Area riservata

Ricerca  
 
Cookies Policy  
 
Diritti d'autore  
 
Biografia  
 
News  
 
Canti celtici  
 
Il cerchio infinito  
 
Bell'Italia  
 
Poesie  
 
Racconti  
 
Scritti di altri autori  
 
Editoriali  
 
Recensioni  
 
Letteratura  
 
Libri e interviste  
 
Freschi di stampa  
 
Intervista all'autore  
 
Il mondo dell'editoria  
 
Le Agenzie Letterarie  
 
Fotografie  
 
 
 

  Bell'Italia  »  Gli uomini grandi del passato lendinarese, di Grazia Giordani 10/02/2014
 

Gli uomini grandi del passato lendinarese

di Grazia Giordani

 

CANOZIO, FILIPPI, CONTI, MARIO VANTO DELL' "ATENE DEL POLESINE"



La consapevolezza di un grande passato, forse rende ancora più triste un esiguo presente.
Qualcuno dice che Lendinara, sia a livello privato che pubblico, manca di iniziative, di voglia di fare e di uscire dal torpore, qualche altro insinua che mancano i grandi uomini nuovi e che, inoltre, la posizione geografica penalizza "l'etrusca Antenorea Volterra del Polesine", come la definiva il poeta scomparso Angelo Rasi, altro vanto della cittadina medio-polesana. Anche Atene - quella vera, in Grecia - e Roma negli anni aurei, non assomigliano certo alle due città di oggi, per finezza culturale ed intellettuale; con le dovute proporzioni, Lendinara ha patito un regresso simile e ne va molto soffrendo, ma fa troppo poco, o meglio niente per risollevare la testa.
Si era aperta una speranza di riscossa - almeno turistica - date le bellezze rare del patrimonio artistico della città, con la pubblicazione di un rafinato testo a cura di Pier Luigi Bagatin, Paola Pizzamano e Bruno Rigobello, con foto di Antonio Guerra, che avrebbe potuto solleticare la voglia di conoscere nei curiosi di un Veneto ritenuto minore, ma non ci è parso che ne siano sortiti strepitosi risultati, anche perchÞ Lendinara non ha strutture alberghiere tali da invogliare gli ospiti. E' un po' come un cane che si morde la coda: niente confortevoli alberghi perché non c'è grande turismo, e quindi poco turismo, perchÞ mancano strutture adeguate.
Dal testo più sopra citato, riportiamo a preziose notizie - riprese da "Le vie d'Italia", scritte dal critico Giuseppe Marchiori - sugli uomini grandi del fulgente passato lendinarese e riceviamo conferma di come vi fosse a Lendinara ricchezza di uomini di lettere e di studio e di dedizione alla politica. "Tra le buone lettere classiche - leggiamo - e le prose politiche, abati, patrizi e mazziniani, si prodigavano quasi per dare l'immagine di una tradizione ancora viva, sulla quale si configurava il paese nei suoi caratteri spirituali e morali. Ma essi erano i continuatori di altri poeti, letterati e artisti, nati nella cittadina polesana: Lorenzo Canozio, pittore, stampatore, intagliatore (sec.XV) , Sebastiano Filippi, pittore (sec.XVI), del quale rimane un autentico capolavoro, "La Visitazione", nella chiesa di S.Biagio, G.B:Conti, poeta (1741-1820), traduttore di poeti spagnoli, forse il migliore ispanista italiano. Nel secolo scorso, accanto al nome celebre di Alberto Mario, vanno ricordati Adolfo Rossi, giornalista e diplomatico e Pietro Perolari Malmignati, scrittore di viaggi e anche lui diplomatico; Giuseppe Marchiori, economista e uomo politico. Ma di tanti altri più oscuri si potrebbe parlare, dai fratelli Baccari, prelati e architetti, tra il 700 e l'800, a Eugenio Petrobelli, eccellente scrittore di cose agricole, a Carlo Baccaglini, ingegnere, acuto scrittore di problemi idraulici e classico umanista".
"Lendinara - prosegue il grande critico Marchiori - ha avuto nel tempo una continuità di sviluppo edilizio, sempre su un piano di vera architettura, tanto da poter affermare che il suo aspetto è quello imposto dalla 'cultura' dei suoi cittadini. C'è in questo paese il riflesso di una grande architettura, dalla fine del Cinquecento, ai primi anni dell'Ottocento, cioè dallo Scamozzi, interprete della grande arte palladiana, a Giuseppe Jappelli, architetto di fabbriche semplici e di perfetta armonia, fuori dalla fredda misura neoclassica."

QUATTRO PASSI FRA I MONUMENTI LENDINARESI

Il testo di Marchiori ci mette addosso una gran voglia di approfondire la nostra conoscenza della città, di "respirare" quanto resta del suo fulgore. Osserviamo soprattutto e "in primis" la tipologia delle sua case d'abitazione che il già citato critico definisce di "singolare dignità architettonica", che possiamo riscontrare "anche nelle più modeste, costruite, si direbbe per uomini di gusto sicuro, di ben definita individualità. Che cosa sono al confronto le villette do oggi - si chiede il critico - che circondano le vecchie case e le opprimono?"
" I palazzi Malmignati (sec.XVII) - prosegue - Perolari (sec.XVIII), Conti (sec.XVI), Dolfin-Marchiori(fine sec. XVI), con parco sottostante disegnato da Jappelli, Cattaneo (sec.XVI), documentano insieme alle opere d'arte raccolte nelle chiese, l'interesse dei lendinaresi per la cultura, in un tempo in cui l'Alto Polesine era per gran parte liberato dai pericoli più gravi delle rotte e delle alluvioni e avviato a una tradizionale bonifica. ll paese assumeva, tra la fine del Settecento e i primi decenni del secolo decimonono, un aspetto, che in parte conserva anche oggi, di rara dignità architettonica, comune ai paesi della provincia veneta, e non solo per merito di ville e palazzi, ma anche delle case rurali, delle stalle e delle "barchesse", esempi spesso conservati, di buona architettura minore".
Caricati da questa lettura, ci mettiamo a girare per la città con metodo. Ci prefiggiamo un itinerario laico, per rivisitare i luoghi in cui resta lo"spirito" dei garibaldini, volontari delle guerre d'indipendenza, ovvero di Alberto Mario e della moglie Jessie White, in grande familiarità e frequentazione con Garibaldi e Mazzini: ci sembrerà visitando la città con questo intento, che la Storia - quella grande, pervasa da sacrifici di sangue - non sia più un fatto lontano, libresco; avremo la tangibile consapevolezza che anche la nostra terra vi ha preso parte, con i suoi eroi.
Visiteremo le tombe di Alberto e Jessie Mario e mediteremo sull'epigrafe di Giosuè Carducci, amico fraterno del grande lendinarese, che scrisse:"Atene senza servi, Venezia senza dieci, Firenze senza frati, erano per Alberto Mario la patria ideale". Abbandonato il cimitero, costeggiando l'Adigetto, faremo ancora una sosta nella chiesetta di S.Rocco, ora Ossario dei Caduti. Siamo incuriositi dal gigantesco albero che la affianca e che ha subito danni con la rovinosa tromba d'aria dell'anno scorso, quella che ha semidemolito la chiesa di Ramodipalo.
Sembra che questo maxi-platano sia stato piantato qui nel 1848 da giovani patrioti che avevano scavato una trincea per fronteggiare gli austriaci e che, sventato l'attacco, abbiano messo a dimora il grande albero nella fossa, per festeggiare lo scampato pericolo.
Facciamo dietro-front e, all'inizio di via G.B.Conti, il colto ispanista di cui ha scritto Marchiori, sostiamo davanti al monumento a Garibaldi. Sulla sponda opposta del canale sorge, altero e solitario lo stupendo palazzo Malmignati, più avanti il monumento a Lorenzo Canozio, eretto nel 1478, per onorare il quadricentenario della morte, con testo commemorativo di A.Mario. Di fronte, palazzo Boldrin, ora sede della biblioteca; dal giardino possiamo vedere l'elegante trifora della cinquecentesca Dolfin-Marchiori.
Un vicolo laterale ci porta in via Garibaldi, su cui si affaccia la villa, corredata da un balcone, notevole non solo per squisito equilibrio architettonico, ma anche perché nel febbraio del 1867, Garibaldi pronunciò un infocato discorso, affiancato dall'amico Alberto Mario. Sembra che non sia stato troppo dolce con il clero del tempo. 
Nella villa si respira più che mai lo spirito garibaldino: si conserva il letto d'epoca dove dormì Garibaldi, ospite di Domenico Marchiori, antenato dell'insigne critico Giuseppe Marchiori, nostra ideale guida in questo viaggio. Sarebbe troppa grazia avere veramente al fianco un uomo di così provata cultura e sensibilità all'arte, che potrebbe farci scoprire anche angoli inediti e minori, raccontarci episodi tramandati dalla sua famiglia, sul momento garibaldino della su città.
Ci avviamo verso il Teatro Ballarin e abbiamo un attimo di malinconia: ci dispiace vederlo chiuso; vorremmo fosse ancora un polo culturale per Lendinara. Speriamo riprenda presto il suo ruolo del passato. Nel '300 - quando fu costruito dagli Estensi - aveva funzione di granaio. Siamo entrati in Piazza Risorgimento: qui è il cuore della città, l' "agorà" in cui pulsava una fervida vita, che si va purtroppo spegnendo.
Nell'articolo dedicato ai monumenti lendinaresi, già abbiamo accennato al palazzo comunale e alla torre del castello estense: c'è armonia ed eleganza. Anche qui sembrano essersi cristallizzati i ricordi del grande passato, quelli, ad esempio, del celebre giornalista lendinarese Aldo Rossi che parla delle conversazioni di Alberto Mario al caffè sottostante il palazzo comunale e dell'aura anticlericale che si respirava, all'epoca, in città.
La"Puazza", infissa nel muro di un edificio adiacente al torrione medievale, ci guarda enigmatica, con sguardo di pietra e non vuole svelarci le sue origini e dirci come sia giunta qui. Qualcuno la vuole egizia, altri pensano sia un bottino di guerra.
Se abbiamo iniziato questo tour dalla tomba di Mario e della sua battagliera consorte, abbiamo in animo di finirlo, dove i due grandi sono vissuti. Facciamo tappa nella piazza dedicata all'eroe risorgimentale, diamo un'occhiata al monumento, opera dello stesso Ferrari che scolpì il monumento equestre di Garibaldi a Rovigo.
La casa di Alberto Mario è sita in una via che non gli sarà troppo piaciuta - supponiamo - visto che si chiama via Santuario (e non sappiamo se, all'epoca, avesse la stessa denominazione). In questa casa, confortato dalla sua Jessie, Mario si spense, martoriato da una terribile malattia, dopo atroci sofferenze.

 

www.graziagiordani.it

 

 

Nota: la foto a corredo dell'articolo è stata reperita si Wikipedia.

 
©2006 ArteInsieme, « 010334231 »