lo definisce ‘primo amico'.
Chi è questa che vien ch'ogn'om la mira di Cavalcanti è il sonetto che più assomiglia a questo, ma è di carattere contemplativo, quindi antecedente a quell'amore drammatico cantato in seguito dal poeta. Patrick Boyd si è accorto che delle poesie della loda la consecutiva è la subordinata più frequente > questo avviene perché una causa produce una serie di effetti.

Nuclei tematici del sonetto

Abbiamo in parte già accennato ad alcuni temi o elementi che si desumono dal testo, dall'utilizzo di determinate soluzioni formali o nelle cosiddette “varianti d'autore” se siamo disposti a dare credito a De Robertis. Di tali elementi parliamo ora in modo più discorsivo e generalizzato. Nel sonetto, ch'è una delle più alte ed intense espressioni della “loda”, troviamo tutti i temi tipici del canone dantesco fissato in Donne ch'avete: i mirabili effetti del saluto, il passaggio per la via come momento beatifico, Beatrice come miracolo e creatura celeste. Parlavamo poc'anzi, commentando quel sospira posto come explicit del sonetto, della metamorfosi cristologica di Beatrice. Dante conclude la Vita Nuova con la promessa che non parlerà di Beatrice fino a che non sarà in grado di “più degnamente trattare di lei”. Tornerà all'amata nella Commedia, per cantarne il trionfo nientemeno che nel Paradiso. Beatrice, oltre che un essere umano è una Dea, è il veicolo attraverso il quale l'uomo può avvicinarsi a Dio, è vita e morte, dolore e gioia, e viene indifferentemente paragonata a Maria e a Gesù. In Purg. XXXIII 4-12 Beatrice è, come Gesù, speranza di resurrezione e di nuovo sviluppo. “Colorata come foco”, la donna/dea pronuncia le stesse parole del Cristo nel Vangelo di Giovanni, annunciando la promessa di una sua seconda venuta: “Un po' di tempo e non mi vedrete; e, mie amate sorelle, ancora un po' di tempo e mi vedrete”. Molti commentatori hanno identificato Beatrice con la “chiesa spirituale” che sarebbe ritornata in un prossimo futuro, del tutto purificata. Ma Beatrice simboleggia anche il mistero trinitario dello Spirito Santo: “Questa donna fu accompagnata da questo numero del nove a dare a intendere ch'ella era uno Nove, cioè un miracolo, la cui radice del miracolo è solamente la divina Trinitade” (Vita Nuova XXIX, 3). L'identificazione di Beatrice con Bice Portinari, vissuta a Firenze nel tempo di Dante, non cambia la forte componente simbolica, l'icona da lei rappresentata.

Non è questa la sede per digressioni antropologiche, culturali e/o teologiche, ma basterà dire che nel corso della Storia l'immaginario maschile ha operato secondo categorie ben definite, quasi stereotipate se le osservassimo esclusivamente attraverso la lente di commentatori moderni e smaliziati. E' curioso che nel Medioevo la donna, relegata per secoli negli strati più infimi della società, perseguitata da inquisitori sessofobici, stigmatizzata come il “vascello del demonio” dagli intellettuali e dai religiosi, acquisti una tale rilevanza nei letterati e negli artisti in generale da divenire il centro, il fulcro del loro mondo poetico. A lungo, in un mondo sciovinista e maschilista, la donna ha rappresentato alternativamente un'Eva, ricettacolo di tentazioni che conducono alla perdizione; una Messalina, veicolo di vizi sfrenati e incontenibili; via via cortigiane splendide e irraggiungibili, causa di molteplici sofferenze per i loro amanti; oppure, al contrario, modelli esemplari dalle qualità divine: il culto di Maria, la sposa di Salomone, Persefone, “l'eterna primavera”, il culto delle Sante, martiri e visionarie, (pensiamo a Orsola, a Caterina da Siena, a Teresa d'Avila e Giovanna d'Arco, a Beatrice e per certi versi anche alla Laura petrarchesca). Dovremmo aspettare la moderna psicologia e il contributo di scritture al femminile per avere ritratti reali e polimorfi della complessa natura del gentil sesso: dalle fanciulle in fiore di Proust alla Bovary di Flaubert, alla Anna Karenina di Tolstoj; dalla Dalloway di Virginia Woolf, alle anime ‘parlanti' di Dickinson, Sexton e Bishop; e in Italia Grazia Deledda e, perché no, poetesse come Alda Merini solo per citarne alcune. Ma tornando all'importanza che ancora oggi riveste il mito di Beatrice, basterà citare un breve passaggio da un saggio (attualmente in corso di pubblicazione, ma che ho avuto il piacere di leggere in anteprima per concessione dell'autrice) di Elisa Ghiggini, Rosa Mistica: “Le immagini di donne che trovavo impresse sui muri della mia città, o che comparivano nei cinema o nei programmi televisivi, mi parevano molto lontane dalla mia vita quotidiana, dalle mie esperienze e desideri; corrispondevano più ai desideri erotici maschili, in cui il corpo femminile non era libero ma doveva sottostare a norme imposte da altri. Nemmeno nelle mie fantasie più liberatorie avevo immaginato che sarei incappata in un poeta come Dante, capace di esaltare Beatrice soprattutto per le sue qualità interiori, di valorizzarla per qualcosa in più che la rendeva speciale, depositaria di una dottrina sacra che promuoveva il continuo divenire (...)”. Bastano queste parole a testimoniare quanto abbia inciso nell'immaginario (questa volta di entrambi i sessi) la figura di Beatrice.  Ma cosa rende così speciale Beatrice agli occhi di Dante?

Per comprendere l'evoluzione della figura di Beatrice nell'opera dantesca dobbiamo ancora una volta affidarci direttamente al testo. Tanto gentile, lo abbiamo visto, ha uno sviluppo narrativo. Il sonetto non a caso è contenuto nella Vita Nuova, ch'è considerato il primo romanzo in volgare italiano.  La VN all'inizio si presenta come una vicenda dalle caratteristiche “cortesi”; la donna dello schermo è una prassi della poesia trobadorica e il sentimento d'amore di Dante per Bice Portinari, il suo turbamento ed angoscia, hanno una precisa connotazione profana. Dante aderisce inizialmente alle istanze cavalcantiane dell'amore doloroso. Cavalcanti ha una concezione dell'amore come passione irrazionale, pertinente alla sfera della vita sensitiva; il poeta subisce Amore senza tuttavia rinunciare ad analizzarne razionalmente l'essenza, le cause e le manifestazioni. Anche Dante, nei primi anni della sua esperienza poetica, si nutre delle istanze culturali dello studium bolognese, come il suo ‘primo amico' Cavalcanti. In questo ambiente laico trovano larga diffusione i principi di filosofia naturale, le istanze del pensiero di Aristotele, di Tommaso, di Alberto Magno di Averroè.

Per meglio comprendere la persistenza di moduli profani e trobadorici all'inizio della VN, gioverà ricordare il capitolo III. Nella parte in prosa Dante narra di come, a nove anni di distanza dal primo incontro, egli riceve il saluto di Beatrice. Pieno della dolcezza che gliene deriva, si ritira in solitudine, pensando alla donna, e ha in sogno una visione: Amore gli appare in una nuvola di fuoco, lieto benché terribile a vedersi. “Ne le sue braccia mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che involta mi parea in uno drappo sanguigno leggeramente”, scrive. La nudità di Beatrice è un apax nell'opera dantesca e ha una esplicita connotazione sensuale; nel sonetto collegato a questo episodio l'accenno alla nudità di Beatrice scomparirà: l'amata è “involta in un drappo dormendo”. La composizione del sonetto, A ciascun alma presa e gentil core, ha l'intento di documentare la visione dantesca e viene inviato a tutti i poeti che si professano vassalli d'Amore, affinché propongano la loro interpretazione dello strano sogno. Cavalcanti fornirà una sua spiegazione del sogno; secondo la sua interpretazione il pasto del cuore si riferisce alla necessità di nutrire e sostenere chi è consumato dalla passione; e il pianto finale di Amore viene ingegnosamente attribuito al suo dispiacere per l'imminente risveglio del poeta. Dante da Maiano rifiuterà invece il livello della convenzione letteraria della poesia amorosa cortese per rispondere a Dante con una spassosa interpretazione in stile comico- burlesco: la visione verrà attribuita a malattia fisica o mentale, con riferimenti alle teorie e pratiche del tempo.

Nel prosieguo della VN Dante approda a una conquista personale: una poetica non più basata sulla autoanalisi del tormento del poeta, causato da Amore, ma un processo di progressiva sublimazione che conduce all'esclusiva lode dell'amata, della sua bellezza fisica e morale, dei suoi effetti salvifici. Beatrice non è più soltanto la donna angelicata degli stilnovisti, di matrice guinizzelliana, capace di trasformare la Potenza divina - ch'è nella natura dell'uomo – in Atto (secondo una nota dottrina aristotelica); Beatrice è creatura veramente divina, mandata da Dio in terra per elargire beatitudine. Ma la VN è anche la prima espressione di un'altra costante dantesca, la riflessione tecnica ed espressiva, l'avvio di una ricerca estetica volta al raggiungimento di una perfezione formale. Beatrice è per Dante, perciò, anche movimento della vita verso la coscienza di sé, delle sue qualità umane e morali ma anche del suo grande talento letterario. Il confronto simbolico con una figura femminile, fortemente idealizzata, è una peculiarità presente in molti artisti di sesso maschile; nel caso di Beatrice, lo abbiamo visto, le interpretazioni si sprecano da più fronti. Dante era uomo del suo tempo, intriso della cultura dei padri della Chiesa, nonché della cultura tomistico-aristotelica dello studium; la sua visione teologica è complessa e sistematica, e troverà la sua compiutezza nel grande progetto della Commedia. Nella Vita Nova il Dante giovanile, nel cursus delle sue esperienze stilnovistiche, sembra invece assorbito dalla ricerca di una congeniale espressione poetica, dall'evincersi dalle iniziali istanze guittoniane e guinizzelliane e dalle influenze cavalcantiane per affermare la propria unicità artistica. Questi processi trovano conferma in alcune dinamiche della moderna psicologia, e in particolar modo nelle teorie di Carl Gustav Jung, il padre della psicologia analitica e dell'inconscio collettivo. Jung parla di un processo di individuazione del sé nel quale il soggetto si confronta col proprio inconscio. La libido freudiana si manifesta per Jung non solo nelle istanze pulsionali, ma anche nella sfera delle funzioni superiori, intellettive e spirituali; a questo livello essa agisce attraverso il simbolo, manifestazione individuale del substrato archetipico profondo dell'umanità e motore della trasformazione del singolo, del suo tendere a un'evoluzione e perfezione spirituale. Il processo di individuazione archetipica costituisce la finalità dell'esistenza di ogni persona. In questa ottica Jung individua alcune categorie archetipiche e afferma che in ogni uomo c'è una componente archetipica femminile (così come in ogni donna vi è una componente archetipica maschile) che deve essere riconosciuta ed espressa per essere integrata nel processo di individuazione. Lo studioso svizzero chiama Anima l'archetipo femminile, Animus quello maschile. “L'immagine dell'Anima, sostiene Jung, è proiettata dagli uomini sulle donne (mentre in queste ultime è l'immagine corrispondente, l'Animus, ad essere proiettata sugli uomini). L'Anima permette l'accesso al mondo del trascendente, del metafisico e degli dei. "Tutto quel che l'Anima tocca diventa numinoso, cioè assoluto, pericoloso, soggetto a tabù, magico (...) In quanto vuole la vita, l'Anima vuole il bene e il male (...) crede nel bello e nel buono (...) E' occorsa una lunga differenziazione cristiana per chiarire che il bene non è sempre bello e che il bello non è sempre buono (...) L'Anima è conservatrice e si attiene in modo esasperante all'umanità antica. Perciò appare spesso e volentieri in veste storica, dimostrando predilezione per la Grecia e l'Egitto. Il confronto con l'Anima richiede molto più coraggio che il confronto con l'Ombra [altra immagine archetipica, n.d.r.], proprio perché qui si entra nel terreno proibito degli dei: si entra cioè in quei fatti psichici che fino ad or non è molto furono, e ancora spesso sono, proiettati all'esterno. Per il figlio è la madre personale il luogo della proiezione dell'Anima quale patrimonio di risorse spirituali e morali. Per l'uomo antico era la dea o la strega. Per l'uomo medioevale l'Anima era proiettata nella Regina del cielo e nella Madre Chiesa. Il primo momento dell'incontro con l'Anima è generalmente segnato dal suo lato elfico irrazionale ove saggezza e follia sono una cosa sola (…).

E' affascinante constatare come queste dinamiche collimano con l'esperienza dantesca, la quale getta un ponte ideale tra il Medioevo e i nostri tempi, per i quali potremmo divertirci a pescare esperienze umane e artistiche consimili. Ma non è questa la sede né il fatto rilevante. Le teorie sembrano disperdersi, come neve al sole, se rapportate all'imperitura bellezza della parabola esistenziale e poetica di Dante Alighieri, uomo e poeta, e della mirabile immagine-Anima che da lui abbiamo ereditato, la Beatrice-personaggio, la donna-dea il cui saluto è fonte incessante di beatitudine e di salvezza dalle storture e brutture del mondo ch'è stato, che è e che verrà.

 

Bibliografia consigliata:

- Cesare Segre - Clelia Martignoni, Testi nella Storia, La Letteratura italiana dalle origini al Novecento, vol. I "Dalle origini al Quattrocento" (Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori)

- Dante Alighieri, Vita Nova, I grandi libri Garzanti, introduzione di Edoardo Sanguineti, note di Alfonso Berardinelli, 1977, 1982, 1991 e segg.

- G. Contini, Esercizio d'interpretazione sopra un sonetto di Dante, in Varianti e altra linguistica, Torino, Einaudi, 1970, pp. 161-68;

- Carl Gustav Jung, L'io e l'inconscio, traduzione di Vita A., Bollati Boringhieri, 1985.

 

 

 

 

 
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