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  Racconti  »  Narrativa generica  »  Natale fra due trincee 21/12/2013
 

Natale fra due trincee

di Renzo Montagnoli

 

 

Guardo le fiamme che danzano nel focolare e che ritagliano spicchi di luce nell’oscurità della camera. Quel fuoco dovrebbe darmi calore e io invece in questi pochi giorni che precedono il Natale ho un freddo che mi avvolge tutto e che perfino è entrato in me. Sono vecchio, solo, senza più futuro e deluso del passato. Ho sperato tanto in un mondo migliore, in un mondo diverso, più equo, più giusto, ma il tempo è trascorso e nulla é cambiato, tranne io, che ormai trascino un’esistenza quasi vegetale, senza desiderio di vivere, spesso invocando il sonno per non sapere.  Mi è difficile rifugiarmi nei ricordi, rivedere fra queste fiamme i volti di persone che ho stimato e amato, e che ora non ci sono più. Eppure, se spremo la memoria, esce un succo chiaro come il sole, un fatto accaduto tanti, tanti anni fa, in cui riparare per non morire dentro, un evento che è forse giusto che trascriva affinché qualcuno, dopo la mia scomparsa, possa comprendere che tutto è possibile, che gli ideali di pace non rimangano tali, ma possano effettivamente realizzarsi.

Era la vigilia di Natale del 1916 e io allora ero un sergente dell’esercito italiano, in servizio in una trincea della Conca di Plezzo, un posto relativamente tranquillo, nel senso che non vi si svolgevano le grandi e sanguinose offensive dell’Isonzo; certo, anche lì c’era il pericolo, magari qualche bomba di mortaio, isolata, che veniva dalle vicine trincee austriache, oppure lo sparo fulminante di un cecchino, per non parlare delle malattie che ci aggredivano per la scarsa alimentazione, per i rigori del tempo, per quel fango che si attaccava come un vischio alle suole dei nostri scarponi. Più in là, dove stava il nemico, la vita non era molto diversa e di frequente udivamo i mugugni per il rancio inadeguato, il che ci accomunava e pur non vedendo in faccia il nostro avversario, tendevamo a immaginarlo come noi, con indosso una divisa diversa.

Già verso il mezzogiorno di quel 24 dicembre era corsa la voce che ci sarebbe stata una tregua, non ufficiale, proprio nel giorno di Natale. Una tregua, per chi combatte, è una breve, ma tonificante parentesi di vita, è l’occasione per cercare di dimenticare la paura sempre presente, la tensione pronta in agguato. Alla sera si dava per certo questo breve periodo di non ostilità, tanto che notai che sia da parte nostra, che da parte loro, non venivano lanciati i razzi illuminanti.

A cena ci fu un rancio che avrebbe dovuto essere speciale, ma la pasta fredda e scotta e il pollo rachitico ci riempirono lo stomaco, ma senza piacere. Per fortuna fu consegnato  a ognuno di noi un fiasco di vino rosso, non annacquato, ma corposo, così che, sorsata dopo sorsata, non solo ci scaldammo fuori, ma anche dentro.

Poi, visto che avevamo la fortuna di avere fra di noi un discreto cantante lirico, lo invitammo a far sentire la sua voce. Cominciò con Torna a Surriento, affrontata con autentica passione, così che, anche per il contenuto dell’ultima quartina (Ma nun me lassà / Nun darme sto turmiento! / Torbna a Surriento, Famme campà!), alla fine eravamo tutti commossi e applaudimmo calorosamente. Non appena terminò l’ultimo battito di mani e il cantante che, se non ricordo male si chiamava Giraldi, recuperava il fiato, si udì forte una voce provenire dalle linee nemiche: - Bravo, tagliano, canta ancora!.

E Giraldi cantò, passando tutto il suo repertorio, assai ampio, e finendo con il Va’ Pensiero, a cui ci associammo tutti, anche gli austriaci.

Io ero commosso, tutti eravamo commossi, perché quelle musiche ci riavvicinano alle case lontane, alle mogli, alle madri, alle fidanzate, ai figli in trepida attesa.

Fu allora che il tenente Girotti, un buon diavolo di Veneto, mi chiamò e mi disse: - Andiamo fuori.

-      Fuori dove?

-      Nella terra di nessuno.

Avevo un po’ di timore, ma pensavo alla tregua e allora seguii il tenente che già camminava sul terreno sconnesso dalle bombe, gridando. – Amici austriaci, fratelli, venite qui, festeggiamo il Natale insieme! 

Si fecero avanti un tenente e un sergente austriaco, si avvicinarono e tesero la mano. Ricambiammo e fu allora che da entrambe le trincee tutti i soldati  uscirono per incontrarsi.

Ci presentammo e così seppi che l’ufficiale austriaco era un certo Francesco Nicoletti di Levico Terme, mentre il mio pari grado si chiamava Joseph Rier, di Graz.

Nicoletti parlava anche l’italiano, non così Rier, e notai che voleva dirmi qualcosa, spiaccicava frasi in una lingua a me sconosciuta.

Dalla mia espressione si evinceva facilmente che non comprendevo.

Il tenente Nicoletti, per fortuna, intervenne, traducendo:

-      Dice che somigliate moltissimo a suo figlio Hans, disperso lo scorso anno in Galizia.

Joseph annuiva e con la mano mi accarezzò il volto, poi mi porse una fotografia, che doveva essere probabilmente quella del figlio, con cui effettivamente c’era un po’ di somiglianza, poi mi fece capire di voltarla, di leggere qualcosa sul retro e infatti c’era un indirizzo, probabilmente il suo. Lo guardai meravigliato e lui con grande fatica e sforzo mi disse solo: – Per dopo.

E probabilmente era un invito ad andarlo a trovare a guerra finita.

Quando fu mezzanotte, il nostro cappellano militare Don Barba, un uomo che tanto si prodigava per alleviare qualsiasi sofferenza, disse a Nicoletti:- Anche se forse non siamo tutti i cattolici, credo che la Messa di Natale possa essere gradita.

Ho vaghi ricordi di quella funzione, stordito per trovarmi a fianco di un nemico che mi era amico, ma rammento chiare le ultime parole dell’omelia “Se qualcuno bussa aprite il vostro cuore e la guerra non diventerà che un lontano ricordo”.

Poi venne l’alba e piano piano ognuno ritornò nella sua trincea, io mesto e in preda a un atroce dubbio: finita la tregua, se mi fossi trovato davanti Joseph, che cosa avrei dovuto fare? Sparargli o tendergli la mano? E lui che cosa avrebbe fatto?

Il giorno dopo si ritornò alla consueta vita non vita e per mia fortuna non ebbi più occasione di incontrare in battaglia Joseph, né il tenente Nicoletti.

L’anno seguente, un colpo di mortaio provocò un violento spostamento d’aria, che mi lanciò contro un terrapieno, spezzandomi la gamba destra in più punti. Per quanto possa sembrar strano e nonostante la menomazione permanente che ne portai, fu la mia fortuna, con una lunga degenza in un ospedale ben lontano dalla prima linea e poi il congedo per l’invalidità.

Fu infatti nella notte del 24 ottobre che le truppe austriache e tedesche sfondarono il nostro fronte alla Conca di Plezzo, causando la tremenda ritirata di Caporetto. Attaccarono silenziosi, preceduti dai gas, e il mio reparto fo totalmente annientato; nessuno si salvò, nemmeno il tenente Girotti. Una massa di cadaveri, con i volti contorti dalla sofferenza, si presentò così all’invasore.

Terminato il conflitto, non potendo lavorare a causa della gamba e fruendo di una modesta, ma sicura pensione d’invalidità, pensai a lungo a quella notte e mi chiesi ancora una volta che cosa avrei fatto se mi fossi trovato davanti in battaglia il tenente Nicoletti e il sergente Rier e che cosa avrebbero fatto loro. Non riuscivo a darmi una risposta e quindi forse avrei potuto averla da loro. Andai a Levico Terme, seppi dove abitava Nicoletti, che era tornato dalla guerra privo del braccio destro, e bussai alla sua porta, ma non mi aprì. Tornai il giorno dopo e ribussai, e ancora non fu aperto. In paese mi dissero che faceva così con tutti e che viveva isolato dal mondo, e allora andai a Graz.

Dato il mio tempo libero avevo studiato il tedesco ed ero in grado di capirlo e di parlarlo discretamente. Trovai dove abitava Rier, bussai alla porta e mi aprì una signora dal volto sofferente. Le chiesi di Joseph e lei mi rispose che, come il figlio Hans, risultava disperso. Mi guardava, ma l’età, i patimenti avevano tolto ormai dal mio viso quella vaga rassomiglianza con il figlio. Aveva gli occhi umidi, quando mi disse: - Tutte le notti faccio lo stesso sogno. Bussano alla porta, vado aprire e da una nebbia lattiginosa emergono  Joseph e Hans. Cerco di abbracciarli, di stringerli a me, ma non trovo che il vuoto. Ormai so che potrò rivederli solo quando non sarò più di questo mondo.

Me ne andai turbato e ritornai in Italia, lasciai passare gli anni, quelli duri della seconda guerra mondiale, ma quando fu finita ritornai a Levico: dovevo assolutamente sapere. Pensai che interessando il parroco locale forse Nicoletti mi avrebbe aperto, ma ebbi una brutta notizia.

Il sacerdote mi disse infatti che l’isolamento del tenente era durato fino al 1944; di quella guerra così violenta non si curava, non gli interessava proprio più niente del mondo, ma una notte di settembre di quell’anno qualcuno bussò alla sua porta e lui aprì il suo cuore. Era una famiglia ebrea in fuga, che lui accolse, ospitò per alcuni giorni e poi portò in un luogo più sicuro. Un delatore lo denunciò alla polizia, la Gestapo lo arrestò, sottoponendolo a torture, ma non parlò. Una fredda mattina di novembre, gli occhi rivolti alle cime appena imbiancate che lui tanto amava, affrontò il plotone di esecuzione.

Degli altri presenti quel giorno di Natale, italiani, austriaci, croati, se non divorati dal fuoco della guerra, se ne tornarono alle loro case, più di uno con il corpo offeso, ma tutti con l’animo segnato da una tragedia a cui furono costretti.  Ma ve n’era anche un altro, che non è mai assente, ma basta cercarlo: quel Gesù che aprì il suo cuore agli uomini fino al punto di immolarsi per essi e che sempre bussa , anche se pochi gli aprono.

E infine c’ero io, ora un povero vecchio deluso dalla vita, ma sono sempre qui, pronto ad aprire il mio cuore a chi chiede solo amore.

 

 

  

 

 
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