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  Racconti  »  Storie di paese Seconda Serie  »  Il Negus 12/07/2020
 
Il Negus

di Renzo Montagnoli



Non c’è che dire, nei paesi si trovano sovente personaggi caratteristici che magari esistono anche nelle città, ma che però si perdono nella massa, si riescono a notare di meno. Al riguardo il mio paese non fa eccezione, anche se, passando gli anni, c’è una sempre più accentuata omologazione, così che certe figure sono in diminuzione e sono senz’altro in numero inferiore al passato, soprattutto a quello che arrivava fino al termine della seconda guerra mondiale. Il Guercio mi ha raccontato di tanti e io, mano a mano che mi ricordo credo che sia giusto parlarne, perché a loro modo sono dei protagonisti e non delle semplici comparse nel teatro della vita. Una di questi è stato senza dubbio il Negus, nomignolo che gli fu appioppato dopo la guerra di Etiopia per la sua carnagione scura, abbrustolita dal sole. Non so come si chiamasse, so solo che faceva parte di una famiglia numerosa e povera in canna, circostanza non infrequente all’epoca. Il nostro Negus, che ancora non era chiamato così, più in preda a un’atavica fame che a uno spirito patriottico cercò, diciassettenne, di arruolarsi per partecipare alla Grande Guerra, ma ovviamente non fu accettato, almeno fino a quando non ebbe a compiere i 18 anni, vale a dire l’1 novembre 1918. Messo su un treno che da Mantova andava a Padova insieme ad altri coscritti, la sera del 3 novembre alla stazione di Monselice la tradotta fu fermata e l’avventura bellica fini lì, perchè come è noto il 3 novembre fu firmato l’armistizio e dato che il Negus non era ancora in divisa fu rispedito indietro, più affamato di prima. In seguito fece diversi lavori, tutti di breve durata, anche per il suo spirito indipendente, fino a quando, ereditata una barca piuttosto malandata e da lui rabberciata alla meglio, iniziò l’attività di pescatore di storioni nel Po. A volte ne prendeva, più spesso no, e allora la fame era sicura, tanto che si rintanava in una specie di capanna dove tacitava per un po’ lo stomaco con cette erbe che raccoglieva e faceva bollire. Il suo sogno era di fare il pontiere, cioè di lavorare sul vicino ponte di barche e aveva manifestato questo desiderio più volte con il podestà e con il segretario locale del fascio, ritraendo solo vaghe promesse. Impossibiltato a partecipare alla guerra di Spagna, in quanto riformato per un’artrosi che l’aveva reso storto, pensò di interessare il duce in persona, ma le sue lettere non ebbero risposta, anzi il federale lo rimproverò per l’impudenza. Gli venne allora l’idea dell’impresa clamorosa: dato che Mussolini, con la famiglia, trascorreva alcuni giorni in estate in una villa a Riccione, lui sarebbe andato là, in barca, scendendo il Po fino al delta e poi proseguendo sotto costa fino alla cittadina romagnola. Ne parlò al podestà e al federale, che gli palesarono un certo interessamento, promettendogli assistenza, vale a dire vitto e alloggio lungo il percorso. E così, una mattina presto del luglio 1937 levò l’ancora pieno di entusiasmo e remando di buona lena. Verso mezzogiorno era già in vista di Sermide dove avrebbe trovato, come promesso, il necessario per rifocillarsi e mano a mano che si avvicinava alla riva si accorse con piacere che una gran folla era sull’argine, evidentemente per attenderlo. La fatica gli passò e remò più alacremente con la gente che lanciava entusiasta degli evviva. Era quasi a riva quanto potè intendere quello che quella folla gridava. Era un viva gli sposi di cui non riusciva a capacitarsi e sentendo un rumore alle sue spalle si volse notando un barcone a motore con a prua una coppia di sposi. Non si sa bene come accadde, forse si sbilanciò, ma sta di fatto che la sua barchetta si capovolse e finì in acqua. Tirato a riva, chiese dei sostegni per la sua impresa, ma ottenne ben poco e fu solo per la pietà degli sposi che potè riempire lo stomaco con un po’ di riso con le salsicce. Fatto il pieno, ma in capo a un’ora era già in riserva, proseguì, con alterne fortune, mendicando un po’ di pane e dormendo la notte sugli argini. Tuttavia era fiduciso, perché se l’impresa fosse riuscita il clamore gli avrebbe potuto portare probabilmente l’agognato posto di pontiere. Se la navigazione in Po era stata abbastanza tranquilla, la stessa cosa non si può dire per quella in Adriatico, perché dovette affrontare ben due tempeste, di cui l’ultima gli strappò quel poco che lo ricopriva, sicchè arrivò al largo di Riccione nudo cone un verme. Puntò verso la spiaggia e senti le urla della gente. “Buon segno - disse fra sé - avverto l’entusiasmo”. A riva l’attendevano due carabinieri a cui, tendendo il braccio nel classico saluto fascista, candidamente chiese che lo portassero da Mussolini. I due si guardarono un attimo, poi gli calarono i manganelli sul groppone. Atti osceni in luogo pubblico, fu questa l’imputazione, e finì nelle patrie galere per un anno, con l’unico vantaggio di avere un tetto sulla testa e due pasti al giorno.

Ritornato alla pesca non volle rinunciare alla sua impresa, così che nel 1939 ritentò, senza miglior fortuna, visto che all’altezza di Porto Garibaldi gli si spezzò il remo e non potè proseguire. Ritornato in paese sembrava deciso ad accantonare il suo progetto, ma nel luglio del 1943, in piena guerra, decise di ritentare, preparando il viaggio con un piano meticoloso. Il 26 luglio 1943 iniziò il terzo tentativo, ma arrivato all’altezza di Castelmassa, vedendo sugli argini la folla giubilante, decise di accostare per vedere cosa era successo e venne così a sapere della caduta di Mussolini e del suo arresto. Quindi era inutile proseguire perché non avrebbe mai potuto trovare il duce a Riccione. Negli anni successivi poco si sa di lui, ci si ricorda che continuava a pescare, rifornendo di storioni i tedeschi e non più gli italiani. Finita la guerra, la fame era generalizzata e lui non sapeva dove sbattere la testa, andava in giro, chiedeva, ma il lavoro non c’era. Fu solo nel 1947 che, ritornato l’ex segretario del fascio, ora diventato notabile della Democrazia Cristiana, gli si rivolse ancora una volta implorante. Forse si impietosì, forse c’erano motivi elettorali, ma sta di fatto che questa volta riuscì a entrare nei pontieri, come vigilante notturno, il che comportava anche l’uso di una cameretta nella baracca di servizio, dato estremamente importante per chi non aveva una casa. Si era ai primi di novembre e il fiume era in piena e per questo la sorveglianza doveva essere particolare. Grazie al lavoro acquisito, di cui tutti vennero subito a sapere, decise di festeggiare il primo giorno, anzi la prima notte, con quella costata di manzo che sognava da anni e che ottenne a credito dal macellaio, così come pure a credito prese anche due bottiglioni di lambrusco. Come siano andate le cose non è possibile saperlo, mancando i testimoni, ma la ricostruzione che fece la polizia pare senz’altro pausibile. Mangiata la costata, accompagnandola con un bottiglione di lambrusco (l’osso e il vetro vuoto furono trovati nella baracca), forse un po’ alticcio, uscì, magari per un bosogno, o per vedere meglio il grado di tensione dei cavi che tenevano ancorati i barconi del ponte; incerto nei passi, anche per l’altro bottiglione in mano, che infatti non fu trovato, procedendo sul terreno cedevole per la pioggia o scivolò o mise un piede in fallo. Sta di fatto che il turno del mattino, andato a rilevarlo, non lo trovò; la scomparsa del Negus tenne ovviamente subito banco all’osteria, con le illazioni che si sprecavano, anche perché le ricerche avviate non riuscivano a trovare il corpo. Il tempo passava e inevitabilmente l’interesse sulla sorte del Negus andava scemando, fino a quando non se ne parlò più. Trascorsero gli anni, per l’esattezza cinque, allorchè un giorno piombò all’osteria il giornalaio con una notizia incredibile. “L’hanno trovato!”. “Chi?” “ Ma come chi, il Negus.” “ E dove?” “ Dei pescatori del delta sono approdati su un isolotto dove hanno trovato un uomo, un eremita secondo loro. Ne hanno parlato ai carabinieri, hanno verificato, hanno avuto riscontri, in poche parole quell’essere, quasi selvaggio, ma che sembra vivere beatamente e in assoluta serenità è il nostro Negus.” “ Allora tornerà?” “ No, c’è scritto sul giornale che l’uomo non ricorda come è arrivato lì, anzi non sa nulla del suo passato e quando gli hanno proposto di riportarlo da noi ha rifiutato sdegnosamente.” Gli astanti si guardarono in faccia, poi rivolsero lo sguardo a quello sputasentenze che era il capostazione. Questi, quando verificò che tutti pendessero dalle sue labbra, sbottò: “Anche questa volta non è arrivato a Riccione; meglio così, perché a quanto pare su quell’isolotto ha trovato quella serenità che tanto gli mancava.”.


Da Storie di paese

 
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