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  Recensioni  »  L'iniziazione di un uomo, di John Dos Passos, edito da Piano B 10/04/2020
 
L’iniziazione di un uomo

di John Dos Passos

Piano B Editore

Narrativa romanzo

Pagg. 144

ISBN 9788896665657

Prezzo Euro 12,00



Buoni gli intenti, meno i risultati



Analogamente a Ernest Hemingway John Dos Passos partecipò da volontario alla prima guerra mondiale in qualità di conducente di ambulanze, una coincidenza tanto più rilevante ove si consideri che entrambi da quella esperienza trassero ispirazione per scrivere un romanzo ( L’iniziazione di un uomo per Dos Passos e Addio alle armi per Hemingway). Si tratta di opere aventi come filo conduttore il conflitto, ma diverse come trama e come finalità; infatti per Addio alle armi si può parlare di una vicenda d’amore con sullo sfondo il dramma della guerra, mentre per L’iniziazione di un uomo - primo lavoro di Dos Passos, che quando uscì passò pressochè totalmente in sordina e venne rivalutato dopo molti anni quando già l’autore era famoso - la finalità dell’opera è quella di denunciare la tragedia della guerra, compito in parte riuscito con una scrittura che a volte assume quel tono di sufficienza che ho più volte lamentato per Hemingway. Certo ci sono i bombardamenti, la puzza acre del conflitto, fatta dai morti insepolti, dalle ferite infette, dalle esplosioni, da uomini che da lungo tempo non conoscono il piacere di una doccia, un’atmosfera sconfortante che solo l’amicizia, anche improvvisata e breve può aiutare per sopravvivere. Mancano però gli ordini insensati di Niente di nuovo sul fronte occidentale e di Un anno sull’Altipiano, come sono assenti le angosce dei soldati che si possono solo supporre con la fantasia, tanto da avere l’impressione che una battaglia possa assomigliare a una scampagnata fra amici finita in una rissa. E’ artificiale la guerra descritta, sembra raccontata da uno che non l’ha vissuta e invece sappiamo che l’autore era sul fronte occidentale, che trasportava feriti dalla prima linea ai posti di primo soccorso, che anche lui si è trovato sotto qualche bombardamento. Il motivo di queste mancanze credo risieda nello scopo effettivo dell’opera, cioè sì in una condanna della guerra, ma cercando di spegare ciò che vi sta dietro, chi l’ha provocata e quindi anche la soluzione. E’ indubbio che Dos Passos sia stato influenzato dalla rivoluzione russa, abbia abbracciato il marxismo-leninismo e infatti per lui le colpe stanno nei grandi industriali, nella finanza, negli arrivisti senza ritegno, insomma in quello che in un’accezione più ampia si definisce capitalismo e solo quando questo verrà sconfitto, solo quando gli uomini saranno tutti uguali non ci saranno più conflitti.

L’autore ha un po’ di ragione in questo senso, ma il problema è molto più complesso e non prevede, ammesso che ci siano, soluzioni semplicistiche, tanto più spiegate con un candore propro del bambino che apre gli occhi sul mondo e per la prima volta vede il cielo.

In conclusione si tratta di un’opera minore dell’autore americano, più apprezzabile negli scopi prefissi che nei risultati effettivi, nel senso che mettere nero su bianco le idee è sempre difficile e può capitare facilmente di incorrere in frasi già fatte, di scivolare in una involontaria retorica che tuttavia può infastidire chi legge e a proposito di lettura la stessa è consigliata, tenendo conto però dei limiti di cui ho accennato.



John Dos Passos, autore molto noto a causa dell'impegno civile e politico, nelle sue opere ha saputo descrivere la vita politica e sociale nell'America fra gli inizi del Novecento e gli anni Trenta dello stesso secolo, mettendo a punto una tecnica narrativa - in seguito detta dell'"obiettivo" - debitrice in qualche misura alla teoria del montaggio e al linguaggio del cinema in senso più ampio.
Da questo punto di vista, si può affermare che Dos Passos è uno scrittore che anticipa quel travaso di tecniche e stilemi proprio del cosiddetto postmodernismo, benché la definizione in sé verrà coniata solo nel 1934 ad opera di un critico spagnolo, Federico de Onis.
Diplomato nel 1916 all'università di Harvard, rimase dal 1917 al 1919 in Europa (soprattutto Italia e Francia), addetto a un reparto medico del contingente americano che partecipò alla guerra mondiale.
Esordisce con sono un romanzo autobiografico, al quale farà seguito un altro. Tema dominante è l'esperienza bellica (One man's initiation, 1920; Three soldiers, 1921), ma è nel romanzo sociale che Dos Passos trova il suo ambito d'elezione, affermandosi ampiamente con Manhattan transfer (1925), Orient express (1927), e la trilogia U.S.A. (The 42nd parallel, 1930; Nineteen nineteen, 1932; The big money, 1936); affresco di grande respiro che dipinge la vita politica e sociale americana di quegli anni, e che rimane la sua opera forse più significativa.
Nella successiva trilogia, composta da Adventures of a young man (1939) Number one (1943), The grand design (1949), dipinge un quadro sconfortato e piuttosto pessimistico dell'America contemporanea.
Incapace di proporre alternative alla situzione dipinta con tanto acume, Dos Passos è messo di fronte alla fragilità delle posizioni da cui partiva, frutto di una visione idealistica.
In questo periodo avvia una ricca produzione di saggi d'indagine sociale, nei quali riversa tutta la sua amarezza nei confronti della fede socialista nutrita in gioventù, e vira - sconfessata anche la vis anticonformista che ne aveva caratterizzato le posizioni durante il new deal rooseveltiano - verso un conservatorismo che gli guadagnerà molte critiche dai lettori della prima ora.
Dos Passos è inoltre autore di commedie teatrali (The garbage man, 1926; Airways, Inc., 1929) e di alcuni libri di viaggio (In all countries, 1934; Journeys between wars, 1938, ecc.).
In The best times (1966) ha raccontato la sua autobiografia fino al 1936.
Nel 1967 è stato insignito del premio internazionale Feltrinelli per la narrativa.


Renzo Montagnoli

 
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