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  Letteratura  »  Rubén Dario. Un poeta figlio dell'America, di Fabrizio Manini. 04/04/2008
 

Rubén Darío

Un poeta figlio dell'America

 

di Fabrizio Manini

 

    Rubén Darío nasce il 1867 a Metapa, nel Nicaragua settentrionale. Molto precoce negli studi, anche grazie al maestro-poeta Felipe Ibarra, si racconta di una sua composizione scritta ad appena undici anni nella quale prendeva in considerazione tanto la Grecia quanto la Bolivia; già nel 1880 vennero ospitate sui giornali alcune sue liriche, rielaborate da alcuni libri trovati per caso in un armadio (Le mille e una notte, La Bibbia, Don Chisciotte). La notorietà che derivò da questo fatto gli permise di entrare a lavorare giovanissimo nella Biblioteca Nazionale di Managua dove, grazie all'appassionato studio dei classici e dei romantici spagnoli, completò la sua conoscenza in materia divenendo uno dei più preparati poeti dell'intero continente.

    Una decisa contrarietà alla retorica, ai luoghi comuni, alla banalità di un'inventiva spesso sterile, viene denominata Modernismo nei paesi a lingua spagnola. Questo movimento, inteso anche in senso spirituale che teorizzava un'arte schietta e libera derivante dalle proprie origini, Darío lo apprese in Cile, dove si trasferì nel 1886. A Santiago conobbe l'opera dell'intellettuale cubano José Martí, per il quale ebbe sempre una vera e propria devozione, e la poesia simbolista francese che fece conoscere ai giovani scrittori ispano-americani. Il colore simbolico della nuova poesia era l'azzurro, proprio come Azzurro era il titolo della raccolta poetica giovanile il cui segreto è stato la capacità di assimilare e riproporre la mentalità francesista della poetica contemporanea in un'ottica volta al recupero delle radici culturali d'America. La raccolta Prose profane del 1896 si può considerare come il manifesto culturale del Modernismo che andava proclamando una poetica impetuosa e una nuova sensibilità realizzabile attraverso una maggiore attenzione a ciò che fino ad allora era stato poco considerato, come l'entusiasmo passionale e la libertà verso la bellezza. Il Modernismo di Darío si manifesta nella scrittura con il rifiuto dell'ordinarietà, l'ascolto della ritmica interna all'espressione, l'uso sovrabbondante di aggettivi e una ricerca etimologica quasi di ogni termine; il lessico raffinato, spesso desunto dal francese, da l'idea di un'erudizione quasi aristocratica. L'esito di queste innovazioni consiste nell'associamento di emozioni ed espressioni volte alla musicalità del pensiero che si fonde con il tessuto verbale; la naturalità si unisce spontaneamente a in gusto ricercato, derivante dalla tradizione europea, che allo stesso tempo rivendicava la propria originalità ispanica e una certa autonomia in contrasto con la cultura nordamericana. La lingua spagnola, decisa, seducente e musicale per definizione, era ideale per l'innovativo verso modernista introdotto da Darío; l'uso di ottonari e endecasillabi in primis, ma anche di esametri e alessandrini, conferirono ai suoi sonetti a una rara perfezione; il senso di completa libertà nell'uso di accenti, cesure e rime avrebbe più tardi rivoluzionato la lirica novecentesca dell'america Latina e dei paesi a lingua ispanica.

    Il lato affettivo della vita di Darío è piuttosto travagliato; è stato legato, più o meno intensamente, a moltissime donne di diversa estrazione sociale e di diversa nazionalità, in particolare quando si trovava a Parigi in qualità di console nicaraguese in Francia. Litigi e riavvicinamenti, matrimoni e separazioni, avventure e frequentazioni di vario genere, unite a un'indole sostanzialmente ribelle e insofferente, lo portarono a non avere legami stabili con nessuno. Alcuni critici hanno visto in questa condotta decisamente libertina la causa dell'alcolismo che ha afflitto gli ultimi anni di vita del poeta. Alla sua morte nel 1916 gli vengono tributati gli onori nazionali con un funerale di stato alla presenza di alte cariche politiche e di intellettuali sia in patria che all'estero. Il binomio genio e sregolatezza, creato ad hoc qualche tempo prima per i simbolisti francesi (ma non solo per loro), aveva evidentemente conquistato anche il Darío, sia pure con la grande differenza di aver evidenziato il contrasto alla base della sua vocazione di poeta fra spiritualità e paganesimo, fra Cristo e Venere, fra la croce e la rosa. Le due poesie che vi propongo, nella traduzione di Enza Minnella, sono tratte da Prose profane e altri poemi (1896): la prima, Là lontano, è rappresentativa di quel ritorno alle proprie radici culturali e concrete che ha animato un po' tutta l'intenzione letteraria dell'autore, la seconda, Il fatale, esprime il conflitto fra il mistico e il venusiano sovrastati entrambi dalla minaccia della morte.

 

Riferimenti: Rubén Darío, Canti di vita e di speranza, Fabbri Editori.

 

 

 

Là lontano

 

Bue che vidi nella mia infanzia sbuffante vapore

sotto il sole nicaraguese di accesi ori,

nella campagna feconda, piena dell'armonia

del tropico; colomba dei boschi sonori

del vento, delle torce, di passeri e tori

selvaggi, io ti saluto, ché sei la mia vita.

 

Pesante bue, tu evochi la dolce alba

che chiamava alla mungitura della vacca da latte,

quando era la mia esistenza tutta rosata e bianca,

e tu, colomba di montagna che tuba,

significhi nella mia passata primavera

tutto ciò che c'è nella divina Primavera.

 

 

 

Il fatale

 

Felice l'albero che è appena sensitivo,

e più la pietra dura, perché quella non sente,

poiché non c'è dolore più grande del dolor d'essere vivo,

maggior perso della vita cosciente.

 

Essere e non sapere nulla, e esser senza rotta certa,

e il timore d'esser stato e un futuro terrore…

E la paura sicura d'esser domani morto,

e soffrir per la vita e per l'ombra e per

 

ciò che non conosciamo e appena sospettiamo,

e la carne che tenta coi suoi freschi grappoli,

e la tomba che attende coi suoi funerei rami,

e non sapere dove andiamo,

da dove veniamo!…

 

 
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