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  Racconti  »  Narrativa generica  »  La talpa 12/12/2014
 

La talpa

di Renzo Montagnoli

 

 

 

Preciso subito che non intendo raccontare una vicenda di spionaggio, cioè  che la talpa non è quella che nelle spy story è uno che, apparentemente sta con una parte, ma che invece lavora per il nemico. Si tratta invece di ben altro e cioè della talpa vera e propria, quel simpatico animaletto dotato di unghioni alle zampe anteriori, quasi cieco e che ama vivere sotto terra, scavando lunghe gallerie e cibandosi di insetti e lombrichini. Nemmeno è mia intenzione scrivere un trattato di zoologia, bensì voglio rendervi edotti di ciò che mi è accaduto questa estate.

Un giorno ho notato un piccolo cratere nel terreno del mio giardino e ho cominciato a pensare come si fosse formato, lungi dall’accostare questo rilievo con foro centrale (quasi un vulcanetto) alla famigerata talpa. Il giorno dopo i crateri erano diventati tre e il terzo giorno addirittura sei. Ne ho parlato con il mio vicino che, candidamente, mi ha detto: “E’ una talpa, probabilmente quella che avevo io fino a una settimana fa e che sono riuscito ad allontanare.” Gli ho chiesto subito come avesse fatto a liberarsi di quel fastidioso animaletto che andava saccheggiano il mio bel prato all’inglese e lui mi ha parlato di un dissuasore agli ultrasuoni, di basso prezzo, ma efficacissimo.

Per quanto ovvio ho provveduto ad acquistarlo subito, l’ho messo in una posizione strategica con tante speranze. Infatti, il giorno successivo, il numero dei crateri non era aumentato, con mia grande soddisfazione, ma l’indomani, da sei che erano sono diventati dieci. Inoltre, se il dissuasore elettronico non aveva effetto per la talpa, ne aveva invece per me, perché, se è vero che l’ultrasuono non deve essere udito dall’orecchio umano, a intervalli variabili una vibrazione stridente, anche se lontana, cominciava a infastidire mia moglie e i miei vicini. Ho cambiato di nuovo posizione all’apparecchio, i miei confinanti non si sono più lamentati e la talpa ha continuato tranquillamente a devastarmi il giardino.

Non vi dico quante ricerche ho effettuato in Internet per trovare un rimedio sicuro; tutti li ho sperimentati e mi sono anche costati una somma non elevata, ma nemmeno piccola, provocando peraltro situazioni non proprio piacevoli.

Infatti il ricorso ai fumogeni, una sorta di candelotto da inserire in una delle gallerie e da accendere e il cui fumo avrebbe dovuto irritare il pestifero animaletto ha avuto effetti del tutto inattesi.

Dato che io avevo tappato i fori dei craterini, il gas sprigionato ha invaso le gallerie, con spiccata preferenza per quelle che risultavano arieggiate, cioè di quelli i cui i fori dei crateri non erano stati chiusi. Solo che non erano quelle nel mio giardino, ma quelle delpraticello dei confinanti. Io non c’ero, perché avevo dovuto andar via, ma mi è stato riferito che i miei vicini hanno notato del fumo giallastro, dalla caratteristica puzza di zolfo, uscire da alcuni punti del loro giardino. Poiché non riuscivano a spiegarsi lo strano fenomeno, hanno iniziato a fare delle congetture, improbabili senz’altro, ma per questo più credibili. 

Ricorderò sempre la scena che ho trovato quando io e mia moglie siamo tornati a casa: tutti i nostri vicini in strada, con aria preoccupata e affranta, un automezzo dei Vigili del Fuoco, un altro della protezione civile e un altro ancora del Laboratorio provinciale di analisi. Non potendo accedere alla mia abitazione, perché il percorso era sbarrato, vivamente ansioso pure io ho chiesto a uno della protezione civile che cosa fosse accaduto. Questo, con aria sorniona e a bassa voce, come avesse dovuto rivelarmi un gran segreto, mi ha spiegato la faccenda: “Non siamo ancora sicuri, ma ci sono tutti gli elementi. Ricorda il terremoto di due anni fa? Può essere che il movimento della faglia abbia fatto risalire il magma e che quelle fumarole allo zolfo, che c’erano fino a poco fa, ne siano la prova”. Mi sono subito rasserenato, perché mi è venuto subito in mente il fumogeno e allora, un po’ titubante in verità, mi sono permesso di dire: “A onor del vero, io avrei un’ipotesi diversa.” Sono stato subito interrotto da un individuo un po’ avanti con gli anni e con la barba bianca: “Ma lei, che conoscenze scientifiche ha per formulare un’altra ipotesi? Io sono un vulcanologo con esperienza di diversi anni e temo che qui sotto ci sia un magma ribollente.” Al che io, quasi ridendo: “Macché magma e magma! Nel mio giardino c’è una talpa e per mandarla via proprio oggi ho acceso in una galleria un fumogeno allo zolfo.”

Il vociare all’intorno è cessato di colpo, il vulcanologo mi ha guardato torvo, pareva quasi che volesse uccidermi, poi si è rivolto ai vigili del fuoco, agli altri uomini di soccorso intervenuti: “Via, andiamo via! E non disturbatemi più per queste sciocchezze. L’avevo detto subito che non era un fenomeno naturale, che lo zolfo era troppo poco e non sapeva abbastanza di uova marce. Via, che non abbiamo qui da perdere altro tempo.”

Intanto, credo, che la talpa sotto terra, nel suo comodo rifugio, ridesse a crepapelle.

Le era andata bene, ma non intendevo demordere e, rientrato in casa, ho detto forte, in modo che anche lei, che ha un udito sopraffino, potesse sentirmi:” O lei, o me! Il dato è tratto.”.  E mi sentivo come Giulio Cesare al Rubicone, più arrabbiato che battagliero, ma disposto a tutto pur di liberarmi da quella peste.

Il giorno dopo ho provato con il veleno, un prodotto reclamizzato come sicuro, cioè delle crisalidi avvelenate, da far cadere nelle gallerie attraverso i fori dei crateri. Non avrei voluto ucciderla,  ma continuavo a ripetermi che l’aveva voluto lei. Non so quanti di questi bocconcini avvelenati ho utilizzato, senz’altro un bel po’ e alla sera sono andato a letto colmo di speranza.

Il mattino dopo sono andato subito in giardino e con mio grande disappunto ho notato che non solo i crateri erano aumentati, ma che numerosi rospi, da anni frequentatori abituali, erano tutti distesi sull’erba, con la pancia all’insù, morti da diverse ore. Era accaduti infatti che nel distribuire le crisalidi avvelenate, più d’una mi era caduta per terra ed evidentemente i poveri animaletti se ne erano cibati. Sono corso subito a esaminare alcuni fori dei crateri, ho osservato bene il fondo e i bocconcini avvelenati erano spariti. Mi è ritornata la speranza, ma giorno dopo giorno ho dovuto ricredermi, con i nuovi monticelli che ormai butteravano il prato rendendolo simile al suolo lunare.

Qualcuno mi ha suggerito allora due altri modi per risolvere il problema; ho scartato subito il primo, cioè la pesca della talpa, consistente in una lenza con amo su cui infilare alcuni vermettini, da posizionare nei fori degli scavi, e da subito tirar su come il filo si tendeva; più che complicato, l’ho ritenuto, giustamente, una presa per i fondelli.

L’altro metodo si basava sul finissimo udito della peste, da infastidire con paletti infissi nel terreno, portanti in cima delle bottiglie di plastica vuote, dei barattoli e dei campanacci. Con il vento questi oggetti avrebbero dovuto creare un rumore tale da far impazzire la talpa.

Così un giorno ho disseminato il giardino di questi autarchici strumenti acustici e dato che da me spesso un po’ di vento c’è è iniziato un concertino che se di giorno non infastidiva più di tanto, di notte diventava un tormentone, fino a quando i vicini  mi hanno detto basta con un tono che non ammetteva repliche, anzi devo dire che me l’ero vista brutta, circondato da gente inferocita con gli occhi assonnati.

Li ho smontati subito e le notti non sono mai sembrate così belle.

Che fare, allora? Ho provato a chiedere consiglio a un giardiniere, che mi ha portato una trappola, fornendomi istruzioni sul dove e sul come collocarla. L’ho posizionata in uno dei tunnel di maggior scorrimento, ma ben poco convinto che avrebbe avuto effetto.

E invece, due giorni dopo, è scattata. La povera bestiolina è praticamente deceduta sul colpo e la mia gioia e quella di mia moglie per avere finalmente risolto il problema si è mescolata con il dispiacere di aver dovuto sopprimere quell’esserino, che è bello, soffice e con un musino simpatico.

Credo proprio che non la dimenticheremo e infatti ogni tanto mi viene in mente, accompagnata da una punta di rimorso, ma per rimediare penso subito ai giorni di battaglia a cui mi ha costretto, finendo comunque sempre con il dire, fra me e me: “Bastava che si levasse di torno e invece…”.

Ovviamente ho conservato la trappola nel caso che  qualche parente venisse a cercare la defunta, che ora riposa nell’adiacente campo seminato a mais, dove inutilmente ho cercato e sperato che andasse.  

        

 

 
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