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  Letteratura  »  I doni della vita, di Irène Némirovsky, edito da Adelphi e recensito da Grazia Giordani 27/03/2009
 

I doni della vita di Irène Némirovsky, Adelphi

Irène Némirovsky e il suo geniale ossimoro di spietata dolcezza


Impossibile non pensare a quanti altri prodigiosi romanzi avrebbe potute scrivere Irène Némirovsky (1903-1942) se, nel fiore degli anni e della sua produzione letteraria, non fosse stata barbaramente trucidata dalla furia nazista. Indimenticabile autrice del geniale Suite francese, quel romanzo di rara bellezza, scritto in presa diretta con gli avvenimenti narrati coi primi bombardamenti su Parigi, con la fuga precipitosa degli abitanti atterriti per l'arrivo dei tedeschi nella capitale francese nel giugno del 1940; giudicata, agli esordi, autrice di sconvolgente talento dalla critica francese per il suo David Golder che si stentava a credere fosse uscito dalla penna di una ventiseienne, la Némirovsky ancora una volta sa stupirci col suo I doni della vita (Titolo originale: «Les Biens de ce monde», pp.218, euro 18) che Adelphi, intento a curare l'opera omnia dell'autrice, ci propone nella bella traduzione italiana di Laura Frausin Guarino.
Molti artisti usano schizzi e disegni preparatori ad opere più grandi e finite, questo uso è proprio anche a scrittori che traggono da ampliamenti di racconti, scritti più completi, in questo senso I doni della vita, pur nella sua indipendenza e completezza, potrebbe essere considerata opera preparatoria a Suite francese. Scritto nella seconda metà del 1940, il romanzo apparve a puntate sulla rivista «Gringoire», «come romanzo inedito di una giovane donna» poiché, a causa del suo essere ebrea, Irène non poteva più firmare col proprio nome. E fu stampato in volume solo nel 1947, quando l'autrice era morta ormai da cinque anni nel campo di sterminio di Auschwitz.
Ancora una volta la penna di un'autrice che sa cavalcare l'ossimoro di spietata dolcezza ci regala un quadro disincantato della borghesia francese, un mondo che - dopo la fuga da Kiev dove era nata, nei momenti di fuoco della rivoluzione russa del 1917 - ora gli appartiene, in cui vive e di cui condivide le debolezze. Siamo nella sonnolenta e ingessata cittadina di provincia di Saint- Elme. Qui castellani sono gli Hardelot, proprietari di cartiere , dispotico patriarca il nonno Julien, conciliante e più formale il figlio Charles, allineato con i sentimenti di famiglia il nipote Pierre, unico erede e promessa di salvaguardia del sordido borghesismo familiare, sta per accettare le ragioni di un matrimonio conveniente, combinato con la grassoccia e poco sexy sposa scelta dai genitori (indimenticabili le pagine, venate di umoristica crudeltà, descrittive del fidanzamento) quando prevalgono le ragioni del cuore. Il romanzo, quindi, segue le vicende di Pierre e della sua Agnès dal 1910, fino allo scoppio della Seconda Guerra mondiale, attraversando tutta la Prima. Naturalezza e teatralità descrittiva sembrano stringere un patto d'alleanza nella scrittura némiroskyana che in trenta suggestivi capitoli ci regala tutta la storia degli Hardelot dimostrandoci come la compatta classe media francese sappia restare imperturbabile, scossa ma non abbattuta dalle aggressioni della vita. Persino duttile ai cambiamenti, capace di adattarsi, per non perdere i propri privilegi, incline ostinatamente a difendere quei “doni della vita” cui resta aggrappata, per i quali figli e nipoti hanno saputo battersi nelle varie generazioni, nonostante tutto e contro tutto.

Grazia Giordani

www.graziagiordani.it

 

 

 
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