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  Il cerchio infinito  »  Il cerchio infinito - La recensione di Luigi Panzardi 02/10/2008
 

Il cerchio infinito

di Renzo Montagnoli

Introduzione dell’autore

Prefazione di Fabrizio Manini

In copertina “Galassia M 104”

fotografata dal telescopio spaziale Spitzer della NASA

Elaborazione grafica di Elena Migliorini

Edizioni Il Foglio

www.ilfoglioletterario.it

ilfoglio@infol.it

Poesia silloge

Pagg. 70

ISBN: 978-88-7606-196 – 7

Prezzo: € 10,00

 

 

L'ossimoro universale, la locuzione arcana che ha per premessa la nascita e per conclusione la morte, la coppia antitetica: giorno e notte.

Così è questa poesia, fatta di albe tinte da delicate sfumature e sere incipienti, con la malinconia del tempo che va via non senza aver lasciato, ma quasi con leggerezza di rimpianti per il passato, il sapore scuro della morte.

Qui non c'è il prestigiatore della parola, o il bizzoso costruttore di simboli, ma la pur ricca tavolozza di colori del fotografo che usa la macchina dei suoi sensi per riprodurre la realtà tal quale.

Potrebbe esserci, tuttalpiù, il commosso patologo che col bisturi incide delicatamente nervi e fibre, per trarne l'arcano scorrere del tempo, lo scorrere sempre verso la stessa infallibile meta dell'essere che si consuma in un immanentemente non essere, la materia del corpo che si diffonde fra le infinite particelle cosmiche, nel nero degli inesauribili cicli della materia; nei versi l'uomo, essere fissile e consapevole d'essere predestinato a perdere, dopo ogni rinascita, con la sua coscienza, sé stesso.

Non è che la poesia discetta dei misteri cosmici, rappresenta bensì il microcosmo dei sentimenti umani, di cui l'afflizione derivante dalla impossibilità di svelarsi il significato della vita, e lo fa con la delicatezza di un bambino che batte con dita fragili i tasti di un pianoforte:

i microscopici tasselli

di un ordine ignoto

umili parti di un disegno

troppo immenso

per esser capito.

Le parole scarne sono scelte con cura tra quelle più semplici, perché ad esse è affidata la rappresentazione della nebbia esistenziale che un lessico raro renderebbe assurdamente ancor più misteriosa. Proprio per questa funzionale semplicità la poesia ha il fascino mite della fotografia in chiaroscuro, pacatamente eterea, e si universalizza, narrando l'avventura umana senza fronzoli, ma anche senza invettive. E' inutile sperare di trovare in questi versi i forti accenti della ribellione, i parossismi del condannato a morte. Al contrario si sente tra queste parole la forza dell'uomo che condivide il suo essere deperibile, del fotografo consapevole della ineluttibilità del meccanismo scenografico. Le albe, i tramonti, le nebbie stillanti umidi ombrosi, i soli e le lune nel loro eterno avvicendarsi, sono tutti gli elementi del teatro in cui l'attore svolge l'antica funzione corale del raccontare la drammaticità degli eventi, sullo scorrere dei quali sente interamente la sua incapacità d'intervenire.

Emerge, quindi, da queste poesie, evidente la finitezza dell'uomo, il suo impregnarsi di malinconia alla fine di ogni stagione. I giorni s'involano, come l'anima, quando sempre puntualmente giunge la sera a cancellare i colori ed a fermare le ore:

C'è solo attesa

in ore scadute

lenti i rintocchi

di un pendolo

senza più carica.

Il tempo si pone in attonita sospensione, si fa d'un vuoto immobile in cui i rintocchi d'un pendolo, isolati e scanditi nella rassegnazione dell'attesa, ci portano il sapore amaro e freddo della fine.

Il poeta, e con il poeta l'uomo, l'essere umano in genere, percepisce il vuoto infinito allignato dietro il pensiero della morte, e vi galleggia sentendosi via via invadere da un dolore ancora più sottile ed affilato, quello della solitudine. Infatti, nei versi di queste poesie non ci si imbatte con la gente che s'imbratta di casi quotidiani, ma con l'uomo isolato nel suo dramma che, terminato il filo dei giorni e delle notti, sente sul volto avvicinarsi l'alito gelido e nero del mistero assoluto.

E al cospetto di questo, nella scarna luce delle sere, dopo i tenui colori dei tramonti, ci troviamo soli: noi e l'eterno in arrivo.

Il vento che scorre tra le parole dei versi è un andirivieni per l'infinito, come solo in un cerchio può accadere. Parole semplici per descrivere scene che si ripetono infinite volte, ma che ogni volta suscitano sensazioni diverse, come accade nel leggerle ripetutamente.

I versi stessi dell'autore per me sono una sintesi efficacissima della sua poesia:

Un'unica nota, un rintocco

a volte lieve, a volte forte,

ma tante melodie.

Senza tempo.

E sono melodie carnose, modulate sul fluire del sangue per le vene, che evocano, come giunti sul ciglio dell'estrema avventura, l'inafferrabile passato dell'esistenza, quello familiare, il nostro più intimo e privato, carico di una nostalgia infinita.

                                               Luigi Panzardi

 

 

 
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