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  Letteratura  »  Zygmunt Bauman, osservatore del presente, di Carlo Bordoni 27/01/2009
 

ZYGMUNT BAUMAN, OSSERVATORE DEL PRESENTE

di Carlo Bordoni

 

Zygmunt Bauman (Poznan, 1925) non è solo l'acuto osservatore della società liquida. È anche il più profondo critico della società dei consumi. Al problema del consumismo ha dedicato molti studi, a cominciare da Lavoro, consumismo e nuove povertà (Città Aperta, 2007) a Homo consumens (Erickson, 2007), fino all'ultimo, Consumo, dunque sono (Laterza, 2008), il più attuale, dove sono affrontati temi scottanti del mutamento sociale, come la pratica quotidiana dei networks, da cui è difficile sottrarsi. La lettura di Bauman dimostra come l'esposizione pubblica di sé nei social networks ha, di fatto, superato quella televisiva (del tipo “Reality Show”) e ne rappresenti lo sviluppo successivo. Per capirci, Facebook, Bebo.com e, per certi versi, YouTube.

Quando ho segnalato questa tendenza ad “apparire” sui media – soprattutto in Tv, in programmi dedicati – nel mio saggio Società digitali (Liguori, 2007), ritenevo che l'idea di mostrarsi in un contesto pubblico, mettendosi al centro dell'attenzione, non fosse che il frutto del desiderio di uscire dall'anonimato, dimostrare di “esserci” in un mondo che cancella le differenze, ignora e isola gli individui. Invece le considerazioni di Bauman, già in apertura di Consumo, dunque sono, inducono a guardare ben oltre: l'apparire non è allora uno scopo, ma un mezzo. Un modo di vendersi sul mercato dell'esistenza, di essere considerato necessario dagli altri. Un farsi “individuo-merce”. Perché il valore non è dato soltanto da quanto la società è disposta a pagare per averti, ma anche da quanto puoi spendere dentro questa stessa società per contribuire a mantenerla. Un circolo vizioso che si alimenta all'infinito.

1. Leggere Bauman è un'esperienza creativa. È uno di quei rari pensa­tori che sono vere “incubatrici” di pensiero: ascolti le loro osservazioni, all'apparenza innocue e pacate, e ti si aprono orizzonti di complessità, collegamenti inaspettati, soluzioni a cui non avresti mai pensato. Uno di quei rari pensatori che sono capaci di “ generare senso” in chi li ascolta, autorevoli testimoni del loro tempo. E testimone del nostro tempo Bau­man lo è senza dubbio, essendo ormai considerato come il più significa­tivo maître à penser della crisi di passaggio tra il xx e il xxi secolo.

Gli elementi di crisi tra i due secoli si possono così sintetizzare:

a.        La fine delle ideologie (a partire dagli anni Settanta, secondo la ben nota interpretazione di J.-F. Lyotard);

b.        La prevalenza dell'individualismo;

c.         La crisi del lavoro (passaggio al lavoro immateriale: J. Rifkin, R. Sennett);

d.        La globalizzazione;

e.        La de-localizzazione del potere (crisi della democrazia);

f.          La demassificazione (fine della società di massa ed emergenza delle moltitudini)

Senza dimenticare che le nuove tecnologie (da cui discende in gran parte il lavoro immateriale) e lo sviluppo delle comunicazioni a livello planetario hanno il loro peso in questa trasformazione.

 

2. A Bauman sono state poste alcune domande su temi di scottante attualità, che vanno dai problemi dell'immigrazione al ruolo dell'Europa, dalle rivoluzioni alle speranze dei giovani: tutti argomenti già trattati nei suoi testi e che attendono un adeguato approfondimento in quelli a cui sta ancora lavorando. Ma vorrei soffermarmi su alcuni punti focali che ritengo estremamente interessanti e che riguardo specificamente il ruolo della religione nella globalizzazione, la questione della povertà e della crisi della democrazia nella società occidentale.

Perché il ritorno al sacro è una delle risposte possibili al problema della globalizzazione? Coerentemente con la crisi delle ideologie che ha segnato la nascita del postmodernismo, Bauman rileva come il bisogno di stabilità e di sicurezza si traduca in un recupero della spiritualità “slegata da ogni riferimento temporale”. Per comprendere questo fenomeno non bisogna dimenticare che la crisi delle ideologie – un fenomeno nato con l'Illuminismo – equivale a una crisi del razionalismo. Così il recupero dei valori religiosi rappresenta il bisogno di fiducia, non più razionalizzato, riposto in un valore trascendentale. Ciò anche per contrastare l'individualismo esasperato nella fase della demassificazione.

 

3. La nuova povertà. È un tema relativamente nuovo in Bauman, affrontato nei testi più recenti dove tratta del consumismo; un tema gravido di sviluppi sociologici molto significativi.

Si parte dal presupposto che la povertà sia l'unico elemento “solidificato” in una società liquida, esasperata dall'incertezza e dall'instabilità. I poveri sono coloro che, al contrario delle classi medie, soffrono di una stabilità forzata, che non hanno nulla da perdere (proprio come i proletari del “Manifesto” di Marx), che sono sicuri delle loro condizione e non hanno speranze di miglioramento. Non hanno neppure il diritto di definirsi “classe” sociale (al limite una “sottoclasse”), perché non entrano nel processo produttivo. Il proletariato è invece “classe” sociale perché caratterizzato dal “lavoro”, dalla capacità di produrre ricchezza (il plusvalore). Il lavoro rappresenta la dignità del'esistenza e il principio dell'identità umana nella società industrializzata.

Privati invece del lavoro (e della dignità del lavoro), i poveri perdono anche la consolazione dell'utopia socialista. Eppure la loro è una condizione, a suo modo, privilegiata. Un punto d'arrivo necessario (tragicamente necessario) per le classi medie, che vanno perdendo la loro sicurezza, rappresentata dalla professionalità, dal risparmio, dalla sicurezza sociale, dai servizi, dai diritti acquisiti, dal potere d'acquisto, dalle pensioni. È la nuova “filosofia della spoliazione”, propria di una società in cui la povertà può diventare uno “status” riconosciuto.

Povero è bello. Il futuro è insomma destinato a rivalutare la povertà, laddove si realizza il motto evangelico “Beati i poveri, perché di essi sarà il regno dei cieli”.

 

4. “Non ci sono culture superiori in cui integrarsi”, osserva Bauman. Il nomadismo moderno richiede il riconoscimento delle diversità.  Ma il discorso sull'immigrazione si presta a un'interpretazione molto più radicale. Non basta parlare dell'utilità di coloro che arrivano, senza i quali le industrie e i servizi non potrebbero funzionare. Il problema di base sta nella de-territorializzazione, cioè nella rottura del legame privilegiato col territorio in cui viviamo. Della stanzialità come diritto acquisito: la stanzialità, questo principio della modernità che è ora messo in discussione dal postmoderno.

Le popolazioni arcaiche cercavano di legarsi al territorio, rinunciando al nomadismo, per sviluppare l'economia agricola e difendersi dai nemici (le città come luoghi sicuri, protetti e fortificati). Da qui due posizioni di principio che si sono confrontate fin dall'antichità, e che vedono opporsi coloro che propendono per la salvaguardia del proprio territorio, in quanto rappresentativo delle tradizioni e della cultura (“il sangue e il suolo”), e coloro che guardano invece allo scambio delle culture come mezzo di crescita e di sviluppo.

L'evolversi della modernità ha confermato la progressiva necessità di questa seconda ipotesi. Il che significa che non vi è più un diritto superiore che giustifichi l'occupazione di un territorio. Nella globalizzazione il diritto di vivere il territorio si espande, supera le frontiere, comprende l'intero pianeta, e forse anche qualcosa di più. È il diritto alla vita di manifestarsi, di esistere e di godere di un proprio spazio funzionale.

 

5. Crisi della democrazia. Non esiste più la possibilità di ricorrere alle Rivoluzioni, ricorda Bauman, poiché non vi sono simboli di potere da abbattere. Grazie al processo di globalizzazione (negativa) il potere si è diffuso nel pianeta, non è più “localizzato” in un luogo definito. Si trova in un “non-luogo”, come direbbe Marc Augé. Le condizioni d'incertezza, la solitudine e la paura per il futuro del cittadino globale non trovano soluzione nelle istituzioni: “La società non è più protetta dallo Stato: è esposta alla rapacità di forze che non controlla” (Modus vivendi, Laterza, 2007, p.  26).

 È la fine delle nazioni, dello Stato moderno così come si è andato formando fin dalla seconda metà del xvii secolo (cfr. Hobbes) e che ha segnato la nascita della modernità occidentale. Ne parla Hobsbawm nel suo provocatorio libriccino, La fine dello Stato (Rizzoli, 2007).

Quella della separazione tra politica e potere al tempo della globalizzazione è infatti una delle più grandi intuizioni di Bauman.

Il potere è slittato di livello, si è sottratto al controllo dei cittadini: qui sta il nucleo fondamentale della crisi della democrazia (il riferimento d'obbligo è alla discussione tra democrazia e rappresentanza già sollevato dal Rousseau nel xviii secolo). Votiamo per governi, per rappresentanti politici che non hanno più il potere di fare, né di prendere decisioni adeguate. Perché il potere è altrove. In un pianeta vittima della globalizzazione negativa, tutti i problemi di fondo sono globali, ed essendo globali, non ammettono soluzioni locali.

L'unica speranza è nella coscienza individuale, nel rispetto di sé e degli altri. Uguali e diversi, all'interno di una società complessa, composta non più di masse omologate, né di individui isolati, ma formata da una rete di moltitudini in grado di dialogare e di crescere.

 

 
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