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  Racconti  »  Storie di paese Seconda Serie  »  La scomparsa di Davide Azeri 01/11/2016
 

La scomparsa di Davide Azeri

di Renzo Montagnoli







Era uno di quei giorni d’estate dalla calura asfissiante, che nelle prime ore del pomeriggio diventa un vero e proprio inferno, tanto che se lo sguardo volge al di là di qualche metro, si può scorgere nitidamente un tremolio dell’aria che, riscaldata, si leva da terra, per poi ricadere affranta, vinta da un sole che non è calore, ma fiamma viva. In queste condizioni, se non era proprio necessario, non si usciva, si stava rintanati in casa, le imposte chiuse per ripararsi dalla luce abbagliante, madidi di sudore, sprofondati in poltrona o appollaiati su una sedia, limitando i movimenti a un frequente vai e vieni verso il bagno in cui andare a bagnare i polsi, la fronte e la nuca.

Davide Azeri, noto avvocato di una cinquantina d’anni, si sforzava di leggere il giornale, dopo il breve e frugale pasto consumato, senza appetito, assillato com’era da un leggero senso di nausea dovuto a quella temperatura insopportabile. Fece per prendere una sigaretta dal pacchetto, ma si accorse che era vuoto. “Giulia, ho finito le sigarette; me ne puoi dare?” “Davide, lo sai che non fumo più da sei mesi e pertanto non ne ho.”

Gli venne un moto di stizza, gettò il giornale a terra e volse gli occhi al soffitto, dove un ragnetto e una mosca si fronteggiavano. Li vedeva e non li vedeva, nel senso che il suo sguardo rifuggiva da quella realtà, tanto che provava a immaginarsi la bella spiaggia in Sicilia dove era stato una decina di anni prima, o anche le cime innevate della Valle d’Aosta dove ogni anno con la moglie trascorreva una settimana in inverno. Rimase assorto così per una decina di minuti, poi si alzò e disse alla moglie: “Esco a prenderle”. “Con questo caldo?” “Sono due passi, non mi cambio nemmeno, resto in ciabatte e pantaloncini.” “Va bene, contento tu...”

Uscì.

Passò una mezzora, un’ora, un’altra ancora e non tornava. Giulia cominciò a preoccuparsi e allora decise di uscire e fare un salto dal tabaccaio.

Apprese così che lì non era mai arrivato; trafelata ripercorse il breve tragitto più volte, guardò oltre la siepe con il respiro affannato per vedere se magari, colto da malore, si trovasse lì. Tutto inutile. Disperata chiese aiuto ai vicini, fu avvisata polizia; le ricerche iniziarono subito, anche con l’aiuto dei cani. Decine di uomini, fra cui molti volontari, si offrirono e così fu battuto tutto il territorio comunale, palmo a palmo, senza risultati però. Un ispettore di polizia balenò a Giulia l’ipotesi di un allontanamento volontario: “Sa, signora, a volte gli uomini, arrivati a una certa età, vorrebbero sentirsi ancora giovani e si trovano un’amante, con cui fuggono. É solo un’ipotesi, ma non la escluderei. Vede, la scusa delle sigarette é tipica in questi casi. Ha mai notato signora un cambiamento del carattere in questi ultimi tempi?” Giulia stava zitta, ma negava con il capo, cancellandosi dalla mente quell’ipotesi assai improbabile. Cercavo di immaginarselo arrembante con un’altra donna, lui che aveva appeso l’arnese al chiodo da almeno un lustro, tutto casa e lavoro; no, era del tutto impossibile, ma allora, dov’era? La gente cominciava ad andarsene, la polizia le disse che avrebbero ulteriormente esteso le ricerche ad aree più lontane, ma lei quasi non sentiva; affranta, accaldata, se ne stava seduta in un angolo della sala, incapace di dare una minima risposta a quella domanda. Era come intontita e aveva sete, una gran sete; aprì la porta del frigorifero, ma di bibite fresche non ce n’erano. Si ricordò allora che nel garage c’erano un paio di lattine d’aranciata e disse fra sé che sempre liquido erano, anche se calde. Entrò dalla porta secondaria e accese la luce: la rimessa era in buona parte occupata dalla grossa Mercedes, a cui gettò uno sguardo per via di quel color crema che proprio non le piaceva. Fece per prendere le lattine, ma si fermò di colpo, perché qualche cosa l’aveva colpita in quell’occhiata al colore dell’auto, qualcosa che non era fuori, ma dentro. Il cuore prese a batterle forte, si avvicinò, apri la porta anteriore sinistra e...”Davide!Davide!”, un urlo che le si strozzò in gola. Seduto, riverso sul volante, giaceva il corpo senza vita dello scomparso. Il medico, che stilò il certificato di morte, scrisse deceduto per infarto. Si tentò di ricostruire come si erano svolti i fatti: Davide Azeri era uscito con l’intenzione di andare a piedi, ma il caldo l’aveva dissuaso e allora aveva pensato di andare in auto; era così rientrato senza che la moglie se ne accorgesse – probabilmente era andata in bagno a rinfrescarsi i polsi - , era andato in garage e, salito sull’auto, era stato colto dal fatale malore.

Durante il funerale i presenti parlarono, a bassa voce, delle illazioni che nel corso delle infruttuose ricerche erano state fatte e ricordò che lo stradino ebbe a dire:” Si era cominciato a pensare a una fuga d’amore, anche se, dato il soggetto, pareva poco probabile, ma si sa che il caldo gioca sempre degli scherzi e a lui purtroppo l’ha giocato proprio brutto. E tutto per un pacchetto di sigarette.”.

E’ trascorso molto tempo, da allora, la moglie è andata ad abitare con la sorella in un altro paese e credo che ben pochi abbiano memoria di questa vicenda che ho voluto ricordare per la sua venatura di giallo, un giallo senza assassini.



Da Storie di paese


 
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