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  Letteratura  »  Alberto Carollo ha recensito Donne, ricette, ritorni e abbandoni, di Milvia Comastri, edito da Pendragon 14/11/2008
 

Donne, ricette, ritorni e abbandoni

di Alberto Carollo


Quello tra cibo e letteratura è un sodalizio di lungo corso. Nell’odierno panorama editoriale sono infatti numerosi i libri che mettono in rapporto la cucina con la scrittura: pensiamo a certa narrativa di genere, per esempio alle passioni gastronomiche di Pepe Carvalho di Vasquez Montalban, al Maigret di Simenon, al Montale di Izzo, al Montalbano di Camilleri, alle incursioni alimentari dell’Alligatore – pure abile inventore di cocktail micidiali – di Carlotto. E che dire, spaziando, di Afrodita di Isabel Allende, La cucina di Bahia di Jorge Amado, La vendetta della melanzana di Bubul Sharma, Il pranzo di Babette di Karen Blixen? Potremmo spingere questa singolare ricognizione in una ideale discesa cronologica che passa per le madeleines proustiane, fa tappa da Rabelais e si tuffa su Ariosto e Boccaccio.
Il cibo – al pari della scrittura – è rappresentazione: la composizione degli ingredienti, le tecniche di cottura, la presentazione dei piatti; nella accezione antropologica e culturale la cucina caratterizza le civiltà, è uno specchio della società corrente, esprime la nostra personalità. “Dimmi come mangi e ti dirò chi sei”, e fa differenza accordare le nostre preferenze all’uso di certe spezie o al fritto, alla perversione della sapidità e della piccantezza, alla lussuria della panna e degli intingoli piuttosto che alla delicatezza minimal-chic dei gambi di sedano o alla freschezza policroma delle macedonie di frutta.
Non fanno eccezione a questa tendenza i racconti di
Donne, ricette, ritorni e abbandoni di Milvia Comastri (Edizioni Pendragon, 2005, pagg. 158, Euro 14,00), storie declinate al femminile, imperniate su questioni cruciali dell’esistenza: amore e disamore, l’amicizia, la memoria e la ricerca di sé, il tradimento, la malattia e la solitudine. E neanche a dirlo, il fil rouge, il “mantecato” che lega i singoli episodi è costituito da una mini-raccolta di ricette di sicuro successo: dai biscottini Jolly al budino di fichi, dalla pastiera alla torta di zucca eccetera. Appare scontato pensare a questo insolito ricettario in limine come a un rimedio strategico per affrontare le turbolenze del quotidiano, per sedare in parte il male di vivere. In realtà la linearità del linguaggio e delle situazioni presentate al lettore convince per grazia e equilibrio, senza cadere nell’ovvio e nel banale. La Comastri (Bologna, 1946) svirgola le etichette che siglano operazioni consimili con la sincera semplicità di una scrittura garbata, senza eccessi o forzature, partecipe con il “giusto distacco”, carica di pietas anche nella trattazione di situazioni drammatiche, come nel caso del terribile segreto condiviso dalle due sorelle in Tu che mi sorridi verde luna, o la tematica omosessuale – che mi ha ricordato il David Leavitt degli esordi – in Una storia come un’altra. Il cibo accorcia le distanze, è autoconfessione e apertura al mondo, come in La gentilezza invisibile; è un momento squisitamente conviviale, di condivisione o separazione, di preludio a una nuova fase della vita, come in Buon anniversario, tesoro! e La visita. Ma il cibo riconduce anche al focolare domestico, dove si officiano i riti borghesi e si tenta una difficile – talora impossibile – conciliazione tra pubblico e privato (16 marzo 1978 e Comunque uomo, tra i racconti a mio avviso più riusciti dell’intera raccolta), dove entrano in gioco le dinamiche sociali, le rivalità e meschinità tra i colleghi di lavoro (Dalla 0,5 al cioccolato Waldorf). Comastri non ha modelli o riferimenti privilegiati in punta di penna; la sua è una scrittura guidata da un solido istinto e da uno sguardo che opera sicuro le scelte corrette, coinvolgendo tutti i sensi, mischiando odori e sapori, riscoprendo l’alchimia di genuini piaceri in bilico tra ragione e sentimento.

 

 
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