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  Letteratura  »  Carmen Lama ha recensito Tempo di vivere, tempo di morire, di Erich Maria Remarque – Edizioni Mondadori 07/02/2008
 

Tempo di vivere, tempo di morire 

di Erich Maria Remarque

Edizioni Mondadori S.p.a.

Pagg. 388 – ISBN 88-04-47111-5 - € 8,40

a cura di Carmen Lama

È un libro che racconta la morte e la vita. Mi ha tenuto col fiato sospeso dall’inizio alla fine. Ogni pagina, ogni frase è una ricerca, una visione, una domanda. La risposta è sempre implicita.

C’è il senso di realtà tragica insieme al senso di disperazione e di speranza.

C’è la vita che spunta dalla morte, da ogni morte, da tutte le morti. E spunta con stupore, ma con determinazione, la si costruisce inconsapevolmente perché la si desidera fortemente. Spunta anche nel senso dell’ironia che a volte prevale e nasconde la malvagità, confinandola nei cuori nemici o cattivi e malvagi, non importa se del proprio o dell’opposto fronte.

C’è lo strazio e la desolazione dell’anima di fronte a tanta miserabile vergogna umana, disumana.

C’è lo struggimento che non si trasforma mai in pietà o commiserazione né per se stessi né per altri, ma è consapevole, rivolto a tutti gli affetti vecchi e nuovi, ed è un cammino soffocato dell’anima.

C’è il senso dell’individualismo portato all’estremo, per la propria sopravvivenza ad ogni costo. E c’è il senso dell’altruismo per difesa o per opportunismo, ma anche per rinsaldare affetti, per combattere la solitudine, per sperare insieme. Ed entrambi coesistono nella stessa persona, che può essere malvagia, oppressiva, prepotente, assassina con alcuni, e tenera appassionata buona con altri.

Emerge un animo umano, non solo del protagonista ma anche di altri personaggi, complesso, disorientato per la propria stessa complessità e contraddittorietà, capace di giustificare qualsiasi azione come “così dev’essere!”, data l’eccezionalità della situazione, dove mors tua equivale a vita mea, in ogni caso.

C’è il senso e l’arte dell’arrangiarsi e lo sviluppo accelerato di capacità adulte che convivono in un animo ancora bambino, ancora capace di stupore, di meraviglia, di tenerezza, ancora desideroso di carezze materne, di affetti, di sogni.

Ci sono la paura e il terrore negli occhi, nella mente, nel cuore, ma insieme la capacità di cancellarli, di annullarli, di relegarli in angoli fuori portata di sé come appartenenti ad altri da sé, come fossero proiettati nello spazio infinito indefinito, per tenere salda la ragione e la capacità di servirsene nei momenti più terribili e bui dell’esistenza che è condotta da altri, dal destino, non guidata da se stessi.

Paradossalmente tanta negatività genera la capacità di apprezzare le cose semplici della cui esistenza ed essenza in condizioni normali neppure ci si accorge né si ha consapevolezza.

C’è anche il senso di responsabilità spinto al più alto grado, ad esempio nel protagonista, anche quando non crede più in quello che è obbligato a fare e tuttavia rientra al fronte al termine della licenza. E non è dettato (o forse sì?) soltanto dalla paura di essere sottoposto a folli punizioni o addirittura alla condanna a morte, ma sembra anche un modo per sentirsi a posto con la propria coscienza e, magari, un modo per esorcizzare la crudeltà del destino che non potrà (non lo si vorrebbe) accanirsi contro chi fa il proprio dovere(!), così come tale dovere è in quel preciso momento storico concepito da chi ha potere di vita e di morte sui cittadini del proprio stato e di quelli alleati e nemici.

Il finale dice molto chiaramente che non si può -non-si-deve!- essere buoni in certe condizioni, che non si può -non-ci-si-deve-fidare- dei nemici non solo quando si sono esasperati con efferatezze ingiustificabili, ma forse “mai”! Il clima di diffidenza reciproca, quando si è manifestato, difficilmente può essere riportato alla fiducia. E la fine del protagonista, dovuta alla sua intima bontà e al senso di giustizia, mi è parsa assurda!

 

 

 
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