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  Letteratura  »  Umberto Saba, La calda vita della poesia, a cura di Fabrizio Manini. 07/03/2008
 

UMBERTO  SABA

L a    c a l d a    v i t a    d e l l a    p o e s i a

a cura di Fabrizio Manini

 

Inizialmente il titolo dell'opera omnia delle poesie di Saba avrebbe dovuto essere Chiarezza (poiché, come dirà egli stesso, la poesia è chiara come la verità), ma poi la scelta cadde più classicamente su Canzoniere. Tuttavia il titolo iniziale, mai utilizzato, è adattissimo alla sua poetica, in quanto ne sintetizza gli intenti e le modalità espressive; i suoi versi, in un periodo d'avanguardia e di sperimentalismo letterario teso ad un profondo rinnovamento della poesia, sembrano quasi al sevizio delle parole che li compongono, al fine di poter comunicare, in modo chiaro e senza equivoci, con tutti gli uomini. Il pubblico di Saba era quindi vasto il più possibile (o almeno questo era il suo scopo), ma non soltanto: egli, prima ancora che poeta, voleva far parte di questo pubblico, abbracciarne i sentimenti, condividerne i gusti, partecipare metaforicamente al suo entusiasmo. E' infatti questo ciò che afferma nel suo primo testo di poetica, Quello che resta da fare ai poeti: i letterati del verso (come ama definirli lui) avrebbero dovuto produrre “la poesia onesta”, cioè non legata alla forma, né ad una particolare corrente; in altre parole Saba riteneva che un poeta non dovesse lasciarsi sopraffare dalla propria ispirazione (come accadeva per la scrittura estetica del d'Annunzio), né perdere la fiducia nelle parole di essere un tramite di verità e sentimento (come invece sostenevano i futuristi). Nonostante gli anni Trenta quando l'ermetismo era predominante, sulla scia delle Occasioni (1939) di Montale o del Sentimento del Tempo (1933) di Ungaretti e in un periodo di scuole e di tendenze, egli rimase fedele alla sua poetica personale, che a tutt'oggi lo rende subito riconoscibile. Questa sua singolare posizione è dovuta in particolare a due motivi: l'essere nato a Trieste, città culturalmente marginale per le novità dell'italico pensiero poetico, e gli studi, avvenuti quasi esclusivamente sui classici italiani. Saba amò fin da piccolo soprattutto Dante, Petrarca, Foscolo, Leopardi e Manzoni (sul quale espresse anche alcune riserve stilistiche); in un certo senso si può dire che “saltò” qualche secolo di storia letteraria per andare ad attingere direttamente alla fonte pura della tradizione, ignorando i richiami alle novità più trasgressive del suo tempo; propria al contrario degli altri poeti italiani dell'epoca che intendevano spazzar via quella tradizione. A causa di questo atteggiamento autonomo e anticonformista, Saba pagò un prezzo alto, almeno nei primi anni dia attività: pubblicò i primi due libri, Poesie (1911) e Coi miei occhi (1912), a proprie spese ed entrambi ebbero una fredda accoglienza dalla critica; per questo motivo la sua notorietà, per diversi anni, ne risentì parecchio. Soltanto a lungo andare le sue tematiche e la sua coerenza stilistica furono rivalutate: dalla metà degli anni Quaranta fino alla morte (1957) iniziò a ricevere importanti riconoscimenti, come la vincita del prestigioso premio Viareggio nel 1946.

Il primo vero titolo, Coi miei occhi, sta ad indicare che la poesia di Saba è autobiografica; tuttavia, a differenza del d'Annunzio che scrive per un bisogno narcisistico di affermazione personale, i suoi versi sono “onestamente sentiti”, come una sorta di garanzia di autenticità dei testi che rispettano la verità e quindi anche i suoi stessi lettori. In molti scritti divenuti poi celebri, come La capra o Città vecchia, il poeta, con realismo autobiografico, prende spunto da un fatto o da un'abitudine (come la passeggiata per i vicoli malfamati di Trieste o l'incontro con una capra) per descrivere gli aspetti che accomunano gli uomini, o addirittura ogni essere vivente: le gioie semplici, le speranze quasi sempre deluse, i sentimenti autentici, le lacrime e, sopra ogni cosa, il dolore, quell'esperienza davvero livellante e affratellante perché ripetitiva, onnipresente, universale e riconoscibile in ogni creatura. Ciò che incanta Saba è l'incontro con la “calda vita” nei suoi aspetti più umili, tanto che nel degrado esistenziale, tra le prostitute, i vecchi bestemmiatori e le trincee, trova e riconosce la presenza di Dio.

Nei suoi tesati Saba dedica grande spazio agli affetti familiari, traducendo in versi l'amore per la moglie Carolina, per la figlia Linuccia, per la sua città, Trieste, amata come una donna e fonte della sua stessa vita. Nelle poesie dedicate a questi tre “personaggi” femminili (A mia moglie, Ritratto della mia bambina, Trieste ed altre ancora) egli raggiunge il culmine delle sue capacità retoriche, armonizzando un linguaggio semplice, quasi parlato, con un lessico elegantemente letterario. Questa fusione, difficilissima ma perfettamente riuscita, mostra l'autenticità dei sentimenti che traspare dai suoi versi e, allo stesso tempo, semplifica la complessità della costruzione stilistica, conferendo all'organicità del testo una leggerezza e una fluidità uniche nella poesia italiana contemporanea.

Nei testi che vi propongo appare uno dei tratti più significativi e caratterizzanti della poesia di Saba: l'accostamento, talvolta anche antitetico, fra vocaboli della lingua parlata, semplici e poco poetici, con parole raffinate, già utilizzate da illustri autori e per questo cariche di molte sfumature di significato, riferibili ognuna ad un particolare aspetto percettivo o emotivo.

 

Riferimenti: introduzione a Saba, La malinconia amorosa, ed. Fabbri

 

 

TRIESTE

 

Ho attraversata tutta la città.

Poi ho salita un'erta,

popolosa in principio, in là deserta,

chiusa da un muricciolo:

un cantuccio in cui solo

siedo; e mi pare che dove esso termina

termini la città.

Trieste ha una scontrosa

grazia. Se piace,

è come un ragazzaccio aspro e vorace,

con gli occhi azzurri e mani troppo grandi

per regalare un fiore;

come un amore

con gelosia.

Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via

scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,

o alla collina cui, sulla sassosa

cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.

Intorno

circola ad ogni cosa

un'aria strana, un'aria tormentosa,

l'aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,

ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita

pensosa e schiva.

 

(25)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RITRATTO DELLA MIA BAMBINA

 

La mia bambina con la palla in mano,

con gli occhi grandi colore del cielo

e dell'estiva vesticciola: “Babbo

-mi disse- voglio uscire oggi con te”.

Ed io pensavo: Di tante parvenze

che s'ammirano al mondo, io ben so a quali

posso la mia bambina assomigliare.

Certo alla schiuma, alla marina schiuma

che sull'onde biancheggia, a quella scia

ch'esce azzurra dai tetti e il vento sperde;

anche alle nubi, insensibili nubi

che si fanno e disfanno in chiaro cielo;

e ad altre cose leggere e vaganti.

 

(13)

 

 

 
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