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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Altra Asia, di massimolegnani 02/10/2019
 
Altra Asia

di massimolegnani



Compariva in piazza nei giorni di mercato, spingendo una bicicletta sgangherata; s’aggirava tra le bancarelle come un animale impaurito che la fame spinge al rischio. A gesti e mozziconi d’italiano si offriva per le consegne a domicilio. Erano altri tempi, ancora non eravamo abituati agli stranieri, così donne e vecchiette la guardavano male e stringevano le sacche della spesa come tesori da difendere. 
I miei colleghi dagli altri banchi le gridavano Ehi Cina, smamma, e qualcuno le tirava dietro un ortaggio marcio. Lei non faceva nulla per schivare il proiettile, ma ogni volta, pestando la ciabatta sul selciato, ribadiva: No Cina, Vietnam. Altra Asia. Quelli ridevano sguaiati e intonavano un coretto: Altraasia, Altraasia, pedala, non è aria. 
Dal mio camioncino dei formaggi la vedevo allontanarsi esile e dritta come una canna di lago e poi riprovare poco più avanti con uguale risultato. 
Non sono migliore degli altri, lo so, ma ho l’occhio lungo e non mi piace sprecare le occasioni se ci posso guadagnare in soldi o sesso. Così un giorno la chiamai al mio banco, ehi, Altraasia vieni qua. Le diedi un pezzo di formaggio come si tira un tozzo di pane al cane, per risultare gentili e restare padroni.

Tu stai qua, le dissi indicando un angolo del banco, mentre lei sgranocchiava la crosta. 
Quando arrivò la signora Lampugnani le decantai il nuovo servizio gratuito di consegna a domicilio. La signora squadrò la donna orientale con una evidente diffidenza, allora aggiunsi E’ fidata. E in ogni caso ne rispondo io.
Dopo quella, altre clienti chiesero la consegna a casa. Alla “Cinese” dissi che si sarebbe dovuta accontentare delle mance, se mai ne fossero venute. Io già la stavo avviando al mestiere, non potevo certo anche stipendiarla. Lei non mi rispose ma chinò il capo in un gesto che interpretai come un assenso. 
Quella stessa sera caricai la sua bici nel furgone e la feci salire accanto a me. Mentre andavamo verso casa mia, le chiesi come fosse arrivata in Italia. Io, botpipol. Mi ricordai di certe immagini viste al telegiornale. Mi piacevano i suoi zigomi orgogliosi e la pelle colore delle olive. Ma non volevo sentire storie tristi, non mi interessava il viaggio avventuroso fino a qui dopo la prima nave della fuga, così non chiesi altro. E lei non chiese dove la portassi. 
Da allora ci ho fatto l’amore tutte le sere o quasi. Ma sempre, mentre prendevo il suo corpo docile, avevo l’impressione che lei si ritirasse più lontano. 
Forse per questo alla fine l’ho sposata, per cercare di raggiungerla dove si nascondeva. 
Ma non è cambiato nulla. 
Lei è rimasta morbido burro, dove è facile affondare con la lama, ma passo da parte a parte senza che sul coltello ne resti traccia.

 
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