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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Nessuna pił, di massimolegnani 06/06/2019
 
Nessuna più

(Vilma, parlandone da diva)

di massimolegnani


Nessuna più in ambulatorio a far la diva involontaria, che lei calcava il pavimento come fosse un palcoscenico facendo di se stessa un personaggio sfaccettato, un po’ macchietta per ridere con noi, un po’ convinta di avere un ruolo tragico. Ma mai diva del muto, che lei non era capace di tacere, probabilmente parlava anche nel sonno. Incredibilmente, nonostante il suo profluvio di parole e di stranezze annesse e sconnesse, l’ambulatorio non aveva mai funzionato così bene come da quando ne era lei la responsabile.

Nessuna più con quel nome scriteriato, Vilma, (ma senta, non dovrebbe esserci la W? Ma cosa vuole che sapessero i miei genitori e poi mica c’era la Vdoppia a quei tempi) e con quella cadenza veneta, una cantilena inconfondibile che sembrava appena sbarcata in Piemonte e invece era qui da tre generazioni.

Nessuna più a dire a proposito e sproposito quella parola bizzarra, GIOIOSO!, al bambino che appena devastato dal prelievo strabuzzava gli occhi e chiedeva in perfetto piemontese ma che minchia dice?. E quell’altra parola ancora più stramba, MARTIRIO, inizialmente riferita al proprio marito, ma poi estesa ad ogni uomo che avesse una donna a fianco, ehi lei, martirio, mi dia una mano con suo figlio.

Nessuna più a farmi quei discorsi così lineari, tutti a spizzichi, smozzichi e ammicchi che, arrivati in fondo, ancora non sapevo di che cosa stessimo parlando.

Ha visto? mi chiedeva facendo un cenno con il mento a indicare chissà cosa.

Visto cosa, Vilma?”

Dee dotore, cossa le avevo dito?

Che dito, il medio?

Ela!! ce semo capiti, noo? E dava una zoccolata di rimarco al pavimento

Ma ela chi? la mamma del bambino appena uscito?, azzardavo annaspando.

Ela, caspita!! Non mi faccia dire.

E agitava i fogli che aveva in mano, o la siringa appena usata o il bicchiere con l’urina che temevo lo bevesse in un momento di eccessivo fervore oratorio. Ma intanto non diceva, nel senso che, senza confermare o negare nulla, andava avanti con mezze parole e allusioni incomprensibili, e girava la testa a destra e a manca più rapida di uno struzzo per essere sicura che nessuno ascoltasse. Nemmeno io, in verità, ascoltavo più.

Disemolo chiaro, dotore, non se può, ecco! È d’accordo?

Come no, Vilma!, assentivo stremato, e non capivo se alludesse al Direttore Generale o a Mario il portinaio, senza tralasciare nessuna delle figure intermedie tra i due.

Ma, soprattutto, nessuna più ad accendere il ventilatore a soffitto, che Vilma, in crisi di calore anche a gennaio, lo attaccava appena entrava in servizio. E io lavoravo con un’aria siberiana a gelarmi la pelata.

Vilma, non potrebbe spegnere il ventilatore una mezz’ora? Muoio di freddo.

No, dotore, ghe xe aria viziata.

E smanettava implacabile sull’interruttore a mettere la velocità al massimo.

Io sacramentavo a bassa voce ma, pur ribollendo di rabbia come un facocero appena impallinato, non osavo insistere per timore che lei spalancasse pure le finestre


Insomma, nessuna più farà girare le pale come Vilma!


 
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