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  Letteratura  »  Ritorno in Sicilia, di Filadelfo Giuliano, edito da Azimut libri e recensito da Alberto Carollo 14/02/2009
 

Ritorno in Sicilia, Filadelfo Giuliano (Azimut libri, 2008)

Prigionieri di un sogno

 

Non ci si faccia ingannare dal titolo: questo libro non è una sorta di Amarcord opera di un autore dalle palesi origini. Qui la Sicilia ha per lo più un valore metaforico che rimane in limine rispetto al centro della scena. E il centro della scena è Praga, dove si svolge buona parte della vicenda. Anzi, potremmo ben dire che la “città dorata” sia l'unica, incontrastata protagonista del romanzo. Angelo vi torna dopo dieci anni, per cercare un manoscritto di Franz Kafka scritto in ceco. Il testo, però, non può ragionevolmente esistere: è la pervicace volontà di Angelo - boemista e traduttore dalle ferite ambizioni - a ostinarsi, a correr dietro alla sua chimera contro tutte le evidenze, contro individui arrivisti e privi di scrupoli. Così l'obiettivo del suo ritorno, il vagare incerto e frustrato tra passato e presente, si trasforma a poco a poco nella ricerca dei vecchi amici e nel ricordo struggente di un'età aurea di cui – ahimé – non rimangono che le ombre.

Pavlina è una ragazza conosciuta in rete, suo attuale tramite per la compravendita del manoscritto, un dolce e seducente “angelo biondo” che nasconde più di uno scheletro nell'armadio. Angelo non può fare a meno di innamorarsi di lei, e la caduta sarà rovinosa. Così la speranza di veder ribaltata la sentenza de Il processo svapora e i sogni che visitano Angelo, spesso obnubilato da alcol, fumo e abbondanti libagioni paiono premonitori: “Josef K. è morto. Lei non può più fare nulla per lui, ribadì con forza Franz”. Uno spunto intrigante e coinvolgente fa da volano a questo romanzo d'esordio di Filadelfo Giuliano, Ritorno in Sicilia (Azimut libri, 2008, pagg. 133, Euro 10,00). Il libro era in realtà già stato pubblicato in Repubblica ceca, in quanto il nostro autore, originario di Catania, si occupa di letteratura ceca (sue le traduzioni italiane di Polacek, Masaryk e, per Salani, di Och), vive attualmente a Vicenza, dove insegna, e non è un caso che il protagonista sia stato modellato in parte sulle proprie esperienze e le proprie passioni; a confermarlo ulteriormente è il solido realismo del suo stile. Angelo si muove in una Praga lontana dalle guide per turisti, tra i vicoli di una periferia triste e degradata, nell'accozzaglia di grigi prefabbricati, di bettole, osterie e alberghetti a gestione famigliare. Le indicazioni topografiche contenute nel testo permettono al lettore un percorso virtuale suggestivo, filmico, che richiama ambientazioni urbane che hanno caratterizzato le grandi avanguardie letterarie europee (penso a Eliot, Joyce e Woolf). Il plot è costruito sui registri del noir, che in questa sede ci appare però più un pretesto per dare voce a fantasmi letterari (Kafka, ma anche Hrabal, Čapek, Urzidil e Ripellino). La scrittura è di una paratassi incalzante, rapida come un battito di ciglia, tutta azione, debitrice di certo noir francese (leggi Jean-Claude Izzo e Leo Malet). A illuminare il romanzo e ispessirne la grana ci pensano gli squarci onirici nei quali Franz Kafka dialoga col protagonista, consigliere spirituale e genius loci insieme. Così gli amici che avevano condiviso con Angelo la stagione della giovinezza, ora sono persone del tutto diverse: “A Praga aveva incontrato loro. Erano diventati il suo mondo. Li aveva persi”. Jirka è un commissario di polizia (“Lo stipendio all'università era una miseria…”) che si lascia vivere,  che si ritrova a bere birra da solo nei bar e non si giudica un buon poliziotto. L'amata Alena ha fatto la scalata sociale, sposando il vice presidente della Banca Ceca dell'Agricoltura; Martin è un deputato e un editore che cede alle leggi del libero mercato, accantona la cultura e si lascia coinvolgere in loschi traffici che garantiscono introiti sicuri. In questo Grande freddo nel cuore d'Europa niente è più come prima: la capitale della Cekia è un carrozzone del libero mercato, ricolma di turisti, negozi, multisale, set del porno, teatro di operazioni delle nuove mafie, di piccoli e grandi truffatori e di narcotrafficanti. “Ma perché è tornato a Praga? (…)” “A Volte siamo prigionieri di un sogno e non vogliamo tornare nella realtà”. Romanzo delle occasioni mancate e della perdita d'identità, Ritorno in Sicilia ribadisce nel titolo quella linea di confine che il nostro protagonista non riesce a oltrepassare, la barriera invalicabile che costringe ad arretrare. Se la “città dalle cento torri” rappresentava dieci anni prima un'utopia concreta alla quale tendere, dove realizzare sogni e aspirazioni, oggi è il non-luogo, defraudato di ogni significato utile, è l'icona sinistra del suo fallimento esistenziale. Il cammino a ritroso porterà Angelo di nuovo alle radici, a Portopalo, luogo “incontaminato nella sua mente”, “là dove finisce l'Europa e comincia l'Africa”, a rinfocolare suo malgrado il mito dell'ostrica di verghiana memoria e ricominciare un altro ciclo vitale. A lui si attagliano altrettanto bene, forse, le parole che connotano l'amico sconfitto, Martin, nel finale del romanzo: “Guardò il Castello, la Moldava e tirò dritto verso casa. Sapeva che lo aspettavano tanti mattini vuoti.

Alberto Carollo

 

www.cartacantalab.com

 

 
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