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  Letteratura  »  Salvatore Quasimodo Dall'Ermetismo all'impegno civile, di Fabrizio Manini 21/02/2008
 

SALVATORE  QUASIMODO

Dall’Ermetismo all’impegno civile

a cura di Fabrizio Manini

 

Elio Vittorini, cognato di Quasimodo, lo definisce un “oriundo spagnolo, ma siciliano per il sangue delle generazioni”, con riferimento alla sua origine e al suo fiero carattere. La sua carriera letteraria viene generalmente suddivisa in due periodi: il primo dura fino allo scoppio della seconda guerra mondiale e comprende le raccolte “Oboe sommerso”, “Acque e terre”, “Nuove poesie” e “Erato e Apòllion”, riunite successivamente con il simbolico titolo di “Ed è subito sera”; il secondo, segnato dall’esperienza bellica, è caratterizzato da uno sguardo più impegnato, dovuto ad una maggiore maturità e all’interesse politico spiccatamente antifascista; a questo periodo appartengono le opere “Giorno dopo giorno”, “La vita non è sogno”, “Dare e avere” e la poesia “La terra impareggiabile” con cui vince il Premio Viareggio nel 1958. L’interesse per la poesia deriva dalla passione che Quasimodo ha per Pascoli, D’Annunzio, Ungaretti, Montale e i lirici greci, i quali saranno sempre presenti, in varie forme, nel suo pensiero e nel suo stile. Dal punto di vista delle tematiche il primo periodo riguarda l’analisi del proprio io nel suo vivere con se stesso e con la realtà che lo circonda: l’intento è trascinare in superficie una vitalità da sempre nascosta in fondo alla coscienza e ai sentimenti, cioè l’intenzione di illuminare una parte altra di se che, pur esistendo in lui, vegeta quasi inanimata nei più nascosti recessi della sua personalità. Non è, tuttavia, ben chiaro se Quasimodo ci sia riuscito o meno in quanto, essendo uno dei massimi esponenti dell’Ermetismo, la critica ha pareri piuttosto discordanti in merito. La questione è molto controversa poiché persino Quasimodo stesso non l’ha mai chiarita fino in fondo, neanche in un testo scritto di suo pugno con l’intento di classificarsi all’interno del proprio periodo storico, dal titolo “Brevi cenni sulla mia vita di uomo di cultura durante la dittatura fascista”. E’ comunque ormai assodato che Quasimodo abbia conferito alla parola la funzione di elemento base della tecnica espressiva: Oreste Macrì, uno dei più grandi saggisti del Novecento, fa notare come in Quasimodo la semplice parola “occupi l’intera corrente dell’ispirazione e del pathos”, tanto da ricordare la lingua simbolista di Mallarmé che paragonava la poesia con l’Essere. Tuttavia fin dall’inizio Quasimodo ha utilizzato accortezze metriche, lessicali e di interpunzione che lo assimilavano in modo esplicito ai procedimenti ermetici; la parola, nella sua specifica intensità e nell’essenzialità dei legami, era la prova di una sostanza distante dalla metrica e dalla musicalità che invece ipotizzava e chiedeva una concreta completezza di visioni. Il passaggio attraverso la guerra e la resistenza segna comunque l’allontanamento completo. Quasimodo scrive che “nel 1945 s’insinua il silenzio nella scuola ermetica, nell’estremo antro pastorale fiorentino di fonemi metrici”; questo sta a significare che il concetto di una poesia corrispondente alla vita umana allontana l’idea di un’esistenza formale in quanto storia della parola. Quasimodo non rinnega l’indipendenza dell’evoluzione poetica, ma il periodo dell’impegno pone decisamente e bruscamente fine alla fase ermetista, timida, introversa e forse anche un po’ scontrosa che viveva in se stessa, serrata nei tratti di puro monologo. A partire da “Col piede straniero sopra il cuore” (1946), il percorso simbolista evolve sul piano storico con maggiori sensibilità e attenzione verso la violenza della guerra; l’immagine del poeta portatore di testimonianze e verità in Quasimodo è arricchita di accenti religiosi e di intenti civili: solo per portare qualche esempio “Giorno dopo giorno” racconta il lugubre silenzio di Milano occupata dai nazifascisti e i bombardamenti dell’agosto1943, mentre “Il falso e vero verde” ricorda il sacrificio dei fratelli Cervi e i martiri di piazzale Loreto. I versi, dal tono funereo e solenne, esprimono similitudini di confronto fra il presente e la memoria del mito: il poeta-vate, profondo conoscitore della lirica e di suoi scorrimenti, scopre così la “luce nera” dell’odierno, cioè un’oscurità insistente che, come dice il poeta francese Louis Aragon, “sarà una fonte irremovibile di costante tensione formale e intellettuale in egual tempo”. Le poesie del secondo periodo, nate in seno all’esperienza della guerra, sono sicuramente le più note fra i lettori, ma anche le più discusse dagli studiosi: alcuni le definiscono retoriche, oratorie, declamative e prive di senso critico; il Vigorelli, invece, fa notare che la “nobile eloquenza di sentimenti” avrebbe permesso a Quasimodo di crearsi un linguaggio peculiare e distintivo, pur se costruito sulla classicità delle raccolte precedenti. Nel Quasimodo ermetico, invece, risaltano le immagini di angeli, del vento che sferza le aspre terre bruciate erodendo incessantemente l’arenaria, sotto lo sguardo di cieli cavi dispersi in una vastità enorme di spazi; la mobilità di questi spazi esprime la sofferenza interiore che usa la parola poetica per un ritorno ideale al periodo dell’infanzia. L’incontro con i lirici greci e l’esperienza della traduzione porteranno l’inventiva del poeta ad una conversione sulla realtà, dove l’invettiva contro il nazifascismo e la guerra in generale è un punto d’arrivo dell’iniziale percorso sacrale e simbolico, ma anche un punto di partenza per la sua nuova poesia che, come dice il Contini, “manifesta il desiderio dell’eterno”; una poesia nella quale la voce lirica non è immune dai gesti e dai pensieri umani e “sempre trattiene sul suo guscio almeno un segno di geometria viva”.

Il 10 dicembre 1959 a Quasimodo venne assegnato il Premio Nobel per la letteratura; la sua candidatura era stata proposta da Francesco Flora e Carlo Bo. Dopo un iniziale entusiasmo arrivarono inevitabili le polemiche poiché, secondo molti, erano Montale e Ungaretti, ancora in vita, ad impersonare l’immagine della rinascita e della presenza della poesia italica nel Novecento; la preferenza accordata a Quasimodo apparve ingiusta e scandalosa: difatti, a lungo andare, avrebbe creato una sottile e costante persecuzione, tanto da ridurre progressivamente il valore della sua intera opera per limitarla addirittura al solo percorso traduttorio. Tuttavia questa clamorosa svalutazione si verificò solamente in Italia; all’estero Quasimodo ottenne un successo ampio e caloroso, nel quale gli vennero attribuiti tutti i giusti riconoscimenti. A riguardo è molto significativo un passaggio di una lettera scritta da Annamaria Angioletti, ultima compagna del poeta: egli cercava nella gloria e negli applausi in terra straniera un compenso all’indifferenza da cui era circondato in patria”.

Il testo che vi propongo è “Alle fronde dei salici”, che apre la raccolta “Giorno dopo giorno” del 1947. Quasimodo stesso ha più volte dichiarato che la guerra lo aveva riscattato dalla “prigione delle sillabe”, cioè da una letteratura divenuta culto della parola, mentre la realtà si faceva terribile urgenza. Ciò che egli cercava era una poesia che si aprisse al dialogo concreto tra poeta, uomini e realtà del tempo e non si risolvesse solo nell’intimità di un’esperienza solitaria e personale, per costruire un impegno a testimonianza di una nuova coscienza civile. È proprio Quasimodo a spiegare questa poesia dicendo che era sua intenzione “esprimere lo straniamento del poeta in un mondo che rinunciava alla sua umanità: sotto lo stesso tetto con i nazisti e i fascisti, che sono sempre restati degli stranieri nella nostra terra”. Gli endecasillabi sciolti mantengono la violenza delle immagini all’interno della compostezza classica; il noi prende le distanze dall’io ermetico della produzione precedente, e sta ad indicare un ammonimento corale per la tragedia bellica che tutti coinvolge.

 

Riferimenti: Salvatore Quasimodo, Poesie, Fabbri Editori.

 

 

 

ALLE  FRONDE  DEI  SALICI

 

E come potevamo noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.

 

 
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