Area riservata

Ricerca  
 
Cookies Policy  
 
Diritti d'autore  
 
Biografia  
 
News  
 
Canti celtici  
 
Il cerchio infinito  
 
Bell'Italia  
 
Poesie  
 
Racconti  
 
Scritti di altri autori  
 
Editoriali  
 
Recensioni  
 
Letteratura  
 
Libri e interviste  
 
Freschi di stampa  
 
Intervista all'autore  
 
Il mondo dell'editoria  
 
Fotografie  
 
 
 

  Letteratura  »  Il piccolo Adolf non aveva le ciglia, di Helga Schneider, edito da Einaudi e recensito da Grazia Giordani 04/02/2009
 

Il piccolo Adolf non aveva le ciglia di Helga Schneider, Einaudi

ROMANZO VERITÀ SULLA FOLLIA DEL TERZO REICH


"Il programma di eutanasia costò la vita a più di settantamila persone del Terzo Reich" - scrive in una nota in appendice al suo ultimo romanzo Il piccolo Adolf non aveva le ciglia, Helga Schneider - e prosegue "Anziché proteggere i più deboli, il governo di Hitler perpetuò il loro sistematico sterminio. Al contrario, la Germania nazista promulgò una severa legge, contro la vivisezione e l'uccisione delle specie animali protette".
Pubblicato dalla Einaudi, il romanzo-verità della Schneider nasce da un'intervista raccolta dall'autrice - che già aveva pubblicato con successo l'autobiografico Il rogo di Berlino e la silloge di racconti Porta di Brandeburgo - in Germania nell'autunno del 1966. Nomi e situazioni, spogliati degli anagrafici connotati, nulla tolgono all'agghiacciante realtà storica. L'uso della prima persona rende ancora più vivo il pathos narrativo, creando un inquietante transfert tra scrittrice e lettori: è come se la Schneider indossasse vesti, illusioni e sofferti pensieri di Grete - della donna sventuratissima - che le ha rivelato le sue confidenze due anni fa. La narrazione è chiusa dentro il movimentato flash back che corre tra il 1940 e il 1997: un ping-pong storico e letterario che vivacizza il tessuto del romanzo fatto di rivisitazioni di un doloroso passato, rinverdito dalla memoria.
L'ottuagenaria protagonista racconta la sua esperienza nei lager camuffati da cliniche nella Berlino anni Quaranta, quando da piccolo-borghese - figlia di bottegai -, aveva fatto il grande salto sociale maritandosi con una SS, di nobile estrazione, avvenente, amante dell'arte e della musica di Wagner ("ariano perfetto"), con importanti mansioni riguardanti la questione ebraica. Quando la giovane donna apre gli occhi, e si accorge di aver sposato un mostro che le sottrae il tenero figlioletto, il neonato Adolf, colpevole di essere nato imperfetto, e per questo motivo lo fa sopprimere, si stacca dal marito e dagli ideali hitleriani in cui ella stessa aveva creduto. Il suo destino sarà amaramente segnato poiché proprio l'inflessibile coniuge la farà ricoverare nella costruzione "mascherata da clinica psichiatrica" che alla giovane donna farà comprendere di trovarsi in un luogo apprestato per l'eliminazione delle "esistenze indegne di vivere, dei pesi morti della nazione". "Sappi che approvo pienamente il programma di eutanasia del Reich - le aveva detto il suo inflessibile Gregor - che elimina i pesi morti della nazione e le esistenze... non degne di vivere. Trovo che sia una disposizione estremamente progressista che in futuro sarà imitata da molti altri Paesi".
La sfortunata Grete passerà attraverso peripezie strazianti, sarà persino costretta ad un omicidio, per legittima difesa. Il suo efferato consorte perirà, con la sua spocchiosa famiglia d'origine sotto un bombardamento. Dopo tante sciagure, nessuno avrebbe sperato in un finale sereno, seppure velato di malinconia, che giunge provvidenziale a stemperare la drammatica tensione che ha reso partecipe il lettore. Figli e nipoti fanno corona intorno all'anziana protagonista e al suo secondo consorte - il fratello di Gregor, da sempre dissenziente nei confronti del nazismo -, eppure il piccolo Adolf non è del tutto dimenticato. No, la vecchia madre non potrà mai rimuovere del tutto il volto di quel suo figlio sfortunato e non potrà smettere del tutto di pensare a "che vita sarebbe stata la sua, se fosse vissuto?"
"L'ultimo bambino vittima del programma di eutanasia nazista - avverte ancora in appendice la Schneider - venne ucciso il 29 maggio del 1945, malgrado le truppe americane stazionassero ormai da trentatré giorni su quel territorio."
Questo romanzo non è solo un documento sull'orrore della "dolce morte" - come eufemisticamente la chiamavano i nazisti -, ma è anche uno spaccato sociale, non privo di ironia, rivelato con penna asciutta che sa indulgere a note colloquiali, mai urlate, con brevi abbandoni lirici ("Una cappa di nubi solcate di sinistre striature, annuncia un imminente temporale" - leggiamo nell'incipit; "Il sole calante fa scendere sul lago alcune manciate di stelline dorate" - incontriamo più avanti -; "Un'alba impaziente aveva fuso la notte come cera" - è la bella immagine simile a un verso di Ungaretti) che regalano poesia a vicende che riteniamo sia impossibile comprendere quanto necessario conoscere.

Grazia Giordani

www.graziagiordani.it

 

 

 

 
©2006 ArteInsieme, « 012624403 »