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  Racconti  »  Narrativa generica  »  Lettera d'amore disperato 10/10/2018
 

Lettera d’amore disperato

di Renzo Montagnoli



Cara,

parlare non si può, se parlo al vuoto nella stanza avverto di più la solitudine, ho la certezza che tu non sei più con me, ma se ti scrivo mi piace pensare che un giorno – chissà quando Dio vorrà – forse potrai leggere queste mie parole.

E’ tornato l’autunno ed è giusto un anno che te ne sei andata, che mi hai lasciato fra queste mura diventate fredde perfino nei giorni dell’estate più torridi. Non s’ode voce in questa casa, il tempo sembra essersi fermato al giorno in cui mi hai lasciato; mi pento di non aver mai registrato la tua voce e le poche fotografie che ti ho scattato non riescono a dare al tuo viso quella luce che sempre illuminava, quel sorriso che tanto mi aveva incantato e che ora disperatamente cerco nella memoria per avere di te, se non una presenza ormai impossibile, una sensazione, un’emozione da ravvivare affinché nel tempo non sbiadisca. Che posso volere di più da chi non è più con me, che posso chiedere alla vita se quello che era una gioia ora non può più esserlo? Ti amo, ti ho sempre amata dal primo giorno che ti ho visto, da quando all’uscita della scuola mi hai involontariamente urtato. Ero nervoso, quel giorno, e già mi veniva d’istinto un bel rimbrotto, ma nel volgere la testa ho incontrato due occhi sorridenti nel mentre ti scusavi, uno sguardo da cui mi sono lasciato catturare e già ti stavi allontanando, mentre io avrei voluto essere sempre a te vicino. Poi ho chiesto informazioni, a destra e a manca, ho saputo dove abitavi e un giorno ti ho aspettato al varco, per parlare con te. Non sapevo di che cosa, né come avrei cominciato, pensavo addirittura di inventarmi una scusa; mi sono avvicinato, ti sei accorta di me, mi hai sorriso e io, volando, sempre più leggero, ti ho raggiunto e non so perché ti ho presa sotto braccio. Due passi, due passi in croce, ma ho avvertito il tuo cuore palpitare insieme al mio, ti ho detto il mio nome, tu il tuo, ti ho chiesto di uscire con me la sera stessa e tu hai annuito. Ecco come è cominciato questo amore. Se ci ripenso, mi sembra sia stato ieri, ma invece di anni ne son passati, sempre insieme, fino all’ultimo, mai uno screzio, mai una lite, anche se, dopo i giorni pieni dell’inizio, i baci, gli abbracci, gli amplessi, poco a poco è scesa una cappa di silenzio, di gesti ripetuti, di giornate sempre uguali e anche il tuo sorriso lentamente si è spento, fino ad arrivare a uno sguardo vuoto, a occhi smorti nel monotono grigiore di una relazione affievolita. Ho cercato di ravvivare il fuoco, ho cercato un po’ di braci d’amore sotto la cenere dell’indifferenza, ma non le ho trovate né in te, né in me. Capivo che tutto stava andando a rotoli, ma nulla facevo per impedirlo e così quando una mattina, durante la colazione, hai alzato la testa dalla tazza di caffè e mi hai detto che era meglio per tutti e due se te ne andavi, non ho fatto nulla per fermarti, quasi fosse la logica conclusione di un progetto da tempo in corso. Hai preso un po’ della tua roba, hai chiamato un taxi, sei uscita senza nemmeno salutarmi e non sei più tornata, né posso sapere dove tu sia andata. Come il taxi è ripartito ho sentito di nuovo in me una sorta di languore, un cucchiaino che scavava dentro e che mi faceva riprovare un’antica fame, una fame d’amore. Son corso fuori, ho gridato, ma già l’auto aveva girato l’angolo; sono rimasto in mezzo alla strada a guardare disperatamente il vuoto e ho iniziato questa penitenza che è da un anno che sto scontando. Dio solo sa quanto vorrei che tu fossi qui, quanto vorrei gridarti il mio amore, quanto ho desiderio d’esser perdonato! Mi illudo che tu ritorni, mi par di sentire la porta che si apre, il tuo passo leggero, la tua voce che grida “Amore mio!”; mi pare, mi pare solo, perché qui tutto è silenzio, perché qui lentamente sto morendo. Sono sempre più convinto che non ritornerai, che hai incontrato un altro stregato dal tuo sorriso e che meglio di me sa darti l’amore; mi sono quasi rassegnato, ho perfino smesso di apparecchiare anche il posto tuo, e nella malinconia che sempre più mi è compagna avverto che invece l’amore aumenta, un amore che non sarà più corrisposto, un affetto così forte e così disperato da togliermi il respiro, da farmi desiderare quell’ultimo passo, oltre il quale c’è solo l’oblio. Se un giorno leggerai queste mie righe, capirai quanto l’abitudine a te sia stata da me pagata, quanto la mia indifferenza si sia tramutata in rimorso e folle amore, ma non voglio che tu pensi di avere qualche parte di colpa, di aver contribuito a questo, no, tu non c’entri, la colpa è solo mia perché ho dimenticato il significato dell’amore.

Ti amo, ti amo tanto, angelo mio.

Eternamente tuo

Edoardo



Da Lettere d’amore, di Autori Diversi (Edizioni Arte e Musica, 2018)


 
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