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  Scritti di altri autori  »  Racconti  »  A Zahra, di Mara Faggioli 11/01/2008
 

                            A Zahra

di Mara Faggioli

 

“Ascolta attentamente, e soprattutto ricordati

che le storie vere devono essere raccontate,

tenerle per se stessi  è come tradirle”                                                                                                              (Israel Baal Sem Tov)

 

 

  ……e  questa è una storia vera che desidero raccontare

 

 

   Entrai   tremante in   quella stanza,   con  il cuore che mi   martellava impazzito dentro il petto: eri lì, seduta sul pavimento a testa bassa, tra le manine avevi un giocattolo, non più adatto ai tuoi sette anni. Alzasti il tuo visetto verso di me ed ebbi la sensazione che un coltello mi si fosse conficcato nel cuore: mai avevo visto uno sguardo così triste!  Lentamente ti alzasti e la tua piccola mano cercò la mia.  Iniziò, così,  la nostra breve storia.

 

  Per un anno sei rimasta nel nostro nido, piccolo uccellino impaurito,  per tutti gli orrori e le atrocità che gli uomini sono stati capaci di farti vedere, per la guerra, per la morte, per la fame, per la mancanza di affetto.

 

   Conoscevi una manciata di parole  di  lingua italiana,  forse otto – dieci vocaboli in tutto, ma avevi una gran sete di imparare. Per comunicare, ti ricordi, abbiamo cercato di aiutarci  con i disegni, ma tu eri così veloce e brava ad imparare che ben presto non è stato più necessario.

 

    E man mano che imparavi a parlare, mi raccontavi gli orrori cui avevi assistito nella tua, seppur piccola, vita.    Ed ogni  volta,  mi chiedevo, che cosa potevano aver visto i tuoi  occhi  di  ancora  più  terribile.   Ma  con stupore  e con sgomento sempre  più   grande,   mi accorgevo che avevano visto  cose ancora ben  più atroci e crudeli . 

                                                                                         

   Mi trasmettevi tutte le tue sofferenze e le tue angosce. Ed io le recepivo con  dolore e strazio,   con la speranza,  in cuor mio,   di essere come una spugna, capace di assorbire tutte le tue sofferenze e renderti, alla fine del nostro viaggio insieme, una bambina serena.

 

  Ma c’era, poi,   un   altro dolore che  ti   lacerava   profondamente  ed   era   quello  per  il colore   della   tua pelle. Odiavi il colore della tua bella pelle, vellutata come una pesca, odiavi i tuoi ribelli ma   simpatici   ricciolini neri e carezzavi,   forse invidiandomi ,  il   mio viso   diafano,   tanto    da  sembrare malato, i miei capelli   biondi e lisci,  senza nessuna forma ed ammiravi  i miei occhi verdi che sembravano spenti accanto ai tuoi!

 

   Avresti voluto spellarti!   Che fitte al cuore   provavo, quando ti trovavo nel  bagno intenta  a darti   le mie creme,  nella speranza,   mi dicevi,  di diventare bianca!

 

   Quell’estate al mare,   cercai con  tutte   le mie forze di  raggiungere il massimo dell’abbronzatura  possibile  e  quando,   finalmente, credetti di esserci riuscita, saltando di gioia, ti abbracciai e ti baciai, dicendoti che ero felice di avere una pelle bella, quasi come la tua!    Tu mi guardasti  triste  e dispiaciuta  e,   con la  saggezza di   un  vecchio,  mi rispondesti: “Mamma,  non chiederlo al sole, chiedilo a Dio!”.

 

   Ci abbracciammo strette, finalmente non soffrivi più. Avevi imparato ad accettare il colore della tua pelle,  ad amare  le  tue origini, la tua terra, le tue radici.    Era questo  che   desideravo per te,   prima di ogni altra cosa, prima che tu imparassi a scrivere o leggere.

 

Ti   ricordi, avevamo fatto un patto:   quando   saremmo   state   lontane, avremmo guardato le stelle e ci saremmo sentite vicine. Ma adesso, amore  mio, come facciamo? Tu sei sull’altra faccia della Terra, quando guardo le stelle immagino che  tu vedrai   il   sole,    ma sento che i nostri cuori sono ugualmente vicini.

                                                                                                                                              

   Adesso sono qui e ti penso, con una nostalgia che   mi strazia l’anima, e non capisco perché i pittori dipingono gli angeli con   i riccioli biondi e gli occhi  azzurri. Ma io che ti ho cullata fra le braccia, sono certa, invece, che gli angeli sono proprio come te,   amore mio,   con i ricciolini neri e la pelle color cioccolato”.                                                                                                        

 

                                                                                                         

 

1° premio al Concorso Letterario “L’arcobaleno della vita” del Comune di  Lendinara

 

1° premio ex-aequo al Concorso Letterario “G.Gronchi” per la sezione speciale “Omaggio a Carla Gronchi” per opere di alto contenuto sociale ed umano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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