Area riservata

Ricerca  
 
Cookies Policy  
 
Diritti d'autore  
 
Biografia  
 
Siti amici  
 
News  
 
Bell'Italia  
 
Il cerchio infinito  
 
Canti celtici  
 
Poesie  
 
Racconti  
 
Scritti di altri autori  
 
Editoriali  
 
Recensioni  
 
Libri e interviste  
 
Intervista all'autore  
 
Letteratura  
 
Freschi di stampa  
 
Il mondo dell'editoria  
 
Le Agenzie Letterarie  
 
Fotografie  
 
 
 

  Letteratura  »  David Golder, di Irène Némirovsky, edito da Adelphi e recensito da Grazia Giordani 05/12/2008
 

Un folgorante capolavoro

di Grazia Giordani

 

Pochi invero sono i romanzi capaci di conservare intatta la capacità di emozionare il lettore  ottant'anni dopo la prima pubblicazione. Questo è il destino di David Golder, opera prima di Irène Némirovsky (Adelphi, traduzione di  Margherita Belardetti, pp.180, euro 16) che continua ad affascinare, proseguendo il destino di tutta la scrittura dell'autrice russa, rifugiata a Parigi in anni giovanili, morta ad Auschwitz, di cui già abbiamo ammirato lo splendido Suite francese, pubblicato e pluripremiato postumo.

Siamo nella capitale francese nel 1929 quando Bernard Grasset ha appena finito di leggere il manoscritto di David Golder, ricevuto per posta, senza il mittente. Folgorato dalla bellezza del romanzo, l'editore dovrà ricorrere ad un annuncio sul giornale per rintracciare la ventiseienne autrice, elegante, briosa, appartenente alla haute di una classe sociale che vive nel lusso e nella spensieratezza. E Grasset resterà stupito dalla giovinezza di una penna che sa scrivere col piglio consumato di uno scrittore di razza, capace di dare persino un taglio cinematografico alla sua pagina che ispirerà registi come Julien Duvivier negli anni Trenta e Gregory Ratoff vent'anni dopo, tanto è suggestiva la vicenda di Golder, l'ebreo di Odessa, emigrato giovanissimo che – dopo esser divenuto molto ricco in campo internazionale – ora si trova in cattive acque. “Era un uomo di più di sessant'anni, enorme, con le membra grasse e flaccide, gli occhi color dell'acqua, vivacissimi e opalescenti… il viso devastato, duro, come plasmato da una mano rozza e pesante” . Così la Némirovsky ci descrive il suo protagonista, attingendo anche a reminiscenze personali, visto che la sua famiglia originaria di Kiev, apparteneva a banchieri plutocrati, rifugiatisi in Francia dopo la rivoluzione di ottobre. Subito ci appare spietato questo Golder, una macchina da soldi senz'anima, pronto a indurre, senza scrupoli,  al suicidio il socio Simon Marcus. Il destino di Golder è quello di rincorrere il danaro calpestando chiunque, attorniato dalla diffidenza e disistima di chi lo circonda. La moglie Gloria lo tradisce spudoratamente, mantenendo amanti a spese del marito (sembra che l'autrice si sia ispirata alla vita della madre, quella Fanny non precisamente amata), raggirato dalla figlia Joyce, pronta a tutto per estorcergli moneta. Moglie e figlia non avranno pietà del suo stato di salute della sua angina pectoris,  interessate solo a soddisfare i loro vizi. Una sottolineatura speciale merita la crudeltà di Gloria quando istilla nella mente del marito il dubbio sulla sua paternità. Quella Joyce tanto viziata e in tutto accontentata, potrebbe dunque esser figlia dell'amante? E l'autrice dà segno di ben conoscere quel mondo fatuo e corrotto che sta descrivendo, poiché lei stessa ha vissuto i suoi anni giovanili in un'atmosfera da belli e dannati alla  Fitgerald Scott – tra la capitale francese e Biarritz -, prima di sposare il banchiere russo Michel Epstein. Il matrimonio porterà serena maturità alla brillante Irène, un'ebrea “dissidente”, inutilmente convertita al cattolicesimo nella speranza di salvare la pelle.

Dunque, David Golden è un romanzo autobiografico, crudele e spregiudicato, nello stile prosciugato che l'autrice ha mantenuto anche in Suite francese, in cui la Némirovsky guarda al microscopio il suo mondo di appartenenza, fatto di prospettive materialistiche e fatue, il mondo degli affari sulla pelle del prossimo, spesso degli ebrei nuovi ricchi il cui unico obiettivo sembra essere quello di diventare ancora più ricchi. I sentimenti sembrano non  esistere, relegati in secondo piano. Umanità e solidarietà sono utopie. La sopraffazione la fa da padrona, umiliando e schiacciando  chiunque, anche se nel finale del romanzo un soprassalto di sentimento si fa spazio fra tanto cinismo, visto che l'incallito ebreo, devastato dalla malattia, si avventura nell' ultima impresa finanziaria per salvare la giovane Joyce, pur nel dubbio che si tratti veramente di sua figlia. Un estremo bagliore di luce, nel buio di tanto cinismo.

 

 
©2006 ArteInsieme, « 09647609 »