Area riservata

Ricerca  
 
Cookies Policy  
 
Diritti d'autore  
 
Biografia  
 
Siti amici  
 
News  
 
Bell'Italia  
 
Il cerchio infinito  
 
Canti celtici  
 
Poesie  
 
Racconti  
 
Scritti di altri autori  
 
Editoriali  
 
Recensioni  
 
Libri e interviste  
 
Intervista all'autore  
 
Letteratura  
 
Freschi di stampa  
 
Il mondo dell'editoria  
 
Fotografie  
 
Le Agenzie Letterarie  
 
 
 

  Il cerchio infinito  »  Il cerchio infinito - La recensione di Mela Mondì 18/10/2008
 

Il cerchio infinito

di Renzo Montagnoli

Introduzione dell’autore

Prefazione di Fabrizio Manini

In copertina “Galassia M 104”

fotografata dal telescopio spaziale Spitzer della NASA

Elaborazione grafica di Elena Migliorini

Edizioni Il Foglio

www.ilfoglioletterario.it

ilfoglio@infol.it

Poesia silloge

Pagg. 70

ISBN: 978-88-7606-196 – 7

Prezzo: € 10,00

 

 

Più che ad una riflessione, la poesia di Renzo Montagnoli mi attira verso una meditazione sulla teoria che sta a monte di essa, inviluppata nel “Cerchio infinito”, teoria che si enuncia apoditticamente  e si analizza dialetticamente nella scomposizione del cerchio in due realtà: quella dell’anima (Cerchio I: ”tempo senza fine/ catena indissolubile di destini…/soffi di vita ritornati all’eternità”….) e quella del mondo-natura-cultura.

Dall’enunciato la poesia si sprigiona in una liturgia di sentimenti legati a ricordi, ad illusioni e disillusioni, ad accorate tristezza, a melanconiche nostalgie che sembrano naufragare in un mare di solitudine dove la speranza, in un mondo rituale, sempre uguale a se stesso, e dove ci sono soltanto il poeta e la natura, l’uomo e le cose, è àncora che come “goccia…lenta scivola sul petalo del fiore”.

Nel ”Cerchio infinito” sembra di trovarsi nel tempo circolare dei riti stagionali e dei misteri su cui gli Ioni costruirono le loro teogonie e le loro cosmologie, in un circolo che se per certi versi sembra quello della ragione divina nella quale ogni punto unisce principio e fine e chiude tutta la realtà (Eraclito),  dall’altro lato sembra una retta dove il poeta,  nel suo infinito procedere, trova la “Montagna sacra”.

Sulla via della retta verticalità la vita è sofferenza ,”la via è impervia e scoscesa” perché accadono gli incontri imprevisti,”canti di sirene…vento e pioggia/ gelo e neve”.

Non siamo nel cerchio magico dove comanda il fato e le creature sono passive, sulla verticalità c’è l’uomo partecipe, arbitro e libero nelle sue scelte e può costruirsi la sua storia. Può cambiare la sua relazione con il mondo.

Ma Montagnoli ci trascina dentro il suo “Cerchio infinito” dove aspettiamo di incontrare l’ “Essere” universale ma incontriamo sempre il mondo del molteplice, quel mondo de “La stazione”, del “desiderio”, dei “sogni evanescenti”, un mondo che ci richiama ”l’eterno ritorno” di nietzscheana memoria della lotta tra l’ESSERE ed il nulla e qui il poeta incontra il dolore e la noia perché esso si rivela come il mondo della disgregazione, della limitazione e della miseria. Così mi sembra che il poeta nel momento in cui sembra pronto per consegnarsi all’epos si trasforma in antieroe. Come Nietzsche con il suo “eterno ritorno” credeva di avere eliminato il divino dal mondo invece era proprio con il divino che si scontrava, Montagnoli si scontra nel “l’autunno è prossimo a venire”, e nel vedere arrivare “il silenzio delle cicale”. Senza il divino all’uomo non resta che contorcersi in un anello, sentirsi come blindato in una fortezza volante e contemplare il “caos perfetto” ed il tempo diventa tempo sconsacrato perché lo vive affidato al caso. Allora dobbiamo dire che nelle poesie di Renzo Montagnoli non si respira il divino?

Direi che il suo divino è del tipo parmenideo,  ossia è ”Essere” come forma. Ora la forma (il cerchio,il circolo, l’anello, il triangolo, la retta….) ha di sé la caratteristica che esclude ogni relazione e fuori di sé ha il nulla.

In questo territorio metafisico i “ricordi” diventano “dei” e gli “dei” diventano “statue” da contemplare: Non operano. Riescono ad essere soltanto ingombranti.

Il vero Dio di Montagnoli se ne sta fuori sulla “Montagna sacra”, ossia sul suo Olimpo, fuori dagli eventi e quindi è un Dio che non opera. E un dio che non opera non è Dio.

Eppure alla fine si ha l’impressione che il poeta sia errabondo alla ricerca di una spiegazione attraverso i due percorsi di cui abbiamo detto all’inizio. In questo suo errare vagabondo mi sembra di vedere Nietzsche nella Silvaplana quando percepì quella situazione come vissuta e concepì la sua idea dell’ ”ESSERE” esclamando “Io sono la tua affermazione in eterno”.

Montagnoli ci dà l’idea che egli sia il fiume ”che ignora la sua età”, “un incessante fluire di acque mutanti” blindate “tra la limpida giovinezza…/e la pigra e lenta vecchiaia.”, e dove tutto genera primavere e lune sempre uguali a se stesse.

Se le cose stanno così, se tutto si rincorre in una rituale ripetizione, al poeta non resta che rassegnarsi.

Infatti , anche se la scoperta di Nietzsche sull’”ESSERE” fa si che il filosofo dica “Non voglio nulla di diverso da quello che è, non nel futuro, non nel passato, non per tutta l’eternità”, ma ci lascia allo stesso tempo presagire la sua teoria del super-uomo, i versi di Montagnoli ci rivelano un uomo rassegnato, blindato dentro il fato fino a sembrare egli stesso l’anello della ripetizione rituale che da poeta percorre tra sogno e realtà aspettando forse il tempo come flusso di coscienza, quella coscienza cioè che fa di ogni soggetto umano, un essere unico ed irripetibile ossia un essere storico.  

 

                                               Mela Mondì

 

 
©2006 ArteInsieme, « 09453802 »