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  Bell'Italia  »  Il castello di Gradara, di Renzo Montagnoli 05/04/2012
 

Il castello di Gradara

di Renzo Montagnoli

 

 

La costa adriatica non è costituita solo da stabilimenti balneari o da centri di villeggiatura assai conosciuti, ma presenta anche un entroterra di notevole valore paesaggistico, storico e artistico. Al riguardo, ho voluto sperimentare di persona nel corso di un breve soggiorno a Riccione e così ho deciso di visitare Gradara, che non si trova in Emilia, bensì nelle Marche, per quanto quasi a cavallo con il confine romagnolo.

Gradara dista da Riccione una ventina di chilometri di una strada statale abbastanza ampia, ma assai trafficata, l’Adriatica, che si percorre fin quasi dopo Gabicce, quando sulla destra c’è uno svincolo con l’indicazione della nostra meta. La carreggiata si restringe un po’, ma diminuiscono anche i veicoli che vi transitano e in pochissimo tempo si arriva al paese, ben dotato di parcheggi, di cui quelli più vicini alla Rocca sono a pagamento con il classico parchimetro. Io e mia moglie, non per tirchieria, ma per fare una sana passeggiata, ci siamo fermati in uno dei primi e da lì a piedi, lungo una strada prima in leggera ascesa, poi più ripida, siamo arrivati alla porta d’ingresso di Gradara.

Al riguardo ricordo che il borgo antico è interamente circondato da mura, con i percorsi di ronda ancora fruibili, previo pagamento di un biglietto.

La strada principale interna conduce direttamente, dopo un breve percorso su cui si affacciano ristoranti caratteristici e negozi di oggetto ricordo, al terrapieno antistante il Castello di Gradara. Lì c’è la biglietteria ove si paga il diritto di accesso al monumento, ben conservato (e si capirà più avanti il perché) e famoso soprattutto per la tragica vicenda di Paolo e Francesca.

Ritengo ora necessaria un po’ di storia, anche per inquadrare bene le caratteristiche di questa vera e propria fortezza.

La costruzione iniziò con una torre intorno al XII secolo per volontà di Pietro e Ridolfo De Grifo, che sottrassero la zona al comune di Pesaro. Nella prima metà del secolo successivo, Malatesta da Verrucchio, detto il Centenario, con l’aiuto del papa si impossessò della torre dei De Grifo e ne fece il proprio mastio intorno al quale venne costruito il castello, caratterizzato da tre torri poligonali coperte e da ben tre ponti levatoi, in un disegno difensivo di grande accuratezza che rese l’opera pressoché inespugnabile.

E’ di quel periodo la vicenda, vera, di Paolo e Francesca. Infatti, nel 1275 Guido da Polenta decise di dare in sposa la figlia Francesca, che si dice fosse dolce e bellissima, a Giovanni Malatesta, detto Giangiotto, giovane di pessimo carattere e per di più zoppo. Il motivo di tale sposalizio sta nella riconoscenza del padre della fanciulla per essere stato aiutato appunto dal futuro genero a cacciare i Traversari, una famiglia che era nemica del suo casato.

Il decano, Malatesta di Verrucchio, appunto il Centenario, acconsentì, ma si aveva il fondato timore che Francesca rifiutasse di legarsi a Gianciotto, perché bello non era, aveva un pessimo carattere e inoltre presentava quel difetto fisico indubbiamente ben poco gradito a una dama.

Per evitare un eventuale rifiuto i Signori di Rimini e Ravenna studiarono un inganno. Infatti inviarono a Ravenna Paolo il Bello, fratello di Gianciotto, e tutto all’opposto di questi. Per farla breve, Francesca, alla vista di quel bel giovane, andò in estasi, tanto anche da non accorgersi, durante il rito nuziale, che Paolo la sposava, ma in forza di procura, cioè a nome e per conto del fratello che, si narra, s’infilò nottetempo sotto le coltri, così che la povera sposina al risveglio quasi venne presa da un colpo.

Ma come si conviene nelle famiglie nobili fece buon viso a cattiva sorte e accettò serenamente, almeno in apparenza, il suo destino, al punto che ebbe dal marito una figlia.

Tuttavia, capitava con una certa frequenza che il bel Paolo, proprietario di terre prossime a Gradara, si recasse a visitare la cognata in gran segreto. Di ciò si accorse un altro fratello, Malatestino dell’Occhio, detto così perché aveva un occhio solo, ma che probabilmente vedeva bene e intuiva anche meglio. Questi ne parlò a Gianciotto che, un giorno di settembre del 1289, lasciata la camera da letto, certo della presenza all’interno del castello di Paolo, fece finta di andare con la sua scorta a Pesaro, come faceva sempre per esercitare le sue funzioni di podestà, e invece ritornò sui suoi passi, utilizzò per rientrare un percorso segreto, raggiunse la camera della sposa, aprì di colpo la porta…. 

Dante, nel quinto canto dell’inferno, ci dà una versione addolcita della vicenda, quasi impregnata di romanticismo, ma se Gianciotto si infuriò cosi tanto da trafiggerli entrambi con la spada non è improbabile che si sia trovato di fronte i due in atteggiamento eloquente.

 

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».

Mentre che l'uno spirto questo disse,
l'altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com'io morisse.

E caddi come corpo morto cade.

 

A legger Dante sembrerebbe si sia trattato solo di un fugace bacio, ma non è improbabile che i due fossero andati più in là e che questo acuì il desidero di vendetta di Gianciotto; questi era notoriamente brutto, di pessimo carattere, zoppo e per giunta cornuto.
La vicenda attirò l’interesse nei secoli successivi di poeti, narratori e pittori e ancor oggi è vibrante in questa sua aria di amore e morte, così che quasi aleggia sul castello lo spirito di questa unione tormentata, finita poi così tragicamente.

In seguito al posto dei Malatesta arrivarono gli Sforza e nel 1494 il castello vide fra le sue mura un’altra femmina fatale, bella, bionda, occhi cerulei, giovanissima. Era accaduto che, nell’ambito di una politica di consolidamento di alleanze, Giovanni Sforza aveva avuto la mano di Lucrezia Borgia, figlia del terribile Papa Alessandro VI. L’unione durò poco, nonostante l’accordo fra marito e moglie, ma Alessandro VI, nei suoi continui piani di conquista aveva bisogno di promettere in sposa la figlia ad altri e, poiché non sarebbe stato possibile in quanto già coniugata, a Giovanni Sforza fu posta una possibilità di scegliere: o non opporsi a che il matrimonio venisse annullato (ma in tal caso sarebbe stato ucciso), oppure sottoscrivere una dichiarazione di essere impotente. Fra le due secondo voi quale scelse?

Giovanni salvò la pelle, anche se l’ex cognato Cesare Borgia si impossessò del feudo di Gradara, ma per poco tempo, perché con la morte di Alessandro VI l’astro dei Borgia declinò rapidamente. A Gradara arrivò così Francesco Maria II della Rovere, nipote del nuovo pontefice Giulio II.

A seguito del decesso della sua vedova Livia Farnese, la rocca venne amministrata direttamente dal papato, che la concesse in enfiteusi al conte Santinelli, poi agli Omodei di Pesaro, indi agli Albani e infine, nella seconda metà del 1700, al conte Mosca di Pesaro. Alla sua morte  diventò di proprietà comunale e infine nel 1877 fu ceduta al conte Morandi Bonacossi di Lugo.

Intanto però tutto andava in rovina e fu provvidenziale nel 1920 l’acquisto, per Lire tremilioni, da parte dell’Ing. Umberto Zanvettori di Belluno. Quest’uomo profuse tutte le sue sostanze nel restauro dell’opera che cedette, poco prima di morire, allo Stato Italiano. La maggior parte dei lavori furono realizzati dall’ingegnere, mentre oggi ci sono alcune camere chiuse per le indispensabili opere di conservazione degli affreschi e fra queste purtroppo quella dove sulla parete è dipinta Lucrezia Borgia, nonché la famosa camera dei due amanti infelici, Paolo e Francesca.

La visita comunque consente di apprezzare le strutture murarie, fra le quali al piano terra la cosiddetta camera delle torture, che invece probabilmente era una cisterna di raccolta dell’acqua, e il corpo di guardia che conserva alcune alabarde dalla caratteristica fattura. Ai piani superiori vi sono numerose camere, la cui funzione si arguisce dall’arredo costituito sempre da un letto, oltre che da pregevoli mobili, di epoca eterogenea, nonché l’ampia sala del Consiglio, incastonata dagli scranni alle pareti ove sedevano i dignitari e i fiduciari del Signore.

La vista da questo piano da un lato volge alle dolci colline pesaresi e dall’altro al cortile interno, su cui ci si può affacciare grazie a un loggiato arioso che dona luce  al complesso residenziale, pressoché perfettamente conservato.


Orari d’apertura: Lunedì: 8,30 – 13; da martedì a domenica: 8,30 – 18,30; chiuso a Natale e Capodanno. All’interno ci sono un punto di vendita di guide e cartoline, il guardaroba e le toilettes.

In un’ora circa si visita tutto il castello e assicuro che merita.

Negli immediati dintorni ci sono altre mete di sicuro interesse, fra le quali il Montefeltro, la città di Pesaro, quella di Urbino, Gabicce e il suo monte, insomma c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Gradara resta un raro esempio di borgo fortificato, ben conservato e facilmente accessibile al turista che desideri vivere per un po’ l’atmosfera di un tempo ormai lontano.

 

Nota: le tre  fotografie che seguono, relative a parti del castello, sono state scattate da me.

 

 

 

 
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