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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Antonio e l'odore del mare, di Milvia Comastri 07/03/2007
 

Antonio e l'odore del mare

 

Quelli della Cooperativa erano stati gentili. Anche se non lo avevano mai guardato negli occhi. In due, si erano messi, per dirgli che non avrebbero mai voluto, ma purtroppo…

 

Erano mesi che le reti venivano su come mammelle vuote. Settimane che molte barche neppure uscivano. I pesci sembravano essersene andati altrove. Qualcuno, nel bar, di quelli che leggevano il giornale ogni mattina, diceva che era colpa del buco nell'ozono.

E tre giorni prima il motore dell'Anita aveva cominciato a sputacchiare, ad ansimare come un moribondo. E poi se ne era stato zitto, lasciando tutti annichiliti.

Venerdì 17, aveva detto fra i denti Elvira, mentre s'arrabattava sudando sull'asse da stiro. Venerdì 17 la disgrazia di tuo padre, venerdì 17 ho bruciato il lenzuolo della contessa. E oggi, che pure è venerdì 17, l'Anita

 

Antonio era quasi sollevato che non fosse, quel giorno, un altro venerdì 17. Quando avrebbe detto alla madre del licenziamento, almeno si sarebbe risparmiato di ascoltare quella litania.

Uscì dal basso edificio della cooperativa. Sul molo la Zara stava riparando una rete della barca del marito. L'unica donna del paese che accomodava le reti. Il ragazzo pensò di andare da lei e raccontarle il fatto. La Zara era meglio di un uomo, per capire certe cose. Ma poi avvertì che l'unico desiderio che aveva era starsene da solo e si avviò verso la spiaggetta. Si sentiva svuotato, più stanco che se avesse passato notti e notti a tirare su reti.

Si sedette sul solito scoglio. Lo scoglio della consolazione, lo chiamava. Ci veniva sempre quando era triste. Il suo sguardo si perse nell'azzurro dell'acqua.

 

“Antonio, la vita del pescatore è dura, ma non potrei fare un altro mestiere. C'è tutto, su una barca: la fatica, ma anche la soddisfazione. E l'amicizia, la solidarietà. E poi l'odore. Nessun odore è più bello di quello dell'Anita, di quello del mare. Neanche il profumo che tua madre si mette alla domenica. E' un odore vivo, che parla. “

Suo padre lo portava sempre allo scoglio, quando voleva parlargli. Come quella volta, alla fine della terza media, quando gli aveva spiegato, con una voce incerta e dolce come mai aveva avuto, che la scuola finiva lì. Che gli dispiaceva, che sapeva che lui era il primo della classe, ma che di soldi ce n'erano pochi. E che, adesso che erano arrivate le gemelle, anche meno, ce ne sarebbero stati. E che la scuola era in città, e che lui, Antonio, avrebbe dovuto andare in convitto, e che il convitto costava, e che i libri costavano. E che tutto costava, in città.

Aveva sussurrato “Scusami, figlio” e la voce gli si era arrochita. “Ma vedrai,” aveva aggiunto con voce più sicura “ ti piacerà la vita in mare. Io non potrei avere un'altra vita che questa.

 

Antonio, invece, all'inizio quella vita l'aveva odiata. L'odore era puzza, gli dava la nausea; di amici, fra quegli uomini così più grandi di lui, che gli facevano battute che lui non capiva, non se ne era fatti. Anche suo padre gli sembrava un estraneo, sull'Anita. Rimaneva solo la fatica. E la nostalgia dei libri che aveva imparato ad amare, e dei compagni che se ne erano andati in città, in convitto se ne erano andati… Anche quelli che a scuola erano molto meno bravi di lui. Ma i loro padri non erano pescatori, e non avevano messo al mondo due gemelle che si succhiavano i pochi soldi che c'erano.

Poi era successa una cosa. La sua vecchia insegnante di lettere, un giorno che aveva portato a  Elvira la biancheria da stirare, aveva lasciato anche un libro: “Il vecchio e il mare”. “ Per Antonio.”, aveva detto. “Gli piacerà.

Eccome se gli era piaciuto. Non avrebbe saputo dire quante volte lo avesse riletto. Ma era successo che attraverso un libro, attraverso parole di carta, Antonio si era innamorato del mare. Aveva imparato a sentirne il profumo, la forza, a capirne la bellezza, ad avvertire la sfida, attraverso il cuore di uno scrittore morto da decenni. E allora era stato tutto più facile.

 

Poi la disgrazia. Una notte in cui il mare aveva arrogantemente alzato la posta della sfida che da sempre lancia agli uomini, suo padre era caduto in acqua. E in quel nero e bianco delle onde impetuose era rimasto.

Antonio aveva quindici anni, la barca aveva sempre bisogno di riparazioni, le gemelle crescevano e sembravano mangiarsi pure l'aria. Sul tetto della casa si era aperta improvvisamente una breccia. E saltò fuori anche che suo padre non era mai stato assicurato, neppure all'Inail, era iscritto.

Bisognò vendere l'Anita, se la comprò la Cooperativa. Con la promessa che il posto di lavoro di Antonio sarebbe stato per sempre.

 

Ma poi.

Le reti sempre più vuote, i pescatori che non uscivano più, quel mare che sembrava essersi stancato di essere sfruttato. Solo la Zara continuava a rammendare le reti del marito, anche se lui da un po' sulla barca non ci saliva. Ma la Zara era una donna forte, credeva nella vita, lei. Meglio di un uomo, era.

Ed era arrivata la chiamata della Cooperativa. Non riusciamo più a pagarti, gli avevano detto. Sei il più giovane, tu. Non possiamo mettere a casa padri di famiglia, capisci, vero? E lui aveva pensato: io ho famiglia, sono anch'io un capo famiglia. Ma se ne era stato zitto. Perché quello che gli era arrivato come un pugno nello stomaco non era stato il pensiero dei soldi. Ma capire all'improvviso che non ci sarebbero state più quelle notti, con i motori delle barche che con il loro sommesso brontolio tenevano sveglie le stelle, con l'aria fresca che pungeva gradevolmente il viso. Con quell'odore. Ti parlava, quell'odore.

“Nel paese qui vicino stanno costruendo un complesso residenziale. avevano aggiunto. “Hanno bisogno di manovalanza. E poi, sai, sembra che il turismo stia arrivando finalmente anche qui. Case, alberghi… Vedrai. Ti aiutiamo noi a trovare un posto.

 

Il sole stava calando. Lo scoglio perdeva lentamente il suo calore. Antonio si era riempito lo sguardo di mare. Era come se lui stesso fosse diventato tutto azzurro. Aveva parlato con suo padre, gli aveva raccontato del licenziamento, di come gli sarebbe mancata quella vita. Anche la fatica, papà, gli aveva detto, anche quella mi mancherà. Gli sembrò di sentire una carezza sui capelli, e la voce del padre che gli diceva: ma il mare nessuno potrà togliertelo. E' tuo, il mare.

 

 

 

E' con Amid che sale per la prima volta al piano più alto dell'edificio. Fino a ieri Antonio ha fatto lavori negli scantinati.

La fatica. Solo la fatica avverte di quel lavoro. E la terra ferma sotto i piedi. Nessun dondolio. E nessun odore.

Parte all'alba da casa e la corriera lo porta fino a qui.

E' in corriera che ha fatto amicizia con Amid. Lui viene dal Marocco, da un piccolo paese sul mare. Ha tre anni più di Antonio. Anche nei suoi occhi c'è la nostalgia per una vita diversa. Forse anche lui pensa a odori che non può più sentire.

Salgono per quelle scale che hanno gradini appena accennati. Salgono in silenzio, tenendo stretto il sacchetto con il pranzo.

 

L'ultimo piano è il settimo. Avanzano nello spazio non ancora suddiviso da pareti, e ingombro di materiale edile. Si siedono sul bordo, le gambe che dondolano leggermente nel vuoto. Tirano fuori i panini dai sacchetti. Cominciano a masticare lentamente, lo sguardo che si perde nel panorama. 

“Guarda!” esclamano contemporaneamente.

Laggiù, al di là di quella campagna che sta per essere urbanizzata per sempre, al di là della autostrada dove le automobili mandano bagliori accecanti, al di là del campanile del paese vicino, brilla un riflesso di azzurro. 

Un fresco odore salmastro si posa sulle mattonelle pronte per la posa.

Si sta bene, lassù. Quasi come in Marocco. Proprio come sull'Anita.

 

 

 
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