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  Letteratura  »  Alberto Carollo ha recensito American Ground, di William Langewiesche – Edizioni Adhelpi 20/03/2008
 

William Langewiesche, American Ground (Adelphi, 2003)

di Alberto Carollo

 

 

Ho iniziato a leggere American Ground senza conoscere il suo autore e senza alcuna notizia sulle reazioni che il libro ha suscitato negli USA dopo la sua apparizione in libreria. Nello scorrere il risvolto di copertina mi chiedevo se era ancora possibile dire qualcosa sull'evento forse più documentato della storia recente. Ma si provi a leggere l'incipit, con quel tono algido e perentorio (Le Torri Gemelle del World Trade Center sono crollate l'11 settembre 2001. Quel mattino il cielo era sereno e la temperatura mite…), come se la notizia fosse riportata da un improbabile speaker atarassico: la sensazione netta è quella di essere incappati in una voce fuori dal coro, lontana dai toni accorati e dalle agiografie che ci sono state propinate dai media in dosi massicce e a più riprese nel tempo. American Ground è un libro che si compone di tre reportage lunghi, composti per conto di The Atlantic Monthly e in seguito raccolti in volume. Nel primo viene descritta la topografia del Cumulo, il mondo infero sotto l'imponente ammasso di macerie nel luogo dov'erano le Torri. Nel secondo, La terapia intensiva, Langewiesche ricostruisce nel dettaglio la dinamica dei crolli; in La danza dei dinosauri viene riferita la lotta che nei mesi successivi alla tragedia ha visto pompieri, poliziotti e operai delle diverse aziende edili contendersi Ground Zero per diverse ragioni. Per sei mesi il giornalista americano, l'unico autorizzato a rimanere all'interno dell'area, ha seguito e osservato da vicino le operazioni di sgombero. Eppure, a rendere speciale questo libro non è tanto il resoconto di un inviato nel cuore dell'evento, come ne abbiamo visti e apprezzati tanti, ma la scelta della materia da trattare e il punto di vista adottato. Langewiesche sceglie di raccontare la storia della rimozione dei detriti; di questa impresa, pur costellata di eventi accessori che offrono diversi spunti di riflessione e interpretazione, narra sostanzialmente il libro.  Per quanto attiene invece al punto di vista, l'intento è evidente nelle parole del suo autore: (…) se il libro voleva andare al di là della cronaca era essenziale una certa neutralità: dovevo lasciare che i sentimenti e le opinioni ce li mettessero i lettori. Io dovevo soltanto essere il loro sguardo, e senza neppure pretendere di comportarmi da giornalista obiettivo”. E per lo più ci riesce, Langewiesche, a mantenere quella distanza emotiva, a rifuggire quel sentimentalismo da lui definito “malsano” che permeava il cantiere in quei mesi cruciali, per affidare alla storia un resoconto di grande valore informativo, rendendo agevole anche al profano la terminologia tecnica, le valutazioni ingegneristiche, le ipotesi virtuali, per delineare un ritratto inedito di un Paese colto “nel presente” di un momento così vulnerabile, mutilato e oltraggiato, preda del caos e della spontaneità. A mio giudizio è proprio il racconto di questa spontaneità, di come i responsabili delle imprese edili si organizzano per rimuovere le macerie, di come queste vengano convogliate nella immensa discarica di Fresh Kills dove avviene l'ultimo, pietoso spoglio alla ricerca dei resti umani da riconoscere, la parte più felice del testo. E' l'America pragmatica, l'America di uomini come Ken Holden, Mike Burton e collaboratori, che si rimboccano le maniche e raccolgono sfide di ogni genere. “Alcuni dei partecipanti erano professionisti affermati, con uno stato di servizio impressionante: tuttavia nel mondo del Trade Center il curriculum contava assai poco. Per quanto temporaneo, vigeva infatti un nuovo contratto sociale (…):ciò che ognuno poteva dare in quel momento. E ancora: “Nessuno aveva il tempo di valutare opzioni e di redigere piani: quello che serviva era spirito di iniziativa allo stato puro.”

La descrizione dei protagonisti, la loro biografia e il compito che hanno svolto sul Cumulo sono rappresentati con una certa dose di enfasi, ma è lo stesso giornalista a mettere le mani avanti, sottolineando nella Postfazione che la sua presenza nel cantiere rappresentava un rischio, che l'ammirazione per loro non era affatto scontata all'inizio e che era pronto a denunciare l'eventuale fallimento con la stessa sollecitudine con cui ne avrebbe celebrato il successo.

Diverso il discorso per le dinamiche sociali. Il libro non è piaciuto a molti e negli USA è stato oggetto di campagne censorie e di un lungo e controverso dibattito. Langewiesche è stato accusato di mancanza di rispetto nei confronti delle vittime, e di pregiudizi verso i vigili del fuoco, infuriati perché nel testo si parla di saccheggi commessi nella zona dei crolli da alcuni pompieri, e in particolare dello scontro seguito al ritrovamento di un relitto di autocarro del Fire Department pieno di jeans nuovi. “A dire la verità, bastava osservare le impronte lasciate dai computer portatili e tutte le borse aperte per capire che la stanza era stata perquisita a fondo in cerca di oggetti di valore, magari da un vigile del fuoco o da un poliziotto o da un operaio. Rappresentanti di tutti e tre i gruppi sono stati effettivamente implicati in numerosi episodi di saccheggio (…)”.

Langewiesche si rifiuta di celebrare gli “eroi” delle Twin Towers; ritiene che l'opinione pubblica sia stata indotta dai media a coltivare una visione distorta della realtà. In quei mesi erano tutti inclini a pensare che lavorare in Ground Zero fosse una condizione improba e che nell'immaginario collettivo la figura del pompiere meritasse la venerazione del Paese. Ma accanto ai vigili del fuoco c'erano altre figure, appartenenti a diverse categorie. A quanto emerge dal libro, sul Cumulo non vi era unità d'intenti: diverso il rituale col quale si tributavano gli onori alla salma di un vigile del fuoco rispetto a quella di un civile o di un poliziotto; frequenti i litigi, le divergenze di opinioni sulle strategie da adottare, gli scontri tra le diverse imprese edili che si contendevano i quadranti dell'area da bonificare come se rivendicassero una fetta di territorio per la loro tribù. E fuori dal Trade Center si vendevano adesivi con gli slogan UNITI SI VINCE, “in un paese che con tutta evidenza vince disunito, perché sa trasformare i dissensi in punti di forza”, chiosa Langewiesche. Per il giornalista americano tutto ciò sembrava prefigurare una sorta di implosione sociale che era precisamente uno degli scopi dell'attacco. “L'America è un Paese forte e caotico, dominato da molte cose ma non dal razionalismo.”

 

 
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