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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Ci sono storie, di massimolegnani 06/04/2019
 
Ci sono storie

di massimolegnani



Ci sono storie che conservi a lungo in mente, ti vivono dentro, crescono silenziosamente e ti accompagnano nel quotidiano come simpatici tarli che sei abituato a sentir lavorare nei vecchi mobili di casa.

Insomma, ti sembrano reali certe storie ma non è detto che alla fine le realizzi.

Per fare un buon racconto, mi hanno detto, ci vogliono tre ingredienti essenziali, il vero, il sogno e la speranza, amalgamati tra di loro e impastati di invenzioni.

In una storia ci devi essere tu, ben camuffato naturalmente ma con qualcosa di riconoscibile, un vezzo, un sopracciglio, una parola, e poi ci deve essere qualcosa che non sei stato né sarai mai, ma che ti sarebbe piaciuto essere. E tutt’attorno c’è da mettere la bambagia, o il filo spinato, della fantasia a seconda dell’atmosfera in cui vuoi immergere le parole.

Adoro il passaggio di stato, quell’andare dalla testa ai tasti. È il momento culminante, assai rischioso, può succedere che nel travaso tutto evapori e la storia allora si disperde all’aria come mai esistita. È un timore che mi attanaglia sempre, più di seicento brani sul blog, eppure temo sempre che sia l’ultimo, che non mi riesca più di dare forma e maschera alle idee che di continuo s’accendono e si spengono nella mia testa.

Oreste, per esempio, è lì che aspetta da tempo, scalpita impaziente facendo ruggire il motore, ma io non mi decido, temo il travaso. Di lui ormai so tutto, il carattere e il mestiere, il luogo e il tempo e anche la giornata particolare in cui farlo vivere, forse morire.

Oreste ombroso mi regalerebbe un lavoro alternativo al mio, collaudatore di modelli sportivi, e un’epoca, tra la fine degli anni cinquanta e i primi sessanta in cui io ero solo un bimbetto che alla finestra guardava passare le automobili. E mi regalerebbe anche la mitica Giulietta Alfa Romeo, all’avanguardia per quei tempi, su cui avrei voluto viaggiare da bambino. Ma papà comprava solo tranquille auto da famiglia, la 1400 B, la Taunus, la Consul.

Addirittura di Oreste so pure dove andava a collaudare i suoi prototipi.

Anzi, tutto ha preso le mosse nel giorno in cui pedalando tra risaie e aironi sono capitato a Balocco, prima all’Osteria poi alla pista privata della casa automobilistica milanese.

Fermo davanti ai cancelli ho letto sull’asfalto la sua storia.

Coscienzioso sul lavoro, l’Oreste. Scrupoloso e critico, mai gli andava bene così com’era il modello che gli davano da provare, sempre a trovare difetti (il posteriore saltella, i freni non sono proporzionati alla potenza) che, a correggerli, per l’azienda significavano costi aggiuntivi che non sempre voleva sobbarcarsi.

E qui mi affiora a tradimento il timore del travaso.

Troppo reale Oreste, pure mai esistito, troppo circostanziate le vicende immaginate, che la Giulietta era davvero una macchina nervosa, mi ricordo certi suoi capottamenti mortali, troppo bella la Giulietta, che era passione per la guida e rischio di strafare. In fondo quello che mi frena è il timore che l’AlfaRomeo, che in quel progetto ardito aveva profuso grandi capitali, venga a sapere di Oreste e a distanza di decenni non gradisca le sue critiche e le mie.

Forse dovrei stare sul vago, fargli collaudare una macchina qualunque su strade anonime in un tempo senza tempo. Ma, accidenti, Oreste, come idea, è inscindibile dalla Giulietta, come un amore non lo puoi narrare spezzandolo in due, racconti di uno ma non dell’altra, al posto dell’altra ci metti una pupazza qualunque.

No, non posso.

O forse potrei, Giulietta che diventa la sua donna?

Sono indeciso, mi sembra una finzione più che una soluzione. E mentre mi scervello per rendere credibile la storia, Oreste già evapora nell’aria.

Il travaso è andato a male.

Sfocano i contorni, si disperde il mio collaudatore e mentre lui svanisce al sole del reale come la neve in questi giorni, mi sembra di sentirlo mormorare Giulia, Giulietta, amore mio. Sarà la macchina o la donna?

È troppo tardi per saperlo, ormai Oreste non c’è più.


 
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