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  Letteratura  »  Una perfetta stanza di ospedale, di Yoko Ogawa, edito da Adelphi e recensito da Grazia Giordani 11/06/2009
 

Una perfetta stanza di ospedale di Yoko Ogawa, Adelphi

Il fascino inquietante di Yoko Ogawa


Dotata di un fascino letterario devastante, tanto che c'è chi l'ha definita «pericolosa perché ha inventato le scrittura-coltello, visto che nel leggere le sue opere si prova un piacere doloroso», Yoko Ogawa, di cui già avevamo apprezzato l'originalità nell'«Anulare»un libro di breve respiro, ma che inchioda il lettore alla pagina, invischiandolo dentro l'elusiva ragnatela di malate ossessioni, ora ci propone, nuovamente munita del suo acuminato bisturi, ancora due storie di dolore – vissute in una dimensione anomala, quasi in controluce - in «Una perfetta stanza di ospedale» (Adelphi, pp.128, euro 10, traduzione di Massimiliano Matteri e Matake Yumiko).
Nel primo bellissimo racconto, incontriamo una sorella affranta dalla malattia del giovane fratello che va spegnendosi con la grazia trasparente di una corolla rimasta senza linfa. L'attaccamento viscerale al fratello trova giustificazione nel passato disaffettivo della madre dei due ragazzi ormai scomparsa, colpita da una degenerazione psichica che l'aveva indotta a non avere più cura della pulizia della casa e soprattutto nell' indifferenza di un marito troppo indaffarato con cui il dialogo si è fatto afasico, improntato a non condivisione di pensieri ed interessi.
«Ogni volta che penso a mio fratello – esordisce la protagonista – il cuore mi sanguina come una melagrana scoppiata» ed è proprio per cercare di farsi coraggio ed elaborare il lutto che decide di rifugiarsi metaforicamente «nel ricordo della sua quieta camera di ospedale», in quel «quel luogo perfettamente ripulito dalla sporcizia della vita». Commovente il cammino dell'affetto sempre più intenso, fiorito tra fratello e sorella, descritto giorno dopo giorno con penna minuziosa, tanto da costituire un legame di inconsueta e toccante intimità.
La stanza d'ospedale, pagina dopo pagina, si fa metafora di nitore assoluto, capace di anestetizzare il dolore con la sua immacolata purezza. Nel disegno trova spazio anche uno strano sentimento per un medico di rara umanità, atto a dare un po' di conforto – in maniera anch'essa fuori dai canoni – in perfetto stile Yoko Ogawa – alla disperazione della sorella che ora si sentirà più che mai «orfana del fratello».
Nel secondo racconto « Quando la farfalla si sbriciolò» abbiamo ancora la figura di una giovane costretta a portare la nonna ormai «chiusa in un mondo tutto suo», perché affetta da demenza senile, in un istituto per anziani. Anche questa seconda protagonista della narrazione è vulnerata da un cattivo rapporto con la madre, costellato di abbandoni e tradimenti. La vita sembra quindi esser divenuta un'autodisciplina, un'ideale nicchia entro chiudersi per contrastare il dolore.
Certamente non ha nulla di occidentale, di vicino alla nostra mentalità il rapporto con la sofferenza espresso dalla scrittrice giapponese che tanti premi e successo va mietendo nella sua patria.
Nella sua scrittura non troviamo isterie, plateali esplosioni di rabbia nell'affrontare il tema del lutto e della perdita di persone care: un fratello o una nonna che, a suo tempo, ha sostituito la madre. E questo avviene soprattutto a causa del diverso concetto della vita e della morte antitetico nella cultura scintoista rispetto alla nostra, fondata su una trasmigrazione e addirittura di una mutata forma di vita.
Noi occidentali non siamo abituati a un rapporto così pacato e minimale nei confronti della perdita di una persona cara e la scrittura della giovane giapponese c'impartisce un esempio di sofferenza rarefatta, composta, mirata in filigrana, un' assenza di melodrammatico dramma che per noi si fa imperscutabile mistero.

Grazia Giordani

www.graziagiordani.it

 

 

 

 
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