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  Racconti  »  Narrativa generica  »  La visita 08/09/2014
 

La visita

di Renzo Montagnoli

 

 

 

Rinchiuse la porta di casa dietro di sé e gli venne quasi d’istinto di chiamarla, come faceva ogni volta che ritornava dal lavoro. Si frenò, perché si rese subito conto che non avrebbe avuto risposta, né ora, né in tutti i giorni a venire. Girò per le stanze e in ognuna c’era qualche cosa che la ricordava: in salotto il finto tappeto persiano che lei aveva voluto comprare a tutti i costi, in cucina il matterello con cui stendeva la sfoglia, in camera da letto, sul comodino, l’ultimo libro che aveva da poco iniziato a leggere; lo prese in mano, era, come al solito un giallo, e gli venne quasi da sorridere nel leggere il titolo: La morte arriva quando meno l’aspetti. Sì, era proprio vero, come quel titolo, perché chi avrebbe mai detto che Silvana, la sua dolce metà, sarebbe spirata all’improvviso proprio il giorno in cui lui era andato in pensione, cioè ieri l’altro.

Negli ultimi tempi avevano programmato tanto su come utilizzare il tempo libero che lui avrebbe avuto, si era parlato anche di viaggi ed ecco che ora, proprio quel giorno, lei era partita per l’ultima viaggio, da cui era da poco tornato solo lui.

Sentiva che le gambe stavano diventando molli, che non lo avrebbero sostenuto ancora a lungo e allora si buttò sul divano, si mise a fissare il soffitto e iniziò un lungo pianto silenzioso.  

                                  -*-*-*-

Passarono due mesi, quasi un’eternità cin lui che alla fine, resosi conto in tutto e per tutto di essere rimasto solo, aveva deciso di tornare a vivere, di non annegare nel mare della sua autocommiserazione. Certo non era facile abituarsi a una vita da solitario, anche perché era accaduto tutto all’improvviso. I primi giorni girò su e giù per l’appartamento alla ricerca delle cose più elementari, per esempio dei calzini, che lei ogni sera metteva, insieme alla camicia, alla cravatta, alla giacca e ai pantaloni, sul puff in fondo al letto; per mangiare per un po’ si arrangiò con dei piatti surgelati già pronti, ma poi pensò che il suo stomaco prima o poi ne avrebbe risentito e allora concordò con la Rosa, titolare della trattoria a due passi da casa, che almeno il pranzo doveva essere decente e lì infatti il cibo era abbastanza buono, il prezzo non esoso, mentre per la sera avrebbe provveduto lui stesso a preparare qualcosa di mangiabile. Per passare il tempo, oltre alle pulizie in casa, aveva preso l’abitudine, un giorno sì e un giorno no, di salire sulla sua vecchia 126, che nei progetti prima del pensionamento avrebbe dovuto essere sostituita, e di recarsi sulla tomba della moglie. Arrivava, faceva un saluto con la mano, sistemava i fiori di seta che il vento o la pioggia avevano scompigliato, e stava lì dieci, quindici minuti. Parlava alla lapide, sotto voce, guardava la fotografia, scattata una trentina di anni prima, poi se ne andava. Giorno dopo giorno si accorse che, continuando così, prima o poi sarebbe diventato pazzo e allora le visite al cimitero si diradarono: prima ogni tre giorni, poi ogni quattro, poi solo una volta la settimana.

Con il passare del tempo si accorse di abituarsi alla sua solitudine, all’assenza di una voce femminile, tranne quella della Rosa, quando gli portava i piatti e parlava del più e del meno. Ma era una vita quella? Se lo stava chiedendo anche quel giorno, quando qualcuno bussò alla porta. 

- Chi è?

- Mi scusi signor Barosi, sono la Rosa. Se mi apre, devo dirle una cosa.

Aprì e la fece entrate, tenendola lì nell’atrio.

- Mi sono dimenticata di parlarne a pranzo; domani vado a trovare mia sorella, l’unica parente che mi è rimasta, perché anch’io come lei sono vedova e senza figli; abita a Spoleto, e starò via qualche giorno.

- Quanti giorni?

- Quattro, e pertanto a mezzogiorno dovrà provvedere in altro modo.

- Capisco. Grazie e buon viaggio. - Ma si accorse d’essere stato un po’ brusco e allora, mentre già lei stava iniziando a scendere le scale, le andò dietro, aggiungendo: - Ci rivediamo allora fra cinque giorni.

- Sì.

- Sembrano pochi, ma sono tanti per me.

- Per cinque giorni riuscirà a cucinare qualcosa, vero?

- Sì, non è tanto per il mangiare, ma per quelle due parole che ci si scambiava e che mi facevano sentire… -  e si fermò.

- La facevano sentire?

- Non rida, però, perché mi facevano sentire meno solo.

- Ha ragione e le dico che anche per me è così, nonostante la gente non manchi nel locale; forse è per abitudine, ma sento che mi piace parlare con lei.

- Va bene, sono contento.

- Anch’io.

- Allora fra cinque giorni a pranzo e alle nostre chiacchieratine.

- Certamente, anzi sa cosa le dico: se la nostra conoscenza non fosse così ancora superficiale, le avrei detto di accompagnarmi, ognuno ovviamente a soggiornare in posti diversi: io da mia sorella e lei in albergo, ma con l’intesa di gironzolare insieme per Spoleto.

- Chissà, un giorno…

. Appunto, chissà. Ora devo andare e grazie per questa conversazione.

- Grazie, di nuovo buon viaggio.

La guardò scendere le scale: non era una bellezza, ma quella che si poteva dire una donna interessante. Si accorse, inoltre, e restò sbalordito, perché non ci aveva fatto caso prima, che, anziché il grembiule di servizio, indossava un bel tailleur attillato, che metteva in bella luce forme armoniose, insomma il ritratto di una femmina che ancora aveva da dire e da dare qualcosa, nonostante non fosse di certo giovane, ma solo di poco meno anziana di lui.

Si coricò sul letto, chiuse gli occhi e si vide a spasso per Spoleto con lei, mano nella mano.

La casa gli sembrò meno vuota e quando il sonno lo colse e gli occhi iniziarono ad appannarsi, sussurrò, quasi impercettibilmente: - Chissà... 

 

 

 
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