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  Letteratura  »  Miguel Torga, di Fabrizio Manini 20/06/2008
 

MIGUEL  TORGA  

di Fabrizio Manini

 

Adolfo Correira da Rocha nasce nel 1907 in Portogallo. Insieme a Fernando Pessoa è riconosciuto tra i maggiori autori del Novecento portoghese, tanto da condividere con l'illustre contemporaneo l'assunzione di un eteronimo che vuole significare la frantumazione dell'io a favore dell'esistenza del “doppio” e del “sosia”. L'inquietudine dello sdoppiamento fra se stesso e l'Altro sarà ricorrente in tutta la produzione di Torga e porterà a un continuo e violento confronto fra queste due entità, specialmente dal 1934 in poi quando consegue la specializzazione universitaria. Egli assume il nome di Miguel, in onore di Cervantes, da cui riprende il concetto dell'impossibilità attuativa riguardo all'ideale di essere uomo e scrittore; oltre a questo Cervantes e Pessoa saranno i protagonisti di molte sue liriche. Il primo, simbolo di sogni e chimere, è radicato alla terra d'Iberia, definita “terra tumor d'angoscia nera e disperata” dove tuttavia la natura accoglie con gioia il genio che lì viene a trovarsi; il secondo appare agli occhi di Torga come un occulto creativo di versi sfuggenti, alla stregua di un trovatore-argonauta che canta la centralità lusitana attraverso l'esaltazione delle qualità naturali e terrene dell'essere umano. In fondo una delle sue opere migliori come l'Orfeo ribelle (1958) da una definizione del poeta assoluto con cui Torga ambisce a identificarsi: la verità poetica diffonde la speranza, ma porta con sé la paura di essere uomini in una vita dove la scrittura si abbandona alla nostalgia di vivere. Torga creò su di sé la maschera di Orfeo iberico e insofferente, combattivo e solitario, lontano da scuole o movimenti culturali (pur essendo attivo collaboratore di varie riviste) e per questo inevitabilmente e incessantemente combattuto fra i naturali richiami terreni e una ricerca spirituale-interiore dove colui che verseggia è cittadino del mondo e sfida quest'ultimo con la propria difesa.

Le influenze moderniste, l'attenzione verso i contemporanei in generale, Joyce e Proust in particolare, gli suggeriscono una scrittura elaborata ma diretta, emotiva e realistica insieme, attenta alle istanze sociali così come a quelle esistenziali. In ultima analisi ciò che veramente gli interessa è la difesa della vita e questo avviene attraverso un radicamento ai luoghi natii che forniscono lo sfondo delle sue opere: non a caso in portoghese la parola “Torga” che ha scelto come cognome indica una pianticella montana resistentissima a tutte le avversità. Oltre alle poesie egli scrive anche romanzi, racconti, novelle, testi teatrali, dai quali tutti traspare l'ansia di un riscatto individuale che emerge prima nell'esaltazione di un universo umano-religioso e poi nella celebrazione di un paganesimo di matrice druidica correlato di astrazioni terrene e sovrannaturali che lo portano a dire “è sotto il suolo che mi cerco”. L'aver collaborato tre anni (dal 1927 al 1930) con la prestigiosa rivista Presença ha portato l'autore a delimitare chiaramente la sua visione di cultura e il suo modo di scrivere; tale esperienza gli ha permesso di allargare i propri orizzonti a un pubblico ampio e non più circoscritto solo agli amanti delle avanguardie, lo ha persuaso a rifiutare nettamente qualsiasi etichetta di “scuola di pensiero” e lo ha portato a un atteggiamento di sostanziale ambiguità nei riguardi degli eventi politici. In conclusione l'uomo teorizzato e vagheggiato da Torga appariva molto lontano dalla storia di un Portogallo che per buona parte del secolo scorso non è certo stato un paese ricco; era qualcosa di legato alla realtà naturale, prodotto della terra iberica, fango e chiaro di luna in perenne lotta per ciò che è e ciò da cui proviene e in cerca di una qualche verità che non può comunque riuscire a trovare. I testi che vi propongo sono Appello e Reminiscenza tratti entrambi da Orfeo ribelle; i versi di speranza e, allo stesso tempo, di rassegnazione uniti alla volontà di combattere e al timore di essere uomini “che più non germogliano” trovano qui la loro summa in una persona sola che non vuol saperne di arrendersi e che non è difficile immaginare come Torga stesso.

 

 

 

 

 

 

 

APPELLO

 

Decidetevi in fretta, finché è tempo,

se volete accudirmi.

Procuro di resistere

all'avversario,

e ho bisogno d'aiuto.

Ma chi mi verrà in soccorso,

sappia che soltanto

potremo combattere

sulle vette e nei baratri

sugli estremi confini,

ai limiti del mondo

e dell'essere mio.

 

 

 

 

REMINISCENZA

 

Prosegue l'incubo.

Felice il tempo, che non ha memoria!

È soltanto degli uomini

quest'altra vita del ricordo.

E così inutili certe agonie

che il passato distilla nel presente!

Così inutili i giorni

che l'animo rifà e il corpo più non sente!

La ricordanza dolente permane

nelle cicatrici.

Tronchi recisi che più non germogliano

e rimangono verdi, vegetali,

nel silenzio profondo

delle radici.

 

 

 

 

 

Riferimenti: Miguel Torga, Poesie, Fabbri Editori.

 

 
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