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  Scritti di altri autori  »  Racconti  »  I bachi da seta, di Giovanni Buzi 05/07/2007
 

 

                                     

                       I bachi da seta

                       di Giovanni Buzi

 

Nella scuola era stata organizzata una gara piuttosto curiosa: quale allievo sarebbe riuscito a ottenere più bozzoli di bachi da seta? Dal Ministero della Pubblica Istruzione era stato varato un Concorso Nazionale. La scuola media del nostro paese aveva aderito, così un bel giorno il preside s’era visto arrivare per posta un sacchetto di granelli nerastri. Il maestro ci aveva assicurato che sarebbero nati vermiciattoli. Bisognava mettere in una scatola quella polverina, coprirla di foglie di gelso, rinnovarle di tanto in tanto e aspettare. Le larve sarebbero cresciute a vista d’occhio fino a che, sazie, avrebbero cominciato a tessersi tutt’intorno un unico filo di seta, diceva sempre il maestro. Si doveva gettare poi i bozzoli in acqua bollente; se ciò non veniva fatto, le larve si sarebbero trasformate in farfalle. L’allievo che riusciva a ottenere il maggior numero di bozzoli “intatti” sarebbe stato il vincitore. Il premio: un microscopio elettronico capace d’ingrandire migliaia di volte su uno schermo quello che si metteva tra due vetrini.

Il preside in persona ci aveva mostrato quella meraviglia. Spente le luci e calato un telo bianco, trattenendo il respiro, aspettavamo tutti in silenzio. I più erano scettici; che ci poteva mai essere di così straordinario schiacciato tra due striscioline di vetro? Si spinse un pulsante e sullo schermo apparse... una foresta d’aghi verde azzurro! Centinaia di rette intersecate in tutte le direzioni, d’una iridescenza mai vista!

Restammo a bocca aperta.

Ancora un vetrino, click! e comparve un mosaico arancio, oro, bronzo... click! Un universo fluido di migliaia di galassie lattiginose... click! un mostro dai mille occhi... click! un sovrapporsi d’arcobaleni!

Che scherzo era quello?

– Venite a vedere! – disse il preside riaccendendo la luce.

Ci precipitammo attorno alla cattedra. Nei vetrini non c’erano che brandelli di foglie, fiori, un’ala di moscerino... Possibile?!

– Certo – disse fiero dell’effetto il preside. – La natura vista da molto vicino riserva queste e altre sorprese!

Volevo quel microscopio. Lo volevo ad ogni costo! Avrei ceduto l’intera collezione di Topolino, ogni figurina dei calciatori, ogni giocattolo, libro, quaderno, pastelli a colori, tutto! Mi risvegliavo la mattina con un click! ovattato e, nel dormiveglia, appariva ogni sorta di meraviglia! Avrei potuto vedere ingrandite le foglie di basilico, un capello del nonno, la traccia di rossetto della mamma, un filo di calzino del babbo, un’ala di farfalla, una goccia di brodo di gallina... tutto! Misi la polverina di bachi da seta in una scatola di scarpe che avevo foderato d’ovatta. “Staranno più comodi”, mi dissi. Il nonno mi lanciò uno sguardo strano sfrugugnando: – Che roba è?

– Semi di bachi da seta – risposi.

– Che?!

– Uova di bachi da seta!

Non si degnò neanche di rispondermi. Si rivolse a mia madre e farfugliò: – Che dice quello?

– È una cosa che deve fare per la scuola – disse quasi sovrappensiero mia madre, aggiunstandosi meccanicamente gli occhiali da sole.

– Ecco che gliémparano a scola! – quasi scatarrò il nonno. Soffiato rumorosamente il naso, aggiunse – che perdita de tempo! Io all’età sua già me guadagnavo il pane!

Mia madre non rispose. A dire il vero, forse neanche sentì, lontana com’era ormai da tutti noi, da qualche tempo. Ma l’idea d’avere in circolazione per la cucina quella polverina che, sembra, sarebbe diventata presto un brulicare di vermi, non le piaceva affatto. Arroccai la mia scatola sulla credenza. Ogni giorno uscendo da scuola, facevo una deviazione sul viale nel quale si faceva la passeggiata e raccoglievo foglie di gelso. Un giorno, mi stupii nel vedere che nella scatola le foglie non erano state neppure intaccate. Ne sollevai una e, adagiate sull’ovatta, scoprii che le larve, ormai grassocce, se ne stavano immobili come colte da un improvviso torpore, un sonno divino. Fui assalito dal panico; che gli avessi dato troppo da mangiare e fossero morte d’indigestione? Con prudenza, ne spostai una con la matita. No, non era morta. Anzi, filava... I bruchi s’erano decisi a costruirsi il bozzolo. In pochi giorni ne contai più di venti. Per recuperare la seta bisognava immergerli nell’acqua bollente e così uccidere le larve. Un giorno, vidi un bozzolo che, dall’interno, veniva tagliato da una sorta di pungiglione. Cauti, ne uscirono fuori un paio d’occhi neri. Era una farfalla! Col suo sguardo cieco, si guardò intorno spaesata. Uscì completamente; Era grigia, grassoccia, non bella. Poco a poco, le sue ali si stirarono, s’aprirono e, con un fremito d’inconcepibile gioia, senza dirmi né buongiorno né buonasera, volò via! Ah, no... così mi ringraziavano per tutte le foglie che gli avevo dato quegli ex vermi? E il mio prezioso telescopio elettronico che fine avrebbe fatto? Presi una pentola. La riempii d’acqua. La misi sul fornello. Aspettai che bollisse. Stavo per gettarci i bozzoli quando, non so perché, mi tornò in mente il volo goffo di quella prima brutta farfalla. Lasciai l’acqua bollire e i bozzoli nella scatola.

Il giorno dopo, misi la scatola fuori del balcone e restai  a veder, una ad una, volar via tutte le altre farfalle.

 

 

 
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