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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  ^Due donne, di massimolegnani 27/07/2020
 
Due donne

di massimolegnani




Oltre mezzo secolo separa le rughe di Jolanda dai brufoli ostinati di Jessica, la stanca vivacità dell’una dalla volubile esuberanza dell’altra, ma loro due non badano all’anagrafe. E nemmeno all’etichetta. Nel loro gioco di piccole provocazioni, non sempre è la ragazzina a sbalordire la più anziana. Lei ora ci prova con le scarpe appoggiate al tavolino, l’altra si accende una sigaretta e, facendo gli occhi piccoli, le soffia il fumo in faccia. 
Eddai, nonna, lo sai che quando torno a casa mamma mi annusa come un segugio per sapere se ho fumato. 
La nonna ridacchia e le scompiglia i capelli ricci: 
Bellamia, tua mamma ci vieta le stesse cose! Quando mi viene a trovare la prima cosa che fa è spalancare le finestre, sibilando un “hai fumato ancora quelle schifezze” pieno di fastidio. 
Jessica sbuffa: Accidenti, ma perché la mamma è così vecchia?
Jolanda si abbandona allo schienale liso del divano e parla stringendo tra le labbra la sigaretta senza filtro, incurante della cenere che le cade sulla blusa: 
Più che vecchia, intendevi dire antiquata, intransigente, severa. Vero? 
Sì, vabbè, mi hai capita lo stesso. La mamma sono più le cose che mi proibisce di quelle che mi permette.
Mettiamola così: in famiglia ci vuole qualcuno con la testa sulle spalle e quel qualcuno non sono io e nemmeno tuo padre sempre distratto da mille cose. Tua mamma, nonché mia figlia, si sente responsabile per te e anche per me. È il suo ruolo e noi glielo lasciamo volentieri. 

Jessica s’accuccia in grembo alla nonna quando questa finalmente spegne il mozzicone: 
Ma io ho quindici anni e lei mi tratta ancora come una bambina. Niente fumo, niente motorino, per non parlare di Jonathan che ogni volta devo trovare una scusa per vederlo. Che palle! 
Ti piace sempre quel ragazzino? 
Non è “quel ragazzino”, è il più fico della terza C. 
Il più fico! Che espressione azzeccata. Io avrei impiegato cento parole, a suo tempo, per descrivere quello che tu dici con tre. 
Nonna, mi prendi in giro? 
No, no, piccina. Io avrei parlato di attrazione e di orgoglio, di ormoni innominabili in subbuglio e non solo i suoi, della bellezza maschile, perché l’uomo quando è bello è bello tanto, di slanci e freni che non sempre frenano. Tu dici il più fico e sento l’orgoglio del possesso, non solo il dato oggettivo.
Già, ma intanto tra i brufoli che avanzano e i divieti della mamma, ho paura che Gei si stufi di me. 

Hai fatto caso che io, te e lui, abbiamo la stessa iniziale? E la J non è una lettera tanto consueta, vorrà pur dire qualcosa!

Non capisco, nonna. Cosa vuoi dire?

Forse è il segno di una complicità naturale tra noi tre.

Tra me e te, di sicuro, ma che complicità ci può essere tra te e Jonathan se nemmeno lo conosci?
Beh ho un’idea che mi frulla in testa da qualche giorno. Preparo un the e intanto te la dico. 
Nonna non darmi la solita schifezza riscaldata dal mattino. La mamma dice che hai le mani bucate, ma non sa che sei taccagna come un riccio e ricicli la stessa bustina per tre giorni. 
Ahahah, non sono taccagna. Faccio piccole economie per poter spendere e spandere in cose superflue. Ma oggi bustina nuova, per festeggiare.
Che cosa dobbiamo festeggiare?
La mia idea, è ovvio. 
A Jolanda brillano gli occhi e tremano un poco le mani mentre tira fuori le tazze dalla credenza. Jessica è rimasta sul divano, ma si è messa seduta e la segue con lo sguardo, incuriosita. 
Dai, nonna, dimmi, sto friggendo. È una cosa importante, lo sento.
Jolanda picchietta un’altra Chesterfield sul pacchetto e se l’accende. 
Oggi ti cedo il mio soggiorno.
E che me ne faccio? Non capisco. 
Mah, puoi fare una dormita sul divano…oppure puoi spartirlo con il più fico del reame.

Jessica schizza in piedi, sgranando gli occhi: 
Davvero ci lasci? Io e lui da soli? E tu? 
Io me ne starò in camera da letto con la radio accesa.
Nonna sei una forza!
Dai, manda un messaggio al tuo Jon, che aspetti? 
Sì, sì, ma… 
MA cosa? Cos’è questo rossore? 
Io non l’ho mai fatto prima e non so...
Bellamia, vieni qua, fatti abbracciare. Cos’hai capito, che ti butto in pasto al tuo ragazzo? 
Bè, lui vorrà approfittare che siamo soli e forse anch’io. 
Voglio solamente che tu e lui ve ne stiate in un posto sicuro e tranquillo per scambiarvi quattro carezze e qualche bacio. Io mi fido di te, so che non andrai oltre un certo limite. 
Ma se lui insiste?
Sono sicura che te la saprai cavare. Non sei una che si faccia mettere i piedi in testa tanto facilmente.
No, ma con lui è diverso, non voglio deluderlo.
Lo deludi se capisce che fai quello che vuole lui e non quello che desideri tu. 
Mmhm. 
Per far l’amore-amore c’è tempo.
E poi non so neanche se gli piacerò. 
Uhh, quante sciocchezze. Ti preparo l’acqua per un bagno profumato. E poi ti aiuterò a truccarti.
Dopo qualche incertezza Jessica manda un messaggio al suo ragazzo che non tarda a rispondere.
Jonathan dice che passerà tra un’ora e mezza.
Dai, hai tutto il tempo di farti bella. Entra in acqua, ti aiuto a lavarti la schiena. 
Azzo, scotta! 
Certo, prima devi diventare rossa come un’aragosta. Dopo avrai la pelle liscia e vellutata. Sarai uno schianto. 
Sarà! A me sembra di essere la rana prima che diventi principessa. 
Quello era il ranocchio che diventa principe. 
Beh, io mi sento tanto rana e non diventerò mai figa.

Ma dimmi te se mi doveva capitare una nipote così stupida. Guardati. Hai un fisico da modella e una bocca che sembra un cuoricino. T’invidio, sai. Con cinquant’anni di ritardo t’invidio con tutta me stessa. Avessi avuto io il tuo fisico, accidenti!
Cosa avresti fatto, nonna, con il mio fisico? Strage di uomini?
Ecco, brava, ridacchia. A parte che una piccola strage l’ho fatta comunque, ma se mi dici così vuol dire che sai di essere carina. La tua è solo una posa tanto per farti coccolare. 
Beh, un po’ sì e un po’ no. So di non essere brutta, ma non sono sicura di piacere. E poi mi piace come ti arrabbi. 
Se non altro ti ho fatto tornare il buon umore.

Ma tu com’eri alla mia età? Li guardavi i ragazzi? 
Oh, li guardavo, eccome. Non ero propriamente una brava ragazza. Scalpitavo. 
Nonna mi sta venendo un sonno pazzesco. 
Anche a me, dev’essere tutto questo vapore.
Conoscevi già il nonno?
Per carità. Il nonno, pace all’anima sua, mi ha conosciuta più tardi, quando mi ero data una calmata. Ma prima di lui mi sono proprio divertita.
Nonna, raccontami. Ma prima fammi uscire, mi viene troppo da dormire. 
Non capisco, anch’io ho la testa pesante. Sì, è meglio che esci dall’acqua. 





Ecco, dev’essere andata più o meno così quel pomeriggio. 
Le abbiamo trovate a sera, stese sul pavimento del bagno, quasi abbracciate. Sembrava che dormissero. 

Una figlia, per un padre, è uno spettacolo speciale a cui assisti a bocca aperta, è una commedia in cui talvolta hai pretese di regista che imbrigli esuberanza ed estro della protagonista. 
Una figlia, finchè è viva. 
Dopo, è solo una tragedia che ferma il tempo, un atto unico che rivedi all’infinito. Dopo, è rammarico e rimpianto. 

Ho passato gli ultimi otto anni a esaminare tracce grandi e piccole che Jessica aveva lasciato del suo passaggio, considerazioni scarabocchiate in fretta sul quaderno tra un problema e un compito di storia, brevi frasi su foglietti che ho ritrovati nello zaino o nei cassetti tra mutandine e reggiseni. Una metà delle parole inneggia a Jonathan, la sua passione di quei mesi, le J intrecciate, cuori disegnati ovunque, faccine stilizzate. Qualche frase, spesso sferzante, è dedicata a noi, i genitori, altre stranamente si riferiscono a sua nonna per la quale mostra un attaccamento che non m’aspettavo.

Ma non è questo il punto, non sto facendo un bilancio degli affetti e delle incomprensioni. 
Otto anni sono trascorsi immobili da quel maledetto dieci settembre, era tempo che ricostruissi la vita di mia figlia, anziché limitarmi a piangerla. 
Io, per qualche ora almeno, ho voluto di nuovo la commedia scordando la tragedia. L’ultimo atto mi premeva soprattutto, quello in cui non c’ero, senza dargli la gravità che spetterebbe alla conclusione. Con l’aiuto dell’immaginazione ho riscritto passo a passo la sceneggiatura di quel pomeriggio dalla nonna, figurandomi la loro differente leggerezza. 
Così ho rivisto Jessica. Sembrava che dormisse, con quel lieve sorriso sulle labbra, come se la morte fosse solo un sonno necessario per poi proseguire la commedia. 
Nessuna tragedia, no. 

 
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