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  Scritti di altri autori  »  Racconti  »  La neve, di Giovanni Buzi 22/12/2009
 

La neve

(omaggio a Christian Dotremont, Bruxelles 1992)

 

di

 

Giovanni Buzi

 

 

 

Un uomo, solo, cammina lentamente.

Tutt’intorno s’apre un paesaggio invernale.

Bianco.

La neve copre ogni cosa, cancella la terra.

Ogni traccia umana è scomparsa, solo un’infinita distesa dalla luminosità astratta, lattea. Il cielo, cristallo opaco, nasconde i suoi confini. Ma quali sono i confini del cielo?

Solo gli alberi animano il bianco graffiandolo di segni. Arabeschi che s’aggrovigliano e aprono su quell’immensa pagina nere ferite. Profonde e trascurabili ferite.

Un soffio di vento, un po’ di neve, lento movimento, cade dai rami. S’annulla e scopre nuove tracce, altri segni che modificano il significato di quella scrittura indecifrabile.

Non è che brusio arcano il respiro del vento, voce potente che viene da lontano, assorbita, filtrata.

Anche i passi dell’uomo non hanno altra risonanza che un gemito soffocato, appena percepibile. Un affondare lento, ritmato. Non resta che la traccia silenziosa, una scia che registra ogni esitazione, ogni minima pausa e la volontà tenace d’avanzare.

Avanzare...

Verso dove?

Intorno non è che il regno del bianco.

In lontananza lo sguardo confonde la linea dell’orizzonte. Terra e cielo si fondono in una zona vaga. Come una nebbia impalpabile, un pulviscolo che cancella fin se stesso. Una macchia d’ombra chiara. Ogni colore, ogni forma perdono identità, ogni parola.

Come dare significato alla cose? Dove sono le cose...

Non esiste che questa massa informe, incolore, e l’uomo che la guarda.

Scoprire il vuoto.

Voler esistere, dire, malgrado, attraverso il vuoto, immensa superficie d’opacità, pausa dei sensi, voragine della coscienza. Il vuoto penetra nel corpo, s’istalla nei polmoni, cresce lentamente, lentamente invade il respiro, distrugge con paziente violenza ogni alveolo di scambio tra il mondo e noi.

E l’uomo continua a avanzare, immerso nel vuoto, portandolo dentro.

Ma eccolo rallentare, fermarsi. S’accascerà e la neve lo coprirà in poco tempo assorbendolo nel nulla delle sue geometrie perfette, invisibili. Distenderà un velo d’infinitamente piccoli cristalli dalle ferree, logiche e mostruose trame su quel cumulo di materia inerte che sarà digerita, annullata. Sparirà ogni traccia di passi, d’esitazione.

Ma invece d’accasciarsi ed accettare la sorte che sa certa, rimane in piedi. Cerca qualcosa nel nulla. Fruga sulla superficie fredda, scosta manciate di neve e afferra un bastone, un pezzo di ramo. Un frammento sepolto di quei segni che gli alberi s’ostinano a tracciare.

Lo scuote, scrolla via le ultime macchie di bianco e con quel segno nero inizia a tracciare sulla neve.

La superficie luminosa per un attimo resta attonita nella contemplazione del dipanarsi dei gesti che la solcano, la tatuano, la rendono, suo malgrado, significante.

Il Nulla freme.

L’uomo sorride.

Ride.

Farfalle cieche, l’eco delle risa si liberano tutt’intorno, sfiorano gli alberi, svolazzano tra i rami accarezzandoli come fratelli. Annodano segreti legami col vento che le porta lontano, verso l’orizzonte, più lontano ancora, contro il cielo che sembra volersi infrangere, cristallo opaco, in mille schegge.

L’uomo ride. Con il bastone in mano balla attorno ai segni graffiati nella neve, strappati al Nulla.

Il disco pallido del sole, aldilà del velo che copre i segreti del cielo, appare come una pazza luna che confonde il giorno e la notte, la luce e le tenebre. Illumina quei segni che s’animano nell’illusione del rilievo. Per qualche istante sembrano scolpiti nel marmo. Lastra destinata all’eternità.

Ma non è che un istante; prima che qualcuno possa trascriverli, conservarli, decifrarli, la superficie bianca, dapprima pietrificata nella sua stessa meraviglia, ha un sussulto. Qualche grumo di neve scivola giù nei solchi poco profondi di quella scrittura la cui sola potenza sta nella fragilità. Eppure è ancora visibile; anche se meno chiaro il suo dipanarsi sfida il Nulla. Ma non resterà molto tempo, l’uomo ne è cosciente. Ne era cosciente.

Tra qualche ora, nel migliore dei casi dopo una notte di segreti scambi con la terra, il cielo, i sogni degli uomini e degli animali, quella scrittura tornerà ad essere traccia invisibile tra le invisibili geometrie dei cristalli di neve.

Ma qual è il significato di quei segni?

Per noi non sono spariti, abbiamo visto nettamente quell’uomo tracciarli con un bastone. Anche se non esistono più, sono scolpiti nella nostra mente.

Mi sembra di sentire ancora, impercettibili, lontani echi di risa.

Si ride di un’innocente e legittima domanda? Sono ancora i brandelli di quelle risa disperate? O non è che il vento che incessante porta con sé relitti di suoni, scrosci d’acqua, i brusii deformati della voce degli alberi... O non sono altro che quelle strane melodie che provengono dagli snodi dello spazio, dal ruotare silenzioso dei pianeti, dallo scoppio lontano delle stelle...

Non lo so. So solo che una sorta di tepore m’invade al pensiero di quei segni scomparsi d’un poema indecifrabile.

 

 

 
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