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  Letteratura  »  Alberto Carollo ha recensito Cosmopolis, di Don DeLillo – Edizioni Einaudi 10/04/2008
 

 Cosmopolis

 di Don DeLillo

(Einaudi,2003, pagg.180, Euro 16,00)

 

 

A cura di Alberto Carollo

 

  Mi ha sempre colpito in DeLillo la capacità – quasi una sorta di chiaroveggenza – di restituirci con la sua opera una radiografia dettagliata della situazione attuale della società “cosiddetta” postmoderna -  e nella fattispecie quella che ne è l'emblema, cioè la società statunitense – nei suoi molteplici aspetti: politico, sociale, religioso, antropologico, artistico.

  La diagnosi, attenendoci alla metafora medica, è sempre azzeccata e nella maggior parte dei casi è infausta (sic!).

 

  In questo romanzo breve non siamo certo all'altezza di quello che è finora ritenuto il suo capolavoro, Underworld; siamo distanti da quel grande affresco della recente storia americana; siamo lontani da quel complesso intreccio, da quella partecipazione emotiva e dalle vette di lirismo raggiunte colà, riguardassero anche la prosaica questione dello smaltimento dei rifiuti (dove la gestione del problema assurgeva a scala di valutazione del grado di civiltà delle odierne società occidentali!). In Cosmopolis DeLillo sceglie di parlare del declino della new-economy e di fatto, in questo ultimo gelido inno a New York (il romanzo è significativamente dedicato a Paul Auster), sferra un violento attacco al mostruoso mondo del capitalismo americano e ai suoi riti tecnologici.

 

  La storia è piuttosto esile ma come accade negli ultimi DeLillo, vedi Libra e Body Art, la situazione di partenza diviene un pretesto per scattare un'istantanea, quasi il dettaglio di una fotografia d'insieme di vaste proporzioni. Il ventottenne miliardario Erick Packer esce dal suo lussuoso attico a tre piani e sale sulla sua limousine con un capriccio: attraversare la città per andare a Hell's Kitchen e farsi un taglio di capelli dal vecchio barbiere di fiducia del padre. La macchina è un vero e proprio ufficio su quattro ruote; dispone di una serie di monitor collegati con le borse, permettendo a Packer e ai suoi tecnici di tenere d'occhio gli alti e bassi dei mercati. Packer si rivela ben presto ossessionato dalla tecnologia che il suo status gli mette a disposizione; l'ansia di conoscere in tempo reale le fluttuazioni dei suoi titoli, una partita senza esclusione di colpi ingaggiata contro lo yen e la sua inarrestabile ascesa e non da ultimo una vaga minaccia che attende alla sua incolumità lo faranno precipitare per gradi in una spirale di follia autodistruttiva.

 

  L'incedere della limousine viene interrotto più volte dai meeting di Packer: ora un esperto di computer, poi un matematico, il medico personale che vigila costantemente sul suo stato di salute e gli pratica, mentre è intento a conversare di economia con una collaboratrice, un'esplorazione rettale. Altri ostacoli si frappongono tra lui e il suo obiettivo, aprendo squarci su scenari metropolitani convulsi e perturbanti, non del tutto inediti ma con uno sguardo obliquo, calati in una dimensione al limite del surreale:il passaggio del corteo presidenziale e le sommosse violente dei manifestanti estremisti no-global, il set di un film dove sosta per interpretare un ruolo di comparsa, un rave-party o il funerale un rapper prematuramente scomparso.

  Di tanto in tanto incontra la moglie, bella e ricchissima, sposata per procura, figura senza arte né parte che Eric cerca di interpretare come se si trattasse di un enigma.

 

  Il romanzo ha subito le stroncature di una parte della critica letteraria anglo-americana vicina agli ambienti dell'establishment e anche da noi non ha riscosso l'attenzione che meritava. Alcuni commentatori hanno parlato di una certa piattezza, di una lettura poco coinvolgente. Certo è difficile provare simpatia per uno come Erick Packer. I suoi dialoghi sembrano più dei lunghi soliloqui; incontra un sacco di gente, con le donne che ha intorno consuma anche del sesso frettoloso e nevrotico ma in ogni caso non c'è mai un reale contatto. Il pathos, se c'è, è rintracciabile nella chiacchierata col vecchio barbiere che lo conosceva da ragazzino o nel confronto finale con un suo ex-impiegato, Benno Levin doppio negativo di Packer e sua nemesi.

  Del resto cosa potremmo aspettarci da una gelida e brillante intelligenza come quella di Packer, fine conoscitore di scienza, poesia, arte; sacerdote della tecnocrazia, muscoloso e ricchissimo, persino bello; cosa potremmo aspettarci da uno che si trastulla con un bombardiere nucleare in disarmo?

 

  Il gioco mortale dei vertici della Finanzia Mondiale che DeLillo svela e immortala in immagini di rara efficacia non ha nulla di intrigante. La sua asetticità sentimentale è resa magistralmente da un'asciuttezza formale, dalla cifra raffinata alla quale ci ha abituati, ammirevole impasto di prosa e poesia che pur senza venire meno al proprio rigore si ammanta a volte di connotazioni metafisiche, di improvvise ricognizioni in scenari dove presente e futuro si confondono nella stretta interdipendenza tra denaro, tecnologia e civiltà: "In effetti i dati, in sé, emettevano una concentrazione spirituale e irradiavano scintillii luminosi, un aspetto dinamico del processo vitale. Era questa l'eloquenza degli alfabeti e dei sistemi numerici, ora pienamente realizzata in forme elettroniche, nella riduzione del mondo alla binarietà di 0 e 1, l'imperativo digitale che definiva ogni respiro dei billioni di esseri viventi sul pianeta".

 

  Don DeLillo è nato nel 1936 nel Bronx, da una famiglia di origine italiana. Vive lontano dalle mondanità della società letteraria, ma pubblica sulle riviste più importanti degli States, dal “New Yorker” all'”Harper's”, e lavora molto per il teatro. E' considerato il grande maestro della narrativa postmoderna americana. Ha esordito nel '71 con Americana. Altre opere: Rumore bianco, Libra, Underworld, Body Art, Mao II e due commedie: Valparaiso e la stanza bianca.

 

 
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