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  Editoriali  »  Il futuro globalizzato, ma per chi, di Lorenzo Russo 06/01/2019
 
Il futuro globalizzato, ma per chi?

di Lorenzo Russo





Oh mia patria, sì bella e perduta! Così riecheggia l'inno di una nazione che sta scomparendo.

Di fatto le nazioni, oggi, stanno perdendo quei valori che finora le hanno formate e contraddistinte.

Uno dei pochi simboli che regge ancora è l'idioma parlato, ma anch'esso subisce continuamente imbruttimenti mescolandosi con altri idiomi, così che fra qualche decennio verrà parlato unicamente dai pochi nostalgici rimasti ancora in vita.

È un epoca che sta scomparendo per lasciare il posto a un futuro del tutto incerto e senza quelle bellezze culturali e artistiche che l'hanno arricchita e tuttora attirano i turisti.

Ogni epoca ha senza dubbio le sue calamità e disgrazie alla pari delle sue bellezze, ma mi chiedo, ora, quali saranno quelle del futuro?

La globalizzazione dei mercati non farà altro che imbruttire le mansioni lavorative, riducendole a un metodico e apatico stile di lavoro da sbrigare in breve tempo e pagato malamente.

Disoccupazione e povertà aumenteranno di pari passo della ricchezza in mano a una limitata cerchia di individui al comando assoluto del mondo.

L'automazione dei processi lavorativi avrà il sopravvento sull'odierno ancora praticato stile di lavoro individuale e creativo.

Una società amorfa e come sottostante a una droga, causa una leggera e duratura letargia, è il fine dei nuovi padroni e governanti di questo mondo.

Addio al glorioso romanticismo, che tanto colmò la vita dei suoi discepoli, come se fossero stati spinti da una forza nuova e rigeneratrice e capace di compiere imprese rischiose ma ripaganti l'animo, assetato di libertà contro i regimi assoluti e intransigenti di allora.

La morte fu assunta come sorella della vita e quindi preferita alla ripugnante sottomissione alla volontà altrui.

In quell'epoca fu come se lo spirito si sentisse finalmente liberato del compito impostogli dal destino di assumere forme corporee deboli e timorose.

Con tutto ciò non voglio affermare che il passato sia stato migliore del presente, o di ciò che sarà il futuro, ma di certo non sono mancate quelle note personali che ancor oggi sono ammirate e celebrate.

Nel passato furono create opere inestimabili in ogni campo della scienza e cultura, proprio perchè lo spirito non si soggiogò alla allora esistente autorità dispotica che costringeva i suoi sudditi all'osservanza di regole rigide e uniformi.

Noto, quindi, che ad ogni situazione ne sorge un'altra contraria per mantenere in vita un ritmo fondante sul dover rimediare, purtroppo senza riuscirci come mi sembra di constatare.

È come se un uccello, nato per volare, fosse stato rinchiuso in una gabbia e, seguendo il suo istinto, si immaginasse di volare, quel tanto per sostenere la sua situazione, apparentemente o debitamente senza colpa.

Il segreto della colpa verrà svelato solo alla fine della colpa stessa, o della prova di sostenimento quale dimostrazione delle sue capacità di progredire o no.

Lo spirito umano è tipicamente quello di un navigatore.

Le diversità e contrarietà che incontra determinano il suo comportamento e definiscono la sorte del singolo e membri del suo gruppo.

Chi teme la morte non ha capito la sua sorte ed è quello che mi sembra dominare la vita moderna.

Fino al raggiungimento della formazione di un idioma mondiale, che spero sia del tutto nuovo di modo da impegnare tutti ad apprenderlo, passerà molto tempo e dimostrerà che l'uomo ha capito il senso dell'unione, nel mantenimento e rispetto delle diversità quali motrici di vita continua.

Dare a Dio quello che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare.

Così va intesa la vita e la sorte dell'uomo in terra.

Le epoche si susseguono, alla pari delle generazioni, e solo dopo lassi di tempo estesi si riesce a scoprire un barlume di miglioramento che dà al loro susseguirsi l'esistenza di una logica fondamentale e preordinata, una logica che ci sollecita ad accettare tutto ciò che la vita ci porta, perché nulla accade senza senso e necessità.



Sta ora ai popoli affrontare il profondo mutamento in atto con coraggio e massima allerta, affinché gli svantaggi siano minimizzati e compensati con i vantaggi, quelli dichiarati e promessi dalla “Elite”, che si è messa al comando senza essere stata eletta.

Ci sarà ancora chi piangerà la perdita dei suoi valori identificatori, conquistati con tenacia e coraggio contro tutti gli ostacoli incontrati; se ne faccia una ragione e rifletta sul fatto che l'unificazione dei popoli comporta la da sempre agognata abolizione dell'esistenza di un nemico tra gli uomini.

Vale la pena farsene una ragione di vita, così come fecero i nostri antenati nel voler costruire la patria-nazione di oggi.

Ma il processo unificatore necessita di un’economia del tutta diversa dell'attuale per essere realizzabile, una economia non più basata sul profitto individuale, bensì globale e da spartire tra tutti gli abitanti del pianeta secondo le proprie attitudini e volontà di metterle in pratica.

Io proporrei un rapporto di spartizione tra uno e dieci, e non di più, perché dimostrerebbe arroganza e avidità.

Ma come creare un uomo nuovo per questa vita nuova?

Sarà sufficiente una nuova filosofia di pensiero per modificare la composizione fisio-morfologica dell'homo sapiens?

Una filosofia capace di fondere insieme la ragione e l'anima, finora antipodi di ogni progresso duraturo?

Il tutto ha il sapore di un nuovo romanticismo, di uno evolutivo, come reazione alle già troppe esistenti difficoltà di convivenza.

Quanto tempo trascorrerà fino alla sua realizzazione non è al momento stimabile, ma il processo va preso seriamente in considerazione.

Io, personalmente, non credo che sia realizzabile in questo secolo, e dubito ancora che sia proprio realizzabile, perché troppi sono gli ostacoli da superare, essendo questo mondo dominato dalla limitatezza dei suoi elementi fondamentali, così che ogni sforzo a superarli è destinato a fallire.

Ma sperare è giusto e incominciare a piccoli passi una ragione in più.


 
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