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  Racconti  »  Fiabe  »  Il Natale di Poldo 23/12/2018
 
Il Natale di Poldo

di Renzo Montagnoli



Si accovacciò contro un pilone del ponte, per parare un po’ il vento che accresceva la sensazione di freddo, ma era tutto bagnato, per via di quella neve che, cadendo, faceva un pulviscolo che entrava ovunque. Anche quel giorno era arrivata la sera dopo tanto peregrinare in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti, ma, all’infuori di un tozzo di pane rinsecchito, non aveva trovato altro, e per di più aveva dovuto combattere per difenderlo, e ora gli faceva male una zampa che un pastore tedesco, compagno di sventura, aveva morso nel tentativo di impadronirsi di quel poco cibo. Guardò in su e non vide nulla, se non i vortici della neve che cadeva; non c’erano altre possibilità di trovare qualcosa da mangiare e allora tanto valeva cercare di dormire, per avvertire meno i morsi della fame e il gelo che implacabile faceva breccia nel suo corpo. Fu così che si addormentò e che subito prese a sognare. Si vide cucciolo intento a poppare dai capezzoli della mamma, di cui non ricordava il muso, ma che aveva sempre desiderato poter ritrovare. Forse quella vita randagia insieme a lei sarebbe stata più sopportabile, una vita che non aveva cercato, ma a cui era stato costretto. Era ancora da svezzare quando era stato venduto a un vecchio che anziché curarsene lo batteva per ogni errore, perché, per esempio, faceva pipì in casa e lui che colpa aveva di questo, se non veniva portato fuori per farla? Poi l’anziano era morto e lui era stato preso dal figlio, forse peggio del padre, visto che spesso e volentieri si dimenticava di dargli da mangiare e che sovente lesinava anche sull’acqua, soprattutto in estate, quando, legato a una corta catena, stava nel cortile assolato a fare la guardia. Un tormento, la sete, che incideva sulla naturale bontà del suo animo, che lo portava ad abbaiare e a ringhiare con tutti in un crescendo di dolore che lo stravolgeva. Poi, un giorno, non si sa come accadde, si ruppe il collare e così si trovò libero; corse subito via, attraversò la strada fra auto che frenavano di colpo e senza orientamento camminò, camminò tanto, quasi a voler mettere fra sé e il suo padrone una distanza insormontabile. Iniziò così la dura vita del randagio, fatta di lotte per lo scarso cibo, di freddo in inverno e di caldo torrido in estate, ma era pur sempre meglio di essere legato a una catena, di essere considerato solo uno schiavo. Nel sogno questa succinta storia della sua esistenza non c’era, mentre invece era un susseguirsi confuso di immagini, quasi tutte dolorose, visto che nella sua vita mai aveva conosciuto l’affetto di un padrone. Si vide piangente, un lungo fremente guaito davanti a una porta che si apriva sul buio e che lui istintivamente si sforzava di non valicare, perché oltre intuiva un salto nel nulla. Senza famiglia, senza carezze, non c’era tuttavia un senso a continuare, ma i sogni permettono molto, ci fanno vivere ciò che speriamo, e infatti anche lui a un certo punto avvertì il caldo tepore di un focolare, il profumo di una zuppa nella ciotola, una mano leggera le cui dita affondavano nel pelo irsuto della sua schiena, una sensazione mai provata, un sogno meraviglioso da cui non avrebbe mai voluto svegliarsi. E invece udì delle voci, il trillo di un campanello, si sentì sollevare e allontanare, se pur di poco, dal calore di quel fuoco, si accorse che la zuppa era ora a stretto contatto con il suo muso, estrasse la lingua ed esplorò soddisfatto la ciotola. Cercava di non risvegliarsi, ma ebbe una strana sensazione, e cioè come se quello che vedeva nella sua mente assopita fosse vero, reale e cercò anche di opporre resistenza quando udì una voce che lo invitava a svegliarsi. Poi aprì un occhio, si guardò intorno e spalancò anche l’altro: non c‘era più il ponte, la neve non cadeva, era disteso su un panno in una camera vicino a un focolare, davanti a lui c’era la ciotola con la zuppa e più in là un uomo e un bambino che lo guardavano.

- Si è svegliato, papà.

- Vedo, mi fa piacere.

- Lo teniamo, vero papà? Chissà quanto ha sofferto senza nessuno, ma adesso ci siamo noi.

- Sì, lo terremo e ne avremo cura, ma bisogna trovargli un nome. Come lo chiamiamo? Dick, Black, ma nero non è, Birba?

- No papà, oggi è Natale, il giorno in cui è nato Gesù, lo vorrei chiamare Natalino.

- Dai, un nome così a un cane? Gesù forse si offenderebbe? Trovane un altro.

- Vediamo, non saprei, ma no, ecco forse ho trovato: Poldo.

- Bellissimo nome e piace anche a lui e infatti si è messo a scodinzolare.

Poldo li guardava in estasi e pensava fra sé che anche lui come quel Gesù si considerava nato a Natale, perché quella che stava per iniziare era la vita che aveva sempre sognato.




 
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