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  Il cerchio infinito  »  La prefazione di Fabrizio Manini 11/09/2008
 

 

Il cerchio infinto

 

La prefazione di Fabrizio Manini

 

 

Il Cerchio Infinito nel suo profondo ha molte inquietudini. Già dal titolo si evince un eterno ritorno di emozioni, sensazioni, atteggiamenti, sentimenti, ricordi, riflessioni, pensieri e, più concretamente, di oggetti, suoni, luoghi, persone, dettagli di visi, scorci di paesaggi, intimo del cuore. Vale a dire di quell’insieme indescrivibile e sconfinato di cose che concorrono a rappresentare l’universo uomo e dare vita (e significato) a quest’ultimo nell’universo.

Le poesie di questa nuova silloge di Renzo Montagnoli non sono ingabbiate in uno stile classicheggiante di rima e metrica, il quale rispecchierebbe effettivamente il fil rouge della raccolta, vale a dire l’atavico e cadenzato ripetersi di un ordine imperscrutabile che impera da sempre nel corso degli evi; l’autore ha preferito un verso sciolto e libero, suggerendo in questo modo una visione apparentemente salvifica della realtà che osserva o, almeno, una visione che lascia spazio, all’animale uomo, per concepire ciò che fa, ciò che gli accade e ciò che è.

Naturalmente si tratta di un inganno in quanto l’uomo è oggetto del tutto: pensa, agisce, si sposta, ma rimane comunque all’interno della prigione senza confini che gli dà sostentamento e che gli conferisce l’illusione di essere lui a comandare, quando invece non può nemmeno decidere se, come, dove o quando nascere/morire, dal momento che l’anima è immortale e si ripropone in altri corpi e in altri tempi all’interno di un Cerchio Infinito di ricambi che nessuno ha stabilito.

Il panta rei, l’incessante divenire dove ogni cosa non è mai uguale a se stessa, qui si arricchisce di ulteriori significati; non è più un semplice discorso sull’esistenza di oggetti tangibili, come ad esempio il fiume che, secondo Eraclito, non si poteva mai toccare due volte. L’elemento di novità che l’autore introduce è la concezione fisica di spazio-tempo nel loro significato comune di distanza, una distanza indeterminata nella quale l’uomo mortale trova la sua espressione di esistenza, cioè quella che chiama “vita”, in tutta la sua enigmaticità, incertezza, incompiutezza e soprattutto impossibilità a modificarla.

La nostra caducità nonché l’insignificanza di fronte al tutto sono una costante nella nostra esistenza; la maturità di quest’opera risiede nel fatto che la sete di conoscenza, pur non appagata per oggettiva impossibilità discente dell’uomo, non sfocia né in furia né follia, ma in una tranquillità in apparenza rassegnata e allo stesso tempo in una profondamente inquieta accettazione di sopravvivenza dentro un tempo e uno spazio privi di ogni e qualsiasi sicurezza.

L’autore nel comporre questa silloge è riuscito ad attuare un progetto ambizioso. Parlando con semplicità di cose altrettanto semplici, trasmette al lettore una sorta di consenso per ciò che vede e che percepisce; ammette la realtà, forse senza approvarla, accoglie l’avvicendamento delle vite, forse senza rimpianti, acconsente alle leggi superiori, forse senza neanche tentare di capire, perché ha già intuito che è stupido il pensare di poterlo fare. È esattamente per questo motivo che la quintessenza che traspare da queste pagine è sconcertante; è una pienezza di ragionamento e di capacità di sintesi che difficilmente trovano uguali.

La salvezza non è nel cambiare il proprio destino, ma nell’accettarlo senza la docilità dello sconfitto.

 

 

 

 
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